Flesh di David Slazay: una storia incisa nella pelle

Quando David Szalay ha vinto il Booker Prize 2025 con Flesh — «un romanzo straordinario e singolare», secondo i giudici — non ha premiato soltanto una storia, ma una visione: quella di un’esistenza declinata nella carne, nel desiderio e nell’estraneità. Flesh segue infatti la vita di István, un ragazzo ungherese che cresce in un quartiere popolare, timido e isolato, e che sviluppa un rapporto complicato con una donna più grande. Da quel primo gesto incerto, la sua vita prende slancio, trascinandolo tra il servizio militare, la migrazione e l’ascesa fino ai salotti dell’élite londinese. Ma il cuore della narrazione non è il successo: è il vuoto che si nasconde dietro la ricchezza, la difficoltà di abitare il proprio corpo, e l’impressione di non appartenere mai davvero né all’uno né all’altro mondo. Il merito di Szalay, che già in passato era stato candidato al Booker (era nella shortlist nel 2016 con All That Man Is), è stato quello di dare vita a un personaggio il cui silenzio è eloquente e, insieme, violento: István parla poco, ma soffre molto, e molto agisce, talvolta contro di sé. Insomma, ogni spazio bianco lasciato sulla pagina ha un peso, in Flesh, un romanzo nel quale il non detto è parte integrante della narrazione, se non addirittura il cuore di quest’ultima. Oltre ad essere un manifesto dell’assenza e della critica sia sociale che personale, Flesh è una meditazione potente sul potere e sul suo prezzo: István non è solo un outsider rispetto al suo paese d’origine, ma anche qualcuno che si scontra con l’idea europea di successo, quindi con sé stesso nel momento in cui lo raggiunge. Un altro tema, poi, si fa strada nel romanzo, costituendone il vero e proprio leitmotiv: la fisicità, disturbante e refrattaria a qualsiasi apologia. Szalay non idealizza il corpo, ma lo racconta quale strumento d’amore e di violenza, raccontando la carne (Flesh, appunto) quale territorio nel quale si scontrano continuamente ascesa e rovina. Quando Szalay ha ricevuto il premio, ha ammesso che scrivere Flesh gli era sembrato “rischioso”: un titolo così diretto, un’idea di romanzo così essenziale, sembravano andare contro le convenzioni, ma alla fine è stato tutto ciò a sancirne il successo. Leggere Flesh è un’esperienza che scuote, ma che insegna qualcosa che veramente può formarci in quanto umani: è infatti un romanzo che spinge a interrogarsi su ciò che davvero plasma la nostra identità: la memoria, il desiderio, la dignità taciuta e quella riscattata. Con il Booker Prize, Szalay non ha soltanto ottenuto un riconoscimento: ha dimostrato che la letteratura esige ancora il coraggio del silenzio. E che, a volte, per raccontare la carne serve la leggerezza di un sussurro.

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