Quando l’indifferenza civile tradisce il valore della memoria: riflessioni su una società che dimentica troppo in fretta
Le e-mail inviate rimangono in attesa di risposta. Le richieste si accumulano nelle caselle di posta, mentre il tempo scorre inesorabile su ciò che dovrebbe essere intoccabile: la memoria. Alessandra Verni, madre di Pamela Mastropietro, si trova ancora una volta costretta a denunciare l’ennesima ferita inferta al ricordo di sua figlia. L’installazione commemorativa realizzata in via Spalato 124 a Macerata giace in stato di abbandono, vandalizzata e degradata, specchio di una società che sembra aver smarrito la bussola morale che dovrebbe guidare il rispetto verso le vittime della violenza.
La sua denuncia, pubblicata sui social network con la disperazione di chi ha già perso tutto e ora vede calpestare anche il ricordo, suona come un atto d’accusa verso una collettività che dimentica troppo in fretta le proprie tragedie. “A cosa serve organizzare eventi commemorativi se poi tutto ciò che viene creato viene distrutto e a nessuno sembra importare?”, scrive la donna, condensando in poche righe il paradosso di una società che si commuove nelle celebrazioni ufficiali ma lascia che la memoria quotidiana scivoli nell’oblio.
Dietro ogni atto vandalico che colpisce l’installazione dedicata a Pamela si cela una forma di violenza che va oltre il semplice danneggiamento materiale. Chi deturpa un monumento alla memoria dimostra un’inquietante povertà di coscienza, un’incapacità di comprendere il significato profondo di quei simboli che dovrebbero educare alla riflessione e al rispetto. Ogni pietra divelta, ogni fiore strappato rivela l’esistenza di menti che non hanno ancora metabolizzato la gravità di certi crimini, che non riescono a percepire il dolore delle famiglie e l’importanza della memoria collettiva.
Questa mancanza di empatia rappresenta forse il sintomo più preoccupante di una società che ha perso la capacità di indignarsi davvero, di sentire come propria la sofferenza altrui. Quando qualcuno deturpa un memoriale dedicato a una vittima di femminicidio, non sta solo compiendo un atto di vandalismo: sta manifestando un’impermeabilità emotiva che dovrebbe allarmare tutti noi. È il segno di una coscienza civile che si sta sgretolando, di una comunità che non riesce più a riconoscere il sacro nella memoria del dolore.
La storia di Pamela Mastropietro si snoda attraverso i meandri più bui della violenza di genere, intrecciandosi con le problematiche sociali della tossicodipendenza e dell’emarginazione. Era l’ottobre del 2017 quando la giovane romana, afflitta da disturbi di personalità borderline e dipendenza da sostanze stupefacenti, aveva trovato rifugio presso una comunità terapeutica di Corridonia, nelle Marche. La speranza di un riscatto, di una seconda possibilità, si spense tragicamente il 29 gennaio 2018, quando decise di allontanarsi dalla struttura.
Il giorno seguente, il 30 gennaio, il destino volle che il suo cammino incrociasse quello di Innocent Oseghale, spacciatore nigeriano che trasformò quella che doveva essere una ricerca di sostanze stupefacenti in un incubo senza ritorno. Nei giardini Diaz di Macerata iniziò una sequenza di eventi che si concluse con uno dei delitti più efferati della cronaca italiana recente. Le indagini ricostruirono con precisione chirurgica la dinamica dell’omicidio: dopo aver condotto Pamela nella sua abitazione di via Spalato 124, Oseghale la drogò con eroina, la violentò e, quando lei tentò di reagire agli abusi, la uccise con due coltellate al fegato.
Ma l’orrore non si fermò all’omicidio. L’uomo procedette allo smembramento del corpo, utilizzando ingenti quantità di varechina per cancellare ogni traccia del proprio crimine, prima di abbandonare i resti in due trolley nelle campagne di Pollenza. Il ritrovamento, avvenuto per mano di un passante, segnò l’inizio di un percorso giudiziario lungo e tortuoso che si concluse definitivamente solo nel gennaio 2025 con la conferma dell’ergastolo da parte della Corte di Cassazione.
Il processo si rivelò un calvario aggiuntivo per la famiglia Mastropietro. La difesa di Oseghale tentò ripetutamente di negare l’aggravante della violenza sessuale, sostenendo che Pamela fosse morta per overdose e che il rapporto fosse stato consensuale. Solo attraverso le testimonianze di collaboratori di giustizia e l’analisi forense più approfondita si riuscì a dimostrare inequivocabilmente che la giovane era stata violentata prima di essere uccisa, e che il movente del delitto era stato proprio il rifiuto della ragazza di sottostare agli abusi.
La vicenda giudiziaria ha rappresentato per Alessandra Verni un secondo trauma, costringendola a rivivere continuamente la morte della figlia attraverso udienze, ricorsi e appelli.
Ma anche dopo la definitiva condanna dell’assassino, la battaglia per la verità completa non si è conclusa. Recentemente la Procura Generale di Ancona ha archiviato le indagini su eventuali complici di Oseghale, nonostante alcuni elementi investigativi – dalle intercettazioni alle analisi tecniche – sembrassero suggerire la possibile presenza di altri soggetti nell’appartamento degli orrori. La famiglia Mastropietro si è opposta all’archiviazione, sostenendo che non tutti gli indizi sono stati adeguatamente approfonditi e che alcune testimonianze contraddittorie meriterebbero ulteriori verifiche. La questione è ora nelle mani del Giudice per le Indagini Preliminari di Macerata, mentre la ricerca della verità integrale continua.
La questione diventa ancora più urgente quando si considera che la mancanza di verità completa su certi crimini può nascondere realtà pericolose per la sicurezza pubblica. Non è un caso che episodi di violenza di genere continuino a verificarsi anche nel territorio maceratese, segno che il lavoro di prevenzione e di giustizia non può mai considerarsi concluso. Ogni verità nascosta, ogni indagine non approfondita fino in fondo, rischia di lasciare in libertà chi potrebbe nuocere ancora.
Ora, oltre a queste complesse battaglie per la verità e la giustizia, Alessandra Verni si trova a dover affrontare una nuova forma di dolore: quello di vedere il ricordo della figlia continuamente profanato da chi non comprende il valore della memoria.
Il femminicidio di Pamela Mastropietro si inserisce drammaticamente nelle statistiche di un fenomeno che continua a macchiare di sangue il nostro Paese. Ogni tre giorni una donna muore per mano di chi dovrebbe amarla o proteggerla, e troppo spesso la società si limita a esprimere cordoglio senza sviluppare quella sensibilità necessaria a prevenire nuove tragedie. I monumenti dedicati alle vittime dovrebbero servire proprio a questo: a mantenere viva la memoria, a educare le coscienze, a ricordare che dietro ogni statistica c’è una vita spezzata, una famiglia distrutta, un futuro negato.
Quando questi luoghi vengono vandalizzati, quando la loro sacralità viene violata, emerge con chiarezza drammatica quanto lavoro ci sia ancora da fare per costruire una società davvero consapevole. Chi compie questi gesti rivela di non aver compreso nulla dell’orrore che quei memoriali rappresentano, dimostra di essere rimasto impermeabile a qualsiasi forma di educazione civica ed emotiva. È il sintomo di una coscienza collettiva che ha ancora enormi vuoti da colmare.
La riflessione dovrebbe partire proprio da qui: dalla constatazione che esistono ancora persone incapaci di provare rispetto per il dolore altrui, incapaci di comprendere che certi luoghi sono sacri non per motivi religiosi, ma per ragioni profondamente umane. L’installazione di via Spalato 124 non è solo un monumento: è un simbolo della necessità di non dimenticare, un richiamo costante alla responsabilità che tutti abbiamo nel costruire una società più giusta e più sicura per le donne.
Ogni atto vandalico compiuto contro questi memoriali rappresenta quindi una sconfitta per l’intera comunità, la dimostrazione che non siamo ancora riusciti a trasmettere i valori fondamentali del rispetto e dell’empatia. Dovremmo interrogarci su cosa stia producendo queste coscienze così aride, così incapaci di riconoscere il dolore e di rispettarlo. Forse il problema risiede nella nostra incapacità di educare davvero alla sensibilità, di insegnare che la memoria delle vittime è un patrimonio collettivo che va protetto e onorato.
L’appello di Alessandra Verni non riguarda solo il ripristino di un’installazione commemorativa: è un invito alla riflessione per tutti noi. Ci chiede di guardarci intorno e di chiederci che tipo di società stiamo costruendo, che tipo di valori stiamo trasmettendo. La memoria di Pamela, come quella di tutte le vittime di femminicidio, dovrebbe essere un faro che illumina la strada verso una maggiore consapevolezza, non un bersaglio per chi non ha ancora sviluppato una coscienza civile matura.
Mentre l’installazione di via Spalato 124 continua a subire danneggiamenti, la voce di Alessandra Verni si alza come un monito per tutti noi. La sua battaglia per preservare la memoria della figlia è diventata la battaglia di chi crede ancora nel valore dell’educazione, del rispetto, della memoria come strumento di crescita collettiva. Finché esisteranno persone capaci di deturpare i luoghi dedicati alle vittime della violenza, significa che il nostro lavoro di costruzione di una società più consapevole è ancora lontano dall’essere completato.