Tutti parlano di intelligenza artificiale. Pochi si chiedono chi la costruisce, e ancora meno dove finiscono i documenti di un’impresa quando vengono affidati a un sistema che non le appartiene. Per capire perché esista una piattaforma di AI privata, installata dentro l’infrastruttura del cliente, conviene allora rovesciare la domanda: che cosa porta una persona che lavora da trent’anni nell’informatica a costruirne una?
Massimo Gregori ha conosciuto l’informatica quando era ancora fatta di macchine da configurare, programmi da installare, reti da tenere in piedi e clienti da aiutare nel momento esatto in cui qualcosa si fermava. Prima delle piattaforme generative, prima dei modelli linguistici, prima che l’intelligenza artificiale entrasse nel vocabolario quotidiano delle aziende, il suo lavoro era già lì: dare ordine alla tecnologia, renderla affidabile, farla servire a uno scopo preciso. A Trieste, questa familiarità concreta con il digitale è diventata nel tempo impresa, metodo, poi una piattaforma pensata per portare l’AI dentro le aziende senza separarla dai dati, dai processi e dalle responsabilità di chi la utilizza.
Il percorso non nasce da una linea dritta. Dopo il Liceo Classico Dante Alighieri di Trieste, Gregori si iscrive a Economia e Commercio, anche sulla scia di uno zio commercialista; supera i primi esami, poi capisce presto che quella strada non gli appartiene davvero e passa a Biologia, all’Università degli Studi di Trieste. La curiosità scientifica resta, anche quando l’informatica prende il sopravvento. Nel luglio del 1990, già iscritto all’università, parte volontario per il servizio militare in Marina, di stanza al Morosini di Venezia, la scuola navale militare della Marina. Ogni lunedì rientra a Trieste per seguire i laboratori, e uno dei primi esami di Biologia lo sostiene ancora in divisa. È un dettaglio quasi cinematografico, ma soprattutto pratico: racconta una persona abituata a tenere insieme dovere, studio e direzione personale senza aspettare che tutto sia comodo.
Durante gli anni universitari impara i primi rudimenti del computer e apre la sua prima attività. Più che immaginarsi imprenditore, comincia a comportarsi da imprenditore: osserva un bisogno, prova a risolverlo, trasforma una competenza in un servizio. In quella stagione l’informatica si impara studiando, sbagliando, riprovando, con una disponibilità alla fatica che tornerà spesso nel suo modo di leggere anche le tecnologie più recenti.
Nel 1995 nasce MG Software, la sua prima azienda, dedicata a produzione software e consulenza informatica. Sono anni in cui il digitale entra nelle imprese in modo diretto: programmi da sviluppare in Visual Basic, installazioni da seguire, configurazioni da correggere, problemi da chiudere senza troppe spiegazioni accessorie. Poco dopo arriva il Lussemburgo, con Softing Europe Distribution S.A., dove dal 1997 al 2000 Gregori lavora come programmatore su software applicativi, test di prodotto e pacchetti di installazione. Viaggia spesso all’estero, soprattutto in Svezia e in Olanda, e ancora in Norvegia e Russia. Lì la competenza tecnica deve accompagnarsi alla capacità di capire interlocutori, mercati, richieste diverse. Anche l’inglese entra in questo apprendistato: Softing Europe lo manda a Fort Lauderdale, in Florida, per un corso di lingua, che poi affina sul campo nei progetti internazionali.
Dal 2001 al 2005, con Softing Europe Servizi, il lavoro cambia scala. Gregori diventa product manager, coordina gruppi di sviluppo locali ed esteri, tra Spagna e Ungheria, segue clienti internazionali, lavora sulla progettazione di software e sulla trasformazione delle informazioni di mercato in prodotti. Il codice resta importante, ma intorno al codice crescono altre responsabilità: decidere cosa costruire, per chi, con quali priorità, con quale tenuta nel tempo. In quegli anni si definisce una parte del suo metodo: ascoltare il bisogno, portarlo a terra, dargli una forma utilizzabile.
Nel 2006 Gregori è tra i quattro soci che fondano BI@Work, all’interno del Business Innovation Centre di Trieste. La missione iniziale è semplice da enunciare e difficile da garantire: portare alle imprese soluzioni ICT affidabili, sicure e scalabili. L’azienda cresce su attività poco appariscenti e decisive: sistemi informatici, assistenza, sicurezza, backup, infrastrutture, servizi web, posta elettronica, e-commerce, consulenza. Un server stabile raramente viene notato. Una rete ben configurata diventa quasi invisibile. Un backup mostra il proprio valore quando salva una situazione. BI@Work costruisce la propria identità in questa parte concreta del digitale, nella tecnologia che spesso si nota solo quando manca: quando un server si ferma, una rete non risponde, un backup diventa l’unico modo per recuperare il lavoro di giorni o di anni. È lì che la tecnologia serve a evitare interruzioni, proteggere informazioni, semplificare processi, rendere più solido il lavoro quotidiano delle imprese. Nel 2009 è tra i protagonisti del progetto TRI-ICT, presentato al Parco Tecnologico “Luigi Danieli”: un passaggio che consolida la sua competenza nell’innovazione applicata al tessuto imprenditoriale.
Con il tempo, intorno all’assistenza e alle infrastrutture cresce una specializzazione precisa: la protezione del dato. Gli attacchi informatici diventano più aggressivi e, insieme a loro, aumenta la consapevolezza che un’azienda può ritrovarsi da un momento all’altro con i documenti bloccati. È qui che BI@Work sceglie anche un ruolo di distribuzione per il mercato italiano di marchi legati alla cybersecurity e alla data protection. Il passaggio decisivo arriva nel 2013, quando l’azienda avvia la distribuzione di Avast e NovaBACKUP; nel 2016, con l’acquisizione di AVG da parte di Avast, anche quel marchio entra nella stessa offerta, e nel 2019 si aggiunge G DATA. Attraverso una rete di rivenditori su tutto il territorio nazionale e un Portale Rivenditori in cui i professionisti possono gestire licenze, preventivi e rinnovi, la protezione raggiunge migliaia di imprese.
Dietro i marchi resta però la stessa idea che tornerà più avanti in E17® NEXUS. L’antivirus serve a bloccare l’attacco, il backup a recuperare i dati: due facce di un unico principio. Quando un’azienda arriva a pagare un riscatto per riavere i propri file, la domanda reale è una sola: aveva una copia di sicurezza? Perché se la copia c’è, si riparte. Distribuire sicurezza, per Gregori, non significa vendere un programma, ma proteggere anni di lavoro. È la stessa convinzione che deciderà la natura della sua piattaforma di intelligenza artificiale: i dati aziendali sono il patrimonio più importante di un’impresa, e l’esperienza consolidata di BI@Work può diventare, per il cliente, il miglior alleato.
Intorno al 2017 e 2018 c’è, nella sua storia, una fase di passaggio e di riflessione personale. BI@Work prosegue senza interruzioni; accanto, per un breve periodo, nasce 17BIT.IT, dedicata allo sviluppo web, ai siti WordPress e agli e-commerce WooCommerce. Non è una deviazione, ma un momento di raccoglimento, il tempo che a volte serve per rimettere a fuoco le priorità. Da lì, alla fine del 2018, Gregori assume la guida di BI@Work S.r.l. Socio Unico come CEO, con la responsabilità piena della direzione tecnica e strategica. Nel 2025 l’azienda raggiunge il livello di Partner Platinum Synology, coerente con una storia costruita su archiviazione, protezione e continuità operativa. L’intelligenza artificiale, dentro questa traiettoria, arriva dopo anni trascorsi a maneggiare dati, recuperarli, difenderli, rimetterli in ordine. Prima di chiedere a un sistema di rispondere, bisogna sapere dove si trovano le informazioni, come sono conservate, quanto possono essere davvero utilizzate. Per Gregori questa è la premessa tecnica, ma anche culturale.
E17® NEXUS può nascere così perché alle spalle non ha una competenza isolata, ma una sequenza lunga di mestieri attraversati davvero. Gregori ha immaginato prodotti, scritto software, seguito installazioni, messo mano alle infrastrutture dei clienti, costruito una distribuzione nazionale, lavorato sull’usabilità. Sono passaggi che spesso, nelle aziende, appartengono a figure diverse; nel suo percorso sono diventati uno dopo l’altro parte dello stesso bagaglio. Oggi BI@Work è una squadra, una struttura snella con un team interno specializzato e una rete di partner, ma la direzione nasce anche da questa conoscenza ravvicinata di ogni anello della catena.
Gli anni da product manager gli hanno insegnato a trasformare informazioni di mercato in prodotti; il corso Artificial Intelligence per il Business della SDA Bocconi, seguito nel 2024, aggiorna quella esperienza sul terreno delle roadmap AI per le aziende. La programmazione viene da lontano, dal Visual Basic alle applicazioni in C/C++, fino a Python. La realizzazione e l’installazione appartengono al mestiere di chi ha gestito pacchetti d’installazione e poi, con BI@Work, è entrato nelle infrastrutture reali dei clienti. La distribuzione nasce dalla rete nazionale di rivenditori; la UX, cioè il modo in cui una persona davanti allo schermo riesce davvero a usare uno strumento, viene anche dagli anni di siti web ed e-commerce, dove l’usabilità è la differenza tra qualcosa che lavora e qualcosa che resta fermo.
Dentro E17® NEXUS confluisce questa somma. Non il prodotto di un reparto, ma la sintesi di un’esperienza che ha attraversato il ciclo di vita del software: pensarlo, scriverlo, farlo funzionare, portarlo dentro l’azienda e renderlo semplice. “E17 NEXUS è il risultato delle competenze acquisite in trent’anni di lavoro”, dice Gregori, “e l’obiettivo resta sempre lo stesso: rendere facili le cose che per molti non lo sono”.
A dare la spinta decisiva verso l’intelligenza artificiale c’è anche un mentore: un amico di una generazione più grande, Giorgio P., figura di grande esperienza in un altro settore, con cui Gregori si incontra spesso per ragionare di strategie, idee, direzioni da prendere. È lui a incoraggiarlo con forza a percorrere la strada dell’intelligenza artificiale. Lo stimolo arriva al momento giusto, trova un terreno già pronto, fatto di trent’anni di lavoro sui dati, e lo mette in movimento.
Da questa traiettoria prende forma E17® NEXUS. La piattaforma sviluppata da BI@Work porta l’intelligenza artificiale dentro l’infrastruttura aziendale con un’impostazione privata e on-premise: i documenti e la conoscenza interna restano nel perimetro dell’impresa, i dati possono rimanere in locale, le funzioni online sono opzionali. L’elaborazione avviene su server o hardware dedicato e il motore RAG permette di interrogare documenti, manuali, contratti, procedure e archivi in linguaggio naturale. È una scelta di campo: zero cloud, nessuna esposizione dei dati, l’intelligenza artificiale che lavora dove i dati devono stare. In termini pratici, l’azienda costruisce un assistente interno capace di orientarsi nei suoi materiali, collegarli, recuperarli e rispondere sulla base di ciò che è stato caricato.
Gregori tiene a una precisazione importante: E17® NEXUS non è un nuovo modello di intelligenza artificiale. I modelli migliori esistono già, e alcuni sono aperti, come Gemma, sviluppato da Google. Il lavoro di E17 è farli funzionare in locale e costruire intorno a loro ciò che serve perché diventino davvero utili a un’azienda: il motore RAG che interroga i documenti, l’interfaccia pensata per il lavoro quotidiano, la gestione degli utenti e della sicurezza, un’installazione su Windows ridotta all’essenziale. Non reinventare il motore, ma costruire l’automobile intorno. Ed è proprio lì, in quel “tutto intorno”, fatto di architettura, usabilità, sicurezza e integrazione, che si misura il talento di chi l’ha progettata.
Il senso della piattaforma emerge pensando alla quantità di informazioni che molte imprese possiedono e usano solo in parte. Procedure interne, listini, manuali tecnici, documentazione commerciale, contratti, norme, archivi cresciuti negli anni: materiale prezioso, spesso disperso tra cartelle, file, repository e abitudini diverse. E17® NEXUS interviene in quel punto, dove la memoria aziendale esiste ma fatica a diventare operativa. Per chi lavora in amministrazione, nell’area tecnica, nel commerciale, nel legale o nell’assistenza, poter chiedere a un sistema dove si trova un’informazione e ricevere una risposta fondata sui documenti interni cambia il rapporto con il tempo, con gli errori, con la continuità del lavoro. La rapidità conta, ma conta ancora di più sapere da dove nasce quella risposta, poter risalire al documento e ridurre il rischio delle cosiddette “allucinazioni”.
Lo stesso bisogno di verifica torna quando Gregori parla dell’intelligenza artificiale come strumento di lavoro e di formazione. Può essere un professore accanto a chi vuole imparare, può dare “superpoteri” a chi possiede già un mestiere, può moltiplicare velocità e possibilità. Ma la macchina non fa miracoli se chi la usa non sa cosa chiederle. Per ottenere un risultato serio bisogna guidarla, correggerla, interrogarla meglio, controllare quello che produce. Gregori racconta di fare più fatica, non meno, quando la usa seriamente, perché una risposta utile richiede istruzioni precise e senso critico. Accettare la prima versione, delegare senza capire, smettere di ragionare: è lì che uno strumento potente rischia di impoverire chi lo utilizza. “Prima di arrivare all’intelligenza artificiale”, riassume Gregori, “bisogna usare quella naturale”.
C’è anche un paradosso che ha imparato proprio salendo di livello nell’intelligenza artificiale: più cresce la padronanza tecnica, più diventa evidente che la tecnica, da sola, non basta come indicatore di successo. A fare la differenza è un’intelligenza di tipo diverso, umanistica: la capacità di porre la domanda giusta, riconoscere ciò che conta davvero, assumersi la responsabilità del risultato. Non a caso tutto comincia da un liceo classico e da una curiosità scientifica: la cultura, prima ancora della tecnologia, insegna a usare bene gli strumenti. Dietro la macchina, in parallelo, resta sempre l’uomo.
Nella sua visione, studiare ogni giorno resta indispensabile, soprattutto per chi sarebbe tentato di usare l’AI per saltare la fatica dell’apprendimento. Senza passione, qualsiasi mestiere finisce per consumarsi prima di diventare davvero competenza. Lo stesso criterio orienta il rapporto con i giovani. Quando valuta collaboratori o stagisti, Gregori guarda alla curiosità, alla voglia di imparare, alla disponibilità a misurarsi con problemi reali. Il titolo di studio conta, ma non esaurisce il potenziale di una persona. In azienda preferisce un approccio laboratoriale, perché alcune competenze nascono facendo, sbagliando, capendo perché una soluzione non ha funzionato. Anche l’errore, nella sua lettura, perde il tono definitivo che spesso gli viene attribuito: sbagliare qualcosa è il modo per capire che quella strada non funziona e va cambiata, a volte il punto da cui ripartire con più lucidità.
Sul futuro delle professioni il suo ragionamento è netto. Molti lavori avranno bisogno di una familiarità crescente con gli strumenti digitali: non per trasformare tutti in programmatori, ma per permettere a ciascuno di usare meglio ciò che riguarda il proprio mestiere. Nasceranno figure capaci di insegnare alle aziende a dialogare con l’intelligenza artificiale, mentre settori creativi e produttivi stanno già cambiando anche per chi parte con poche risorse. A scuola, secondo Gregori, il tema dovrebbe spostarsi dall’uso passivo all’allenamento: non lasciare che l’AI faccia i compiti al posto degli studenti, ma usarla per farsi interrogare, verificare la preparazione, esercitare la comprensione.
Dentro questo ragionamento entra anche la competizione globale. Gregori guarda a Paesi come l’India, fortissimi nel campo informatico, e considera il lavoro ormai molto più ampio dei confini locali. Chi resta fuori da questi strumenti rischia di perdere terreno; chi li usa senza proteggere i propri dati rischia di perdere controllo, riservatezza, memoria aziendale. Per questo la sicurezza, nel suo modo di ragionare, viene prima dell’entusiasmo. Già localizzata in 34 lingue, E17® NEXUS nasce con una vocazione europea fatta di controllo dei dati, indipendenza dal cloud, licenza perpetua e sovranità del dato, e si prepara a mostrarsi dal vivo: al WMF We Make Future 2026 di BolognaFiere, Padiglione 30, Stand C25, dal 24 al 26 giugno 2026, e nel febbraio 2027 all’AI Festival di Milano. Una piattaforma da installare, provare, adattare ai processi, mantenendo vicino all’impresa ciò che l’impresa ha costruito nel tempo.
Prima ancora del lavoro c’è una biografia che spiega la sua misura. Nato a Trieste, a pochi mesi parte con la famiglia per l’Africa, poi per il Sud America, e torna in città a cinque anni e mezzo: una vita che impara presto la distanza e il ritorno. Il padre, che aveva continuato a vivere e lavorare all’estero, muore nel 1994, quando Massimo ha quasi ventiquattro anni. Sono esperienze che insegnano la tenuta prima e più di qualsiasi mestiere.
Forse è per questo che parla di Karate Shotokan come di una presenza costante, un modo per restare centrato, per non perdere misura quando la vita chiede fermezza. Ed è stato proprio il suo maestro di karate, Giorgio Farace, a prepararlo nel 2014 al Cammino di Santiago: oltre 600 chilometri a piedi, percorrendo un tratto del Cammino Francese e poi il Cammino Primitivo da Oviedo, dove l’unico compito è scegliere un passo e tenerlo, giorno dopo giorno. La stessa disciplina, lo stesso togliere il superfluo. Nel Dojo Kun tornano principi essenziali: perfezionare il carattere, percorrere la via della sincerità, rafforzare lo spirito, osservare un comportamento impeccabile, astenersi dalla violenza, acquisire autocontrollo. Non serve cercarvi una morale aziendale; basta riconoscere un’abitudine alla disciplina che precede ogni strategia.
E poi la fotografia, il registro più intimo: “cosa i miei occhi vedono quando fotografo”. Fotografare significa scegliere un punto da cui guardare, aspettare, lasciare che un dettaglio entri nell’inquadratura oppure resti fuori. Karate, Cammino e fotografia, in fondo, dicono la stessa cosa senza insistere: da una parte la disciplina, dall’altra lo sguardo. Entrambi lontani dalla fretta. La tecnologia si può rendere semplice; la vita no, ma si può attraversare con misura.
Il percorso di Massimo Gregori tiene insieme formazione classica, curiosità scientifica, codice, esperienza internazionale, impresa, karate, cammino e fotografia. Alcuni elementi si spiegano, altri restano laterali. Va bene così. Da Trieste, BI@Work opera oggi su scala nazionale tra consulenza, assistenza tecnica, distribuzione software, cybersecurity, business intelligence e intelligenza artificiale, ma il punto resta lo stesso che attraversa tutta la sua storia professionale: rendere utilizzabile ciò che rischia di diventare troppo complesso.
In questa linea si colloca anche E17® NEXUS, abbastanza tecnico da non ridursi a racconto commerciale e abbastanza leggibile da parlare a chi, in azienda, vuole usare l’intelligenza artificiale senza diventare specialista di modelli linguistici. Gregori ci arriva con più di trent’anni di lavoro alle spalle, passando dalla programmazione alla sicurezza, dall’assistenza alla gestione dei dati, fino a una piattaforma che prova a mantenere l’AI vicino alle informazioni dell’impresa: il prodotto e la prova, insieme, di un unico talento.