Black Lives Matter contro il razzismo che non possiamo più tollerare

L’immagine del ginocchio del poliziotto che fa forza sul collo di George Floyd è così raccapricciante che vorremmo dimenticarla. In quei quasi nove minuti durante i quali la vita di un innocente è stata follemente spezzata – l’autopsia ha assodato che Floyd è morto soffocato dalla manovra dell’agente di polizia – è accaduto un evento terribile che ne contiene molti altri. La storia del razzismo negli Stati Uniti è plurisecolare. Come ha sostenuto Noam Chomsky, in una lunga intervista rilasciata al Manifesto, bisogna considerare che contro la comunità nera “ci sono 400 anni di brutale repressione. Dapprima, il più violento sistema di schiavismo della storia, che ha costituito la base della crescita economica e della prosperità degli Stati uniti (e dell’Inghilterra)”. La voce autorevole del grande intellettuale ci consente di cogliere gli intrecci tra il razzismo istituzionalizzato e la storia del contesto sociale americano, a partire dal XIX secolo quando: “Se un nero se ne stava in piedi per la strada, poteva essere fermato per vagabondaggio, gli poteva essere comminata una multa che non avrebbe pagato e sarebbe così finito in prigione. Una volta lì, sarebbe stato messo a disposizione delle aziende in quanto lavoratore ideale: disciplinato, nessuna protesta, costi quasi pari a zero. Questa strategia ha contribuito enormemente alla rivoluzione industriale dell’epoca, così come all’agribusiness. La seconda ondata di criminalizzazione ha preso slancio con Ronald Reagan. Nel 1980, quando si insediò alla presidenza, il tasso di incarcerazione rientrava nella media europea. Da allora ha subito un’impennata, attestandosi ben al di sopra dell’Europa. Le incarcerazioni coinvolgono in maniera sproporzionata i neri.” La sistematica ‘criminalizzazione delle vite dei neri’, che trova una terribile cassa di risonanza nella propaganda dei suprematisti bianchi ovvero di quei gruppi di ultradestra che appoggiano il Presidente Trump, ha ingenerato una reazione di rifiuto nei confronti della polizia e più in generale del sistema nel suo complesso. Il movimento Black Lives Matter – uno slogan, un hashtag e in occasione delle imponenti manifestazioni di piazza anche il nome della strada di Washington che porta alla Casa Bianca – riunisce gli afroamericani vessati da secoli, i milioni di bianchi stufi di vivere in un Paese razzista, il femminismo radicale, l’ambientalismo, le istanze delle persone Lgbtqi+. D’altra parte, BLM nasce nel 2012 in risposta all’omicidio in Florida di Trayvon Martin, un minore disarmato ucciso dal poliziotto George Zimmerman. Le fondatrici sono tre donne, di cui due transgender (Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi). Alicia Garza scrive la frase che terrà a battesimo il movimento in “una lettera d’amore alle persone nere” pubblicata su Facebook. Il post si chiude con parole destinate a fare storia: “Neri. Vi amo. Ci amo. Le nostre vite contano”. L’ultima frase viene trasformata in un hashtag #BlackLivesMatter, che in pochissimo tempo diventa virale sui social network. Al grido di No Justice No Peace! in tutte le piazze del mondo e in modo pacifico, dopo le violenze verificatesi nelle città americane ad opera di alcuni estremisti incuranti tra l’altro del rischio pandemia da Covid-19 (l’emergenza sanitaria non è affatto finita in America, è bene ricordarlo), milioni di persone hanno testimoniato la più semplice ed essenziale delle verità: nel XXI secolo, dunque nel terzo millennio, non è più accettabile che una persona venga uccisa oppure brutalizzata per via del colore della sua pelle.

Foto tratta dal sito web jacobinitalia.it

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