Pietro Di Rosa: quando l’archeologia diventa racconto

Nella Sicilia orientale, dove le stratificazioni del tempo si accumulano come pagine di un libro mai chiuso, Pietro Di Rosa ha trovato la sua dimensione. Originario di Scicli, questo archeologo e guida turistica rappresenta una figura singolare nel panorama culturale dell’isola: non cerca il clamore, non insegue la notorietà, ma costruisce giorno dopo giorno un dialogo silenzioso con la storia, trasformando ogni pietra in racconto, ogni frammento in memoria.

Il suo percorso inizia da una scelta apparentemente controcorrente. Diplomato come tecnico agrario, Pietro si trova a dover recuperare da autodidatta lo studio del greco e del latino quando comprende che la sua strada passa necessariamente attraverso il mondo classico. È una sfida che abbraccia con la determinazione di chi sa di dover colmare un gap formativo, ma anche con la consapevolezza che quella preparazione rappresenta la chiave per accedere a un universo che già lo affascina profondamente.

L’iscrizione ad Archeologia lo porta prima a Siracusa, a Ortigia, per la triennale, poi a Catania per la specializzazione. Siamo nel biennio 2012-2013, anni in cui le prospettive occupazionali nel settore archeologico sono tutt’altro che rosee, eppure la scelta non viene mai messa in discussione. La sua tesi di laurea si concentra sui crateri attici del IV secolo avanti Cristo, quei recipienti eleganti che gli antichi greci utilizzavano durante i simposi maschili per mescolare il vino. Il lavoro di attribuzione, condotto attraverso confronti stilistici e analisi iconografiche sotto la guida del professor Filippo Giudice, rivela già una sensibilità particolare nell’osservazione dei manufatti antichi.

Non esiste un archetipo familiare che spieghi questa vocazione. In casa Di Rosa non ci sono archeologi né classicisti, eppure qualcosa germoglia già durante l’adolescenza. Nei pomeriggi di scuola media, quando la PlayStation viene sequestrata come punizione per qualche marachella, Pietro si rifugia tra i libri con una riflessione che oggi suona quasi profetica: “I libri non me li toglierà mai nessuno“. È così che nascono le passioni autentiche, in silenzio, nella continuità quotidiana, attraverso romanzi storici capaci di accendere intuizioni e alimentare curiosità.

Ma se esiste un seme da cui tutto è germogliato, quel seme ha un nome e un volto: Pietro Sudano, il nonno. Figura austera e indimenticabile, quest’uomo ha attraversato quasi un secolo di esistenza sopravvivendo alla povertà delle grotte di Scicli, dove viveva senza acqua, luce o gas, ma in un microcosmo di umanità condivisa. Era un chiafuraru, si prendeva cura della madre paralizzata, e in quelle condizioni di estrema difficoltà ha saputo coltivare un amore autentico per la lettura, per i cruciverba, per tutto ciò che mantenesse viva e allenata la mente. “Mio nonno ha sempre avuto nella sua testa la passione della lettura“, racconta Pietro con riconoscenza, “ecco, forse se devo dire è lì che ho tratto ispirazione“.

Il percorso universitario si arricchisce di incontri significativi. Oltre al professor Giudice, figura di riferimento del territorio, un ruolo importante lo riveste Pietro Militello, anch’egli sciclitano e amico del nonno, che accompagna il giovane studente in alcune fasi cruciali del suo cammino accademico. È proprio sotto la sua guida che partecipa a un progetto Erasmus che lo porta a Venezia, dove lavora insieme a studenti provenienti da tutta Europa sulla copertura di un sito archeologico ad Altino, un’antica città romana a nord di Padova. L’esperienza si estende anche a Borgoricco, lasciando in lui non solo il ricordo della scoperta archeologica, ma anche quello della condivisione e dello scambio culturale.

Il primo scavo vero e proprio lo affronta a Nea Pafos, nella parte greca di Cipro. Ancora all’interno del mondo universitario, ma già concretamente immerso nella realtà del lavoro sul campo. Con ironia rievoca quel primo “colpo di piccone”, che in realtà consistette nell’eliminare gli strati più superficiali e degradati, compresi i depositi di guano dei piccioni. Ben presto, però, iniziano ad affiorare i reperti: frammenti di vetro, ceramiche, resti di basiliche, ossa animali. Quelle giornate trascorse sotto il sole cipriota, con i tramonti sul faro e la costa che si perdeva all’orizzonte, gli confermano che quella è davvero la strada giusta.

L’esperienza cipriota si protrae per tre anni, durante i mesi estivi, alternandosi con altre campagne di scavo significative come quella alla catacomba di Santa Lucia a Siracusa, condotta insieme alla professoressa Sgarlata.

Ma è il primo incarico ufficiale a Sibari, in Calabria, che segna il vero ingresso nel mondo professionale. Qui, in un contesto stratigraficamente complesso dove si sovrappongono le epoche arcaica, ellenistica e romana, ricopre il ruolo di direttore tecnico di cantiere, coordinando quasi una ventina di operai e pianificando quotidianamente le attività. È un banco di prova impegnativo che lo mette di fronte alle responsabilità concrete del mestiere.

Il curriculum si arricchisce progressivamente: scavi in Valchiavenna, in Lombardia, a pochi chilometri dalla Svizzera, poi di nuovo in Sicilia ad Agrigento nella Valle dei Templi, dove partecipa al ritrovamento del Teatro Ellenistico nel 2016-2017, e nei territori compresi tra Ragusa e Siracusa. Ogni cantiere rappresenta una sfida diversa, un confronto con stratificazioni e problematiche specifiche che contribuiscono a formare un bagaglio di competenze sempre più solido.

Oggi l’attività si svolge come libero professionista, collaborando con società archeologiche, imprese, enti pubblici e sovrintendenze. Ma dal 2021 si è aggiunta una seconda professione: quella di guida turistica ufficiale della Regione Sicilia. Non si tratta di un’alternativa all’archeologia, ma di un’integrazione naturale che ha trovato il suo equilibrio temporale. Nei mesi di bassa stagione turistica, da novembre a febbraio, prevale l’attività nei cantieri, mentre da marzo a ottobre è il turismo a farla da padrone, anche se non mancano periodi in cui le due professioni si alternano nella stessa settimana.

Questa doppia competenza non è casuale. Come guida turistica, Pietro può mettere a frutto quella conoscenza del territorio maturata attraverso anni di scavi e ricerche, offrendo ai visitatori un approccio che va ben oltre la semplice illustrazione di monumenti e siti. La sua agenzia propone esperienze personalizzate e itinerari su misura in tutta l’isola: da Noto a Siracusa, da Piazza Armerina all’Etna, passando per Catania, Agrigento, Taormina. Ogni percorso nasce da una conoscenza profonda del territorio e da una capacità narrativa che coinvolge e appassiona i visitatori.

Finché riesco a mantenere questo spirito giovanile con l’entusiasmo di fare il mio lavoro, per me non è un lavoro: io vado in gita tutti i giorni“, confida con sincerità. È questa la chiave del suo approccio: trasformare ogni giornata lavorativa in un’opportunità di scoperta, sia che si tratti di guidare un gruppo di turisti attraverso i vicoli di Noto sia che si debba coordinare uno scavo archeologico.

Il riconoscimento più gratificante non arriva dai colleghi o dalle istituzioni, ma da una signora che, dopo una visita guidata, gli confida: “Lei mi ha fatto venir voglia di riprendere in mano i libri di storia dell’arte“. Per Pietro questo rappresenta il senso più profondo del suo lavoro: riuscire a far parlare le pietre, a restituire quella meraviglia che si cela dietro ogni dettaglio, ogni forma, ogni rovina. Quando riesce a trasmettere questa passione, quando vede accendersi negli occhi dei visitatori quella stessa curiosità che lui prova quotidianamente, sa di aver raggiunto l’obiettivo.

Se dovesse scegliere una persona a cui dedicare una visita guidata, forse penserebbe al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ma poi ammette che, in fondo, le sue guide più emozionanti le ha già fatte quando accompagnava il nonno Pietro nei tour a Scicli. A volte gli lasciava persino la parola, perché sapeva raccontare come pochi. Era lo stesso uomo che aveva accolto Pier Paolo Pasolini nella sua grotta, che aveva tagliato i capelli a Celentano quando faceva il barbiere, che aveva vissuto e testimoniato un pezzo di storia senza mai cedere alla retorica. Morto quasi centenario nel settembre scorso, ha lasciato una traccia profonda non solo nel nipote, ma in tutti coloro che hanno avuto il privilegio di ascoltare i suoi racconti. Le sue testimonianze sono apparse su quotidiani nazionali e internazionali, documenti vivi di una Sicilia antica e resistente.

Guardando al futuro, l’intenzione è semplice ma solida: continuare. Continuare a vivere questo doppio mestiere con lo stesso entusiasmo di sempre, magari arricchendolo con qualche pubblicazione archeologica, con nuove conferenze, ma senza mai abbandonare l’isola. La Sicilia non è solo il luogo dove è nato, è una scelta consapevole, una determinazione che ha resistito anche nei momenti in cui partire sarebbe stato più facile.

Quando si parla di meraviglie archeologiche che lo affascinano, è Roma a conquistare immediatamente la sua attenzione, seguita da Pompei. All’estero, invece, è la Giordania a esercitare un fascino particolare, con le sue tracce romane che attraversano il deserto e le città di pietra rosa che emergono dalla sabbia. Ma, come spesso accade, è la strada più vicina a casa quella che si conosce più profondamente, quella che riserva sempre nuove sorprese e continua a nutrire quella curiosità che da bambino lo spingeva a rifugiarsi tra i libri.

In Pietro Di Rosa si riconoscono i tratti di una Sicilia che sa guardare al proprio passato senza nostalgie sterili, che riesce a trasformare la conoscenza in strumento di valorizzazione e crescita. La sua storia dimostra che è possibile costruire una professionalità solida anche in settori apparentemente difficili, purché si abbia la pazienza di investire nella formazione, la tenacia di non arrendersi di fronte alle difficoltà e, soprattutto, la passione autentica per quello che si fa. Ogni giorno, accompagnando visitatori tra i tesori dell’isola o coordinando scavi che riportano alla luce frammenti di storia, continua a onorare quella lezione imparata dal nonno Pietro: che la vera ricchezza sta nella capacità di mantenere viva la mente, di coltivare la curiosità, di non smettere mai di imparare.

 

 

 

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