Ci sono testi che risplendono: Il procuratore della Giudea di Anatole France, pubblicato nel 1902, è uno di questi, prezioso com’è di silenzi e di omissioni. In poche pagine, l’autore mette in scena un dialogo leggero eppure vertiginoso, in cui due notabili romani, il senatore Aelio Lamia e l’ex procuratore Ponzio Pilato, ricordano i loro anni in Oriente, tra amarezze e celebrazioni. È un incontro mondano, quasi frivolo, quello che ci viene raccontato, ma potentissimo: ci si scambia memorie, si parla di clima, di usanze, di amministrazione. Poi, quasi per caso, un nome interroga l’aria: Gesù; ma, proprio come i sussurri, è destinato a perdersi nel vento. Il racconto è tutto lì, in questo nome prende forma e, insieme, si disperde: nel peso di quella dimenticanza si coagula un’intera esistenza, forse la nostra. France costruisce un gioiello di ambiguità: un personaggio che ha segnato la Storia, e un funzionario che non ne ha percepito la portata; un uomo condannato che si presenta in un’ingenuità colpevole ma quasi impalpabile. Grazie alla traduzione di Leonardo Sciascia, questo breve testo ha trovato una nuova, lucidissima vita.
L’autore siciliano a traduce infatti France come se respirasse insieme a lui: con quella prosa pulita, essenziale, che è la sua cifra e insieme un omaggio al maestro francese dell’ironia sottile. Ogni frase è calibrata: nessun orpello, nessuna enfasi. La lingua sembra ritirarsi per lasciar emergere l’acume originario dei personaggi portati sulla scena. Eppure, in questa apparente trasparenza, si percepisce la mano di Sciascia: la sua sensibilità verso il potere, il suo gusto per il non detto, la sua attenzione ai meccanismi della colpa e della responsabilità. Tradurre, per l’autore, significa interpretare, ma nell’interpretazione non ci si può esimere dal prendere posizione. Il racconto, poi, si conclude con una nota finale che è un piccolo capolavoro nel capolavoro: una riflessione breve ma densissima, che rilegge l’opera di France quale anticipazione moderna dello spirito laico, del dubbio come forza morale, della capacità di guardare alla Storia senza mitizzarla né, tantomeno, dissacrarla. Sciascia, infatti, non spiega il racconto: lo illumina di sbieco come una vecchia candela verso un teatro semivuoto. Sciascia si interroga su Pilato non come figura religiosa, ma come uomo di potere che non vede ciò che ha davanti, un uomo disilluso ma fiero al punto di non essersi mai messo in discussione. È l’oblio, però, la vera materia del racconto, nonché il luogo nel quale, in filigrana, traspare l’interesse sciasciano per la verità negata, per il “non ricordo” che diventa un modo di governare, ma soprattutto di essere. Il procuratore della Giudea è un incontro perfetto tra due genialità: quella ironica, sottilissima di Anatole France, e quella limpida, razionale e inquieta di Leonardo Sciascia. Rileggere oggi quest’opera significa attraversare un doppio livello di lettura: il racconto in sé, agile come un aneddoto mondano, e la sua interpretazione italiana, che gli aggiunge profondità morale e un’ombra di inquietudine. Ogni vita, del resto, ne è provvista.
