Le carte non consegnano mai una storia già pronta. Chiedono pazienza, diffidenza, perfino un certo fastidio verso le frasi che mettono tutto in ordine troppo presto. Vincenzo Di Michele, giornalista pubblicista e scrittore romano, ha costruito il proprio percorso in questo spazio di attrito: un documento apre una pista, una testimonianza la complica, una versione accettata perde compattezza, e chi scrive deve decidere se fermarsi alla superficie o rimettere mano al fascicolo.
Nato e residente a Roma, laureato in Scienze Politiche, indirizzo politico-amministrativo, con 110/110 all’Università La Sapienza, Di Michele arriva alla scrittura attraverso una strada meno prevedibile di quanto suggeriscano oggi i suoi libri storici. Prima delle inchieste sulla Seconda guerra mondiale, prima dei dispersi, prima di Majorana, lavora sulla letteratura giuridica, sul giornalismo di servizio, sulle norme, sul Codice della Strada, sulla responsabilità civile. Scrive su riviste specializzate come M.A.D., Professione Camionista, Il Centauro, Nautica, Windsurf, Vela e Motore, Informatore Agrario; partecipa alla progettazione e alla consulenza per centri di educazione stradale rivolti ai bambini e per un parco scuola itinerante presso il Parco Scuola del Traffico di Roma. È una partenza concreta, quasi tecnica, e proprio per questo utile a capire il resto. In quelle pagine si riconosce già una disposizione che resterà: entrare nei meccanismi, capire dove una regola incide sulla vita quotidiana, spiegare ciò che spesso viene lasciato agli addetti ai lavori.
Questa prima stagione sottrae Di Michele all’immagine più semplice dello storico attratto soltanto dai misteri e dalle pagine controverse. Il suo percorso comincia su materie pratiche, verificabili, talvolta dure nella loro apparente ordinarietà: la strada, la prevenzione, la formazione, la responsabilità di chi guida, di chi informa, di chi amministra. Anche gli interventi pubblici di quegli anni seguono questo passo concreto, tra educazione stradale, normativa agricola, veicoli storici e trattori d’epoca. Prima degli archivi, dunque, viene quel lavoro meno vistoso in cui bisogna leggere norme, casi, responsabilità e tradurli senza farli diventare altro.
Il primo libro, La famiglia di fatto, pubblicato nel 2006, appartiene a questa linea civile e giuridica. Di Michele affronta le questioni economiche e sociali della convivenza more uxorio: i beni acquistati insieme, la casa comune, le conseguenze della separazione, la malattia, la morte di uno dei due partner, le tutele mancate o parziali. Nel 2010, con Guidare oggi, la sicurezza stradale diventa materia di lavoro ancora più diretta: camper, rimorchi, imbarcazioni trasportate su strada, carrelli appendice, assicurazioni, segnaletica, trasporto dei bambini. Temi minuti, perfino poco narrativi, che però entrano nelle abitudini di migliaia di persone e spesso vengono compresi solo quando qualcosa non ha funzionato. Il libro è dedicato al nipote Manuele Murgia, morto in un incidente stradale, e ottiene l’apprezzamento del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l’encomio del ministro Altero Matteoli e il coinvolgimento dell’Associazione Italiana Familiari e Vittime della Strada.
La svolta più intima arriva nel 2008 con Io, prigioniero in Russia, tratto dal diario autografo del padre Alfonso, originario di Intermesoli, frazione di Pietracamela, alle pendici del Gran Sasso. Il libro segue la storia di un giovane alpino della Divisione Julia, Battaglione L’Aquila, mandato sul fronte russo durante la Seconda guerra mondiale, poi catturato e costretto a passare attraverso l’esperienza dei campi sovietici: Tambov, l’ospedale di Bravoja, i campi di lavoro in Asia centrale, la fame, il freddo, il ritorno. In quel momento la ricerca cambia temperatura. Parte da una ferita di famiglia e diventa memoria condivisa. Di Michele prende il diario paterno, lo mette in relazione con la storia, lo accompagna, lo verifica, gli permette di uscire dalla sfera privata senza perderne l’origine.
Il libro conosce una circolazione ampia: viene ripubblicato da La Stampa, poi inserito nel 2019 nella raccolta Enciclopedia degli Alpini di Repubblica, supera prima le cinquantamila copie e, nelle segnalazioni più recenti, viene indicato oltre quota sessantamila. Riceve riconoscimenti legati alla memoria storica e alla cultura alpina, dal Premio di Cultura e Vita Alpina “Gen. Div. Amedeo De Cia” al Premio Baiocco speciale per la Memoria storica, dal Premio Nazionale Nomentum alla segnalazione d’onore al Premio Firenze, accanto ad altri risultati letterari. I numeri contano, ma fino a un certo punto. Il dato più interessante è un altro: da quel libro in avanti la guerra diventa per Di Michele un territorio da interrogare attraverso ciò che resta nelle famiglie, nei diari, nei racconti dei reduci, nei nomi dei dispersi, negli archivi consultati anni dopo da qualcuno che non si rassegna a una data scritta male.
Negli anni successivi il suo lavoro torna più volte sulla Seconda guerra mondiale. Nel 2011 pubblica Mussolini finto prigioniero al Gran Sasso, inchiesta sulla detenzione del Duce a Campo Imperatore e sull’Operazione Quercia del 12 settembre 1943. Di Michele lavora su archivi, fonti giornalistiche del primo dopoguerra e testimonianze dirette, sostenendo la presenza di accordi, passaggi preparati e zone d’ombra nella liberazione di Mussolini. Nel 2015 riprende quella linea con L’ultimo segreto di Mussolini, uscito anche in lingua inglese con il titolo The last secret of Mussolini; nel 2025 torna sul tema con Quel falso mito sulla liberazione del Duce. Il punto, per lui, sembra stare nei dettagli che il racconto epico tende a comprimere: gli uomini addetti alla sorveglianza, la permanenza nell’albergo, l’assenza di una vera resistenza, le testimonianze di chi era presente. Si può discutere una tesi, naturalmente; nei suoi libri, però, si avverte la decisione di mettere alla prova una versione solenne quando i particolari vanno in un’altra direzione.
Accanto a questa linea storica, la bibliografia di Di Michele conserva un raggio più ampio. Nel 2013 firma Pino Wilson, vero capitano d’altri tempi, biografia ufficiale dello storico calciatore della Lazio, oltre quattrocento presenze con la maglia biancoceleste. Il libro attraversa la trafila nell’Internapoli, l’esordio in Serie A, la Lazio dello scudetto del 1974, il rapporto con Tommaso Maestrelli e Giorgio Chinaglia, la Nazionale, l’esperienza americana nel Cosmos accanto a Pelé, Beckenbauer e Carlos Alberto, insieme alle ferite di una stagione calcistica segnata dalla morte di Luciano Re Cecconi e dall’uccisione del tifoso laziale Vincenzo Paparelli nel derby del 1979. Anche qui la scelta diventa sportiva, storica e umana insieme. Wilson diventa il punto da cui guardare una squadra, un’epoca, un modo di intendere il ruolo del capitano quando il calcio doveva ancora diventare il racconto permanente di sé stesso.
Nel 2014 pubblica Come sciogliere un matrimonio alla Sacra Rota, dedicato all’annullamento dei matrimoni religiosi, ai presupposti di nullità, ai costi, al gratuito patrocinio, al rapporto tra sentenza ecclesiastica e riconoscimento civile. È una deviazione solo apparente. Anche qui Di Michele entra in una materia conosciuta spesso per sentito dire e prova a restituirle ordine, distinguendo i passaggi tecnici dalle semplificazioni comuni. Poi la guerra riprende spazio. Nel 2017 esce Cefalonia, io e la mia storia, romanzo autobiografico costruito attorno all’eccidio dei soldati italiani della Divisione Acqui nel settembre 1943 e alle vicende successive a quella strage. Nel 2019 arriva Animali in guerra, vittime innocenti, che dedica attenzione ai cavalli, ai muli, ai cani e agli altri animali trascinati nei conflitti, consumati dalla fatica e dalla violenza degli uomini. Nel 2020 pubblica Alla ricerca dei dispersi in guerra, dal fronte greco a El Alamein fino alla Russia, dando voce ai familiari dei caduti e dei soldati di cui si è persa traccia.
Nel 2024, con Le scomode verità nascoste nella II guerra mondiale, raccoglie alcune questioni che tornano spesso nel suo lavoro: la prigionia, le responsabilità politiche e militari, le violenze subite dalle donne, le fughe dei criminali nazisti, il giudizio morale sulle bombe atomiche, la figura di Majorana come intelligenza capace di percepire il pericolo dell’arma nucleare. Il volume, articolato in undici capitoli, mostra bene una caratteristica del suo metodo: Di Michele torna sui temi fino a creare un reticolo. Un libro richiama l’altro, una vicenda apre un varco verso quella successiva, un dettaglio rimasto ai margini diventa il centro di una nuova indagine. Anche il suo sito personale, tra schede, recensioni, immagini, interviste, notizie di presentazioni e materiali d’archivio, somiglia più a un tavolo di lavoro che a una vetrina levigata. Le cuciture si vedono, e a tratti è perfino utile.
Nel 2025 pubblica Campo Imperatore 1943 – Quel falso mito della liberazione del Duce, tornando sul 12 settembre 1943 con un lavoro più mirato sulla costruzione del mito intorno all’Operazione Quercia. Il libro riprende una linea di ricerca già aperta negli anni precedenti, ma la restringe sul luogo, sui documenti e sulle testimonianze che riguardano la permanenza di Mussolini a Campo Imperatore. Qui la distanza tra l’immagine spettacolare dell’impresa e ciò che, nelle carte e nei ricordi, appare già preparato, favorito da accordi e da una resistenza quasi inesistente, diventa il centro dell’indagine. È un passaggio importante anche per capire il libro successivo su Majorana: Di Michele arriva al fisico catanese dopo avere già lavorato su casi in cui la versione consegnata alla memoria pubblica mostra, a guardarla da vicino, punti di cedimento.
Ed è infatti da questa traiettoria che nasce Majorana, il prezzo del genio, pubblicato nel 2026 e accompagnato da interviste, recensioni, articoli di quotidiani e riviste culturali, da Radio Radicale alle pagine dedicate della stampa. Il libro riporta in primo piano Ettore Majorana, fisico teorico catanese, membro del gruppo di via Panisperna, una delle menti più enigmatiche del Novecento scientifico. Il 26 marzo 1938 Majorana scompare a trentuno anni. Parte da Napoli verso Palermo, invia lettere che sembrano annunciare un gesto definitivo, poi un telegramma e un messaggio successivo che smentiscono l’addio. Da quel momento, intorno al suo nome si addensano ipotesi: suicidio, fuga, ritiro in convento, espatrio, scelta consapevole di sottrarsi alla direzione presa dalla fisica nucleare.
La vicenda è stata raccontata molte volte, e proprio questo rende il lavoro più difficile. Quando un mistero è già entrato nell’immaginario pubblico, ogni nuova ricostruzione rischia di ripetere ciò che il lettore si aspetta: il genio solitario, il biglietto enigmatico, il viaggio in nave, la scomparsa, la pista monastica, l’ombra dell’atomica. Di Michele rientra nel caso partendo dal tempo in cui Majorana vive, invece di inchiodarlo soltanto al giorno in cui sparisce. È la scelta più utile, perché sottrae la figura al puro enigma e la rimette dentro gli anni Trenta, dentro la fisica europea, dentro la scuola di Enrico Fermi, dentro un continente che corre verso la guerra mentre la scienza apre possibilità che nessuno può più considerare innocenti.
Majorana, nella ricostruzione che attraversa il libro, è il ragazzo prodigio capace di calcoli mentali impressionanti, il giovane che arriva alla scuola di Fermi attraverso Emilio Segrè, il teorico che pubblica poco e trattiene molto. È anche un uomo restio all’esibizione. Il riconoscimento non sembra per lui una necessità, mentre la fisica resta lontana da ogni forma di autoaffermazione accademica. Roma, Copenaghen, Gottinga smettono di essere semplici tappe di curriculum e diventano i luoghi di un confronto con una comunità scientifica che si muove, si osserva, si teme, rilancia ipotesi in anni in cui l’intelligenza non è mai separata dalla politica. Gli scienziati lavorano, discutono, pubblicano; fuori dai laboratori, però, l’Europa cambia temperatura.
Qui il libro trova il suo passaggio più forte. La scomparsa viene letta come un gesto collocato in un clima di doppia faccia: da un lato il progresso, dall’altro la possibilità concreta che quel sapere finisca dentro progetti militari. Il titolo, Il prezzo del genio, tiene insieme queste due linee: la vita privata di Majorana e il destino della scienza; la fragilità di un uomo e la responsabilità di un’intelligenza che forse ha compreso prima di altri il pericolo. La frase attribuita a Majorana, “la fisica è su una strada sbagliata”, viene trattata meno come prova risolutiva che come indizio morale. Funziona piuttosto come una crepa. Da lì il lettore vede passare una questione che scavalca il 1938.
Nel libro tornano i passaggi essenziali della vicenda: la cattedra ottenuta a Napoli per chiara fama, l’isolamento crescente, le lettere del viaggio verso Palermo, il telegramma, i segnali contraddittori, la formula inquieta del “mare mi ha rifiutato”, l’intervento di Enrico Fermi che scrive a Mussolini per sollecitare le ricerche, l’ipotesi monastica legata al Gesù Nuovo di Napoli, le voci su Serra San Bruno, le testimonianze successive rimaste senza verifica definitiva. Di Michele evita di trasformare questi elementi in una sentenza. Dove il documento regge, procede; dove resta una zona d’ombra, la lascia visibile.
Il libro interessa soprattutto dove la cronaca smette di bastare: Majorana morto, fuggito, nascosto, sopravvissuto altrove? Il libro attraversa queste piste, ma la questione più interessante riguarda ciò che il fisico poteva avere visto, o temuto, prima di uscire dalla scena. Alcune pagine insistono sulla possibilità che Majorana avesse intuito la direzione distruttiva della fisica nucleare molto prima che Hiroshima e Nagasaki rendessero l’orrore visibile al mondo. Resta un’ipotesi, ma acquista peso dentro il quadro storico, scientifico e morale in cui l’autore colloca la vicenda.
Da questo punto di vista, Majorana, il prezzo del genio dialoga con il presente più di quanto sembri. La responsabilità del sapere appartiene anche al presente. Oggi, mentre intelligenza artificiale, genetica, neuroscienze e tecnologie predittive tornano a chiedere chi debba rispondere delle conseguenze della conoscenza, la figura di Majorana continua a disturbare. Proprio perché resta incompleta, evita la forma comoda della lezione. Un uomo sparisce e, nel vuoto che lascia, il Novecento continua a interrogare il modo in cui il progresso può diventare obbedienza, potere, distruzione.
A guardarlo nel suo insieme, il percorso di Vincenzo Di Michele si tiene più di quanto sembri. La sicurezza stradale, la famiglia di fatto, la Sacra Rota, la prigionia in Russia, Cefalonia, Mussolini al Gran Sasso, gli animali nei conflitti, i dispersi, Majorana: temi lontani, in apparenza. Eppure in ognuno ritorna un nodo di fondo, formulato ogni volta da un punto diverso: che cosa resta fuori dalla versione più comoda dei fatti? A volte la risposta sta in un diario familiare, altre in una carta dimenticata, in una testimonianza, in un dettaglio amministrativo, in una frase detta da uno scienziato prima di scomparire.
La sua figura, allora, chiede di essere letta oltre la sequenza dei titoli pubblicati. Il tratto più riconoscibile è il modo in cui trasforma la ricerca in una forma di insistenza. Sceglie spesso temi poco pacificati, proprio dove la memoria pubblica si è irrigidita in racconto. Può essere una posizione scomoda, talvolta discutibile, ma dà compattezza al suo lavoro. Di Michele scrive come chi sa che una storia già chiusa fa risparmiare fatica, mentre una storia riaperta chiede di pagare il prezzo della verifica.
Majorana, in questo percorso, arriva come un approdo naturale. Dopo guerre, prigionie, liberazioni ambigue, vittime dimenticate e responsabilità rimosse, Di Michele incontra una figura che contiene molte delle sue questioni più insistenti: il documento incompleto, la testimonianza sfuggente, la verità che arretra, il dubbio che resta lavoro, la grande Storia che entra nella vita di un uomo e la piega senza riuscire a spiegarla del tutto. Il fisico scompare, lo scrittore resta sulle tracce. E in quella distanza, ancora oggi, qualcosa continua a chiedere conto.
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Foto di Andrea Martelli
