Alcuni degli utensili che Diego Perissinotto ha ricevuto dagli zii Valerio e Vittorio Vio hanno quasi due secoli e vengono ancora usati. Erano appartenuti allo stuccatore veneziano Romano De Pra e, passando da una mano all’altra, sono arrivati fino al laboratorio di Sirecon S.r.l.. Restano strumenti di lavoro, con i segni lasciati da chi li ha impugnati nel corso degli anni. Poco più in là, la stessa attività si serve di laser scanner 3D, indagini multispettrali, fotopiani e mappature digitali. La distanza fra questi oggetti racconta già parecchio: il mestiere è cambiato, le possibilità di conoscere un’opera si sono moltiplicate, mentre il rapporto con la materia continua a chiedere attenzione, esperienza e una certa confidenza delle mani.
Per Diego quel rapporto comincia in famiglia. Il nonno Aristodemo Vio era decoratore e stuccatore; dagli anni Sessanta l’attività proseguì nel laboratorio dello zio Valerio, dove lui entrò nel 1985. Otto anni più tardi avviò una propria ditta individuale, diventata successivamente Perissinotto s.n.c.; nel febbraio 1997 venne costituita Sirecon. La crescita dell’impresa porterà molto lontano dalla dimensione della bottega, ma quella formazione resta riconoscibile nel modo di affrontare il restauro: guardare, conoscere il materiale, capire ciò che è successo a una superficie e decidere quanto sia opportuno fare. Una crepa, una ridipintura, una zona che ha assorbito umidità possono cambiare la lettura di un’opera. Anche una vecchia stuccatura racconta qualcosa, se si sa dove guardare.
Nel laboratorio veneziano una parte importante del lavoro consiste proprio nel raccogliere queste informazioni. Analisi dello stato di conservazione, documentazione fotografica, rilievi e indagini aiutano a ricostruire le trasformazioni subite da un manufatto e a riconoscere materiali che appartengono a epoche diverse. La tecnologia allarga lo sguardo del restauratore, ma la risposta arriva poi dall’opera stessa: da come reagisce a una prova, dalla consistenza di un supporto, dalla resistenza di una superficie. Per questo tele e tavole, affreschi, legni policromi, stucchi, marmorini, vetri, metalli e pietra non possono essere affrontati con una procedura indistinta. A volte il manufatto entra in laboratorio; altre volte sono le persone a dover raggiungere l’opera e adattare lì tempi, gesti e strumenti.
Parole come compatibilità, reversibilità e riconoscibilità appartengono al lessico tecnico del restauro, ma diventano comprensibili quando si pensa alla responsabilità che comporta intervenire su qualcosa che esisteva molto prima dell’arrivo del restauratore. Pulire significa scegliere quanto togliere. Reintegrare vuol dire stabilire dove fermarsi. Consolidare una parte fragile richiede di farla resistere senza trasformarne la natura. Il mestiere vive anche di questi limiti, che raramente hanno qualcosa di spettacolare e spesso decidono la qualità del risultato.
Venezia ha offerto a Sirecon molte occasioni per confrontarsi con questa misura. Nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo la società ha lavorato sulle superfici lapidee e laterizie delle facciate e su opere conservate all’interno del complesso, fra cui la vetrata di Bartolomeo Vivarini e il Polittico di San Vincenzo Ferrer di Giovanni Bellini. San Giacometto a Rialto appartiene invece anche alla memoria personale di Diego. Negli anni trascorsi accanto allo zio Valerio passava davanti alla chiesa, in mezzo al movimento del mercato, domandandosi se gli sarebbe mai capitato di lavorare su quell’edificio. È successo molto più tardi, quando Sirecon ne ha coordinato il recupero della facciata e della cella campanaria. In mezzo stanno anni di mestiere che nessuna cronologia aziendale riesce davvero a restituire nello stesso modo.
Le dimensioni dei cantieri, intanto, sono aumentate e con loro le responsabilità. Sirecon ha affiancato alla specializzazione del restauratore la progettazione, il coordinamento e la gestione operativa, assumendo in alcuni interventi il ruolo di capocommessa o project manager. Un grande edificio storico porta sullo stesso cantiere professionalità che parlano linguaggi diversi: restauratori, progettisti, imprese, tecnici degli impianti, ma anche le prescrizioni della tutela e le necessità della futura destinazione d’uso. Il lavoro consiste allora anche nel tenere insieme decisioni che si influenzano a vicenda. Dietro una parete decorata può passare un impianto; accanto a uno stucco settecentesco deve funzionare uno spazio contemporaneo. Ogni scelta ne trascina altre.
Da circa quindici anni questa esperienza accompagna Sirecon anche nel settore dell’hospitality, soprattutto a Venezia, dove un albergo può coincidere con un palazzo che ha già attraversato secoli di trasformazioni. Danieli, Gritti Palace e Bauer fanno parte degli hotel sui quali la società è intervenuta; a questi si aggiungono Ca’ Corner Reali, Palazzo Marcello Papadopoli, Palazzo Coccina Tiepolo Papadopoli, Villa Barbarich e Palazzo Nani Mocenigo. La notorietà degli indirizzi dice poco, da sola, sulla sostanza dei cantieri. Sono le facciate, gli affreschi, gli stucchi, i soffitti, le pietre e le superfici decorate a riportare ogni volta il lavoro alla sua dimensione reale.
A Palazzo Coccina Tiepolo Papadopoli le lavorazioni hanno interessato un edificio di circa seimila metri quadrati, dalle facciate a numerose pareti e soffitti interni. A Villa Barbarich il confronto è stato con affreschi cinquecenteschi, stucchi settecenteschi e prospetti esterni, insieme al coordinamento complessivo della commessa. In edifici destinati all’ospitalità la conservazione incontra esigenze che non possono essere lasciate fuori dalla porta: camere, servizi, percorsi, impianti devono funzionare ogni giorno. Il punto delicato sta nel farli entrare in spazi che possiedono già proporzioni e decorazioni proprie. Quando il cantiere è finito, l’ospite difficilmente conosce il numero di decisioni nascoste dietro ciò che vede. E va bene così: molto lavoro di restauro raggiunge il proprio scopo proprio quando smette di chiedere attenzione per sé.
Cambiano gli utilizzi, non la necessità di misurarsi con ciò che l’edificio porta con sé. All’Abbazia di San Gregorio, a Venezia, Sirecon ha lavorato sulle facciate, sul chiostro e su opere di interesse storico-artistico; nella sede veneziana della V-A-C Foundation sono stati interessati la facciata e gli apparati decorativi interni, dentro un progetto che avrebbe poi restituito gli ambienti ad attività espositive e didattiche. Un luogo torna a essere frequentato in modo diverso, mentre sotto quella nuova vita rimangono materiali e segni delle precedenti. Il restauro si trova esattamente in mezzo a questo passaggio.
Anche i lavori più vicini a noi riportano continuamente da una scala all’altra. A Conegliano, nel maggio 2026, si è concluso il restauro conservativo degli affreschi della Sala dei Battuti, dopo mesi di lavoro sul ciclo pittorico. A Pigna, nell’entroterra imperiese, l’intervento nella chiesa di San Michele Arcangelo ha coinvolto il rosone lapideo e una vetrata policroma che ha lasciato temporaneamente la propria sede per raggiungere il laboratorio veneziano. Nel luglio dello stesso anno è stato autorizzato il progetto di Sirecon per gli stalli lignei e il soffitto a cassettoni policromi della Sala Capitolare benedettina del Seminario Vescovile di Treviso. Nel giro di pochi mesi si passa così dagli affreschi al vetro, dalla pietra al legno. Il mestiere ricomincia ogni volta da un materiale diverso.
Per sostenere cantieri di questa natura è cresciuta anche la squadra. Nel 2022 Sirecon contava trentacinque collaboratori, diciassette dei quali dipendenti; i dati riferiti al 2025 indicano una media complessiva di trentasei addetti. Le qualificazioni SOA nelle categorie OG2 e OS2A danno la misura formale delle attività che la società può affrontare, ma la struttura reale è fatta soprattutto di professionalità differenti che devono imparare a lavorare sullo stesso problema. Il salto dalla bottega a un’organizzazione di queste dimensioni è considerevole. Eppure basta tornare in laboratorio perché la scala si riduca di nuovo: una superficie davanti agli occhi, una prova da controllare, una scelta che qualcuno deve assumersi.
Adesso, accanto a Diego, stanno entrando anche i figli. Dario Perissinotto è architetto; Giacomo Perissinotto sta completando la propria formazione nel restauro. I loro percorsi incontrano due parti che negli anni sono diventate sempre più vicine dentro Sirecon: progetto e conservazione. Chiamarlo già ricambio generazionale significherebbe anticipare una storia ancora in corso. Per il momento conta il fatto che il mestiere continui a passare, anche questa volta, senza obbligare chi arriva a ripetere esattamente la strada di chi lo ha preceduto.
Nel laboratorio restano quegli utensili vecchi di quasi due secoli. Hanno attraversato generazioni, mentre intorno cambiavano tecniche, dimensioni dei cantieri e responsabilità. Continuano a essere presi in mano perché servono, non perché rappresentano qualcosa. Poco distante, una scansione digitale restituisce informazioni che chi li utilizzava all’origine non avrebbe potuto immaginare. In mezzo stanno le persone, e il compito è ancora quello di capire fin dove arrivare. Poi il ponteggio viene smontato, una vetrata torna al suo posto,le stanze ricominciano a essere attraversate. Del restauratore può non rimanere quasi traccia. Dell’opera, invece, deve rimanerne abbastanza.
