Mimmo Di Marzio, le vite dipinte degli Insospettabili

Nel settembre del 2013, allo Spazio Emmaus di Milano, Mimmo Di Marzio esponeva piccoli dipinti dedicati ai bagnanti. Erano amici e famiglie sulla spiaggia, ritratti anche mentre si scattavano fotografie. La mostra comprendeva alcuni paesaggi urbani. La personale, curata da Vera Agosti, si intitolava Vite parallele. Alla scrittura d’arte Di Marzio affianca infatti una ricerca pittorica personale, accanto al giornalismo e alla cura delle mostre. Oggi, nel libro Gli insospettabili. Da Goethe a David Bowie, la pittura come seconda vita, pubblicato da Giunti, racconta le esperienze di persone conosciute soprattutto attraverso romanzi, film e canzoni, che hanno sentito il bisogno di esprimersi anche con disegni e dipinti.

Da molti anni Di Marzio scrive d’arte e di mercato dell’arte per Il Giornale e attualmente dirige la pagina Arte & Investimenti dell’inserto economico Moneta. Segue dunque sia il lavoro degli artisti sia il modo in cui le opere vengono accolte, esposte e valutate. Ha insegnato Editoria per l’Arte all’Accademia di Brera e, come curatore, ha dedicato attenzione alle tecniche e ai materiali con cui gli artisti lavorano. Nel 2012, con la collaborazione di Nicoletta Castellaneta, aveva curato al Castello Sforzesco di Milano Homo Faber. Il ritorno del fare nell’arte contemporanea. La mostra metteva in relazione le collezioni di arte applicata dei musei del Castello con lavori contemporanei nei quali la manualità e la conoscenza dei materiali avevano un ruolo decisivo.

Di Marzio dichiara la domanda da cui nasce il libro nelle pagine introduttive: che cosa porta persone già affermate nel proprio campo a dedicare tanto tempo alla pittura? Il successo come scrittori o musicisti può convivere con un desiderio ancora da soddisfare, e la notorietà può perfino complicare il riconoscimento di un altro talento. L’autore parte da Dino Buzzati, che soffriva perché veniva considerato soprattutto uno scrittore, mentre avrebbe voluto essere riconosciuto anche come pittore. «Maledette etichette», commenta Di Marzio. Nei ritratti cerca le ragioni di quella passione e ricostruisce quanto i quadri abbiano in comune con le altre opere dei loro autori. Nelle 208 pagine del volume, riproduzioni di opere e testimonianze permettono di seguire esperienze molto diverse, dalla pittura coltivata in privato alle mostre e ai rapporti con i collezionisti.

Per Hermann Hesse, l’autore di Siddharta, dipingere significava anche concedersi ore lontano dallo studio e dagli impegni della scrittura. Aveva cominciato intorno ai quarant’anni. Di Marzio ne ripercorre l’esperienza attraverso lettere e ricordi nei quali lo scrittore descrive il piacere di uscire con un piccolo cavalletto, gli acquerelli, l’acqua, la carta e una pesca nello zaino. Nei paesaggi del Ticino trovava soggetti da dipingere e un sollievo dalle proprie inquietudini; gli acquerelli comparivano anche nelle lettere agli amici. La pittura rientrò poi nella narrativa. Nell’Ultima estate di Klingsor, il cui protagonista è un pittore, Hesse traspose qualcosa delle giornate trascorse fra i villaggi e i boschi della Svizzera italiana.

Con Buzzati, il rapporto fra immagini e scrittura diventa ancora più stretto. «Dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa», affermava l’autore del Deserto dei Tartari. Di Marzio segue questa convinzione nelle opere: nel dipinto dedicato al Duomo di Milano, la cattedrale assume l’aspetto di una montagna dolomitica e la piazza si trasforma in un prato, facendo incontrare la città della sua vita adulta con il paesaggio dell’infanzia. Nel Poema a fumetti, invece, Buzzati racconta attraverso testi e tavole a colori una versione contemporanea del mito di Orfeo ed Euridice. Il protagonista è Orfi, un chitarrista che scende nell’oltretomba per ritrovare l’amata Eura; l’ingresso nell’aldilà si trova in una Milano riconoscibile e insieme fantastica. Anche i Miracoli di Val Morel nascono dall’unione di racconti e dipinti. Buzzati vi inventa prodigi e personaggi, raffigurandoli come negli ex voto, le immagini offerte dai fedeli per ringraziare di una grazia ricevuta.

Il disegno accompagna anche la nascita dei personaggi di Federico Fellini. Il regista aveva cominciato con le caricature, molto prima di passare al cinema, e continuò a servirsi della matita per dare una fisionomia alle figure che immaginava. Il modo di disegnare un volto, una cravatta o una posa gli permetteva di precisare un personaggio prima di portarlo sullo schermo. Di Marzio affianca a questa attività alcune pagine del Libro dei sogni, il diario nel quale Fellini annotava e disegnava ciò che aveva sognato.

Nei capitoli dedicati ai musicisti, l’autore si sofferma anche sulla fatica di imparare un linguaggio nuovo. Franco Battiato poteva trascorrere dieci ore al cavalletto e disfare tutto la sera, insoddisfatto del risultato. In una testimonianza riportata da Di Marzio, il cantante ricorda la gioia provata quando, dopo molti tentativi, riuscì finalmente a dipingere un danzatore come lo aveva immaginato. Era uno dei dervisci rotanti, i danzatori della tradizione sufi già evocati nella sua canzone Voglio vederti danzare. Nei quadri tornano le loro vesti, il movimento e i fondi dorati, accanto ai ritratti degli amici.

Paul McCartney aveva trovato un incoraggiamento diverso nell’amicizia con Willem de Kooning, uno dei protagonisti dell’espressionismo astratto, una pittura che può fare a meno di raffigurare oggetti riconoscibili per concentrarsi sul colore e sul gesto. Di Marzio riporta un episodio raccontato dal musicista. Nello studio dell’artista, McCartney gli aveva chiesto che cosa rappresentasse una grande forma viola al centro di un quadro. De Kooning aveva risposto che sembrava un divano, aggiungendo che, in fondo, non aveva importanza. McCartney ci aveva visto una montagna. A colpirlo fu la libertà del pittore di lasciare aperto il significato dell’immagine: un quadro poteva nascere anche seguendo ciò che accadeva sulla tela, senza un soggetto stabilito in ogni dettaglio. Quando espose i propri quadri, McCartney dovette confrontarsi con un altro problema. Dopo la prima mostra a Siegen, in Germania, nel 1999, il nome dei Beatles continuava a precedere i suoi dipinti. McCartney chiedeva che almeno per un momento li si guardasse per come erano dipinti, mettendo da parte la sua celebrità.

Di Marzio ricostruisce anche l’accoglienza riservata alle mostre e i rapporti con galleristi e collezionisti, temi che affronta abitualmente nel suo lavoro di critico. La fama richiama visitatori e collezionisti, ma porta con sé aspettative che possono rendere più difficile osservare l’opera. In altri casi, inoltre, la pittura appartiene alla formazione di un artista fin dalla giovinezza. David Bowie aveva studiato arte da ragazzo e continuò a dipingere ritratti e autoritratti, alimentando questa ricerca con la passione per il collezionismo e per l’espressionismo tedesco. La sua vita da pittore era cresciuta accanto a quella musicale. L’aggettivo “seconda” del sottotitolo indica quindi, per molti dei protagonisti, l’attività meno conosciuta dal pubblico, anche quando era stata coltivata a lungo.

Di Marzio riserva l’ultimo ritratto ad Adolf Hitler, che da giovane aveva cercato senza successo di essere ammesso all’Accademia di Vienna. Il capitolo prende le mosse dalle sue aspirazioni artistiche e passa poi al potere esercitato dal regime nazista sulla cultura. La pittura entra qui in una storia di persecuzioni, confische e razzie. Nel 1937 la mostra sull’“arte degenerata”, organizzata a Monaco, presentò opere di artisti moderni sequestrate dai musei tedeschi, accompagnandole con scritte e accostamenti pensati per screditarle. Il volume affronta anche il progetto del museo monumentale voluto da Hitler a Linz, destinato a raccogliere capolavori sottratti ai Paesi occupati.

Una voce contemporanea entra nel libro attraverso l’ampia intervista di Di Marzio a Sharon Stone. «Avevo tanto tempo. Tutto qui», risponde l’attrice quando le viene chiesto perché abbia ripreso a dipingere durante la pandemia. Il colloquio prosegue fra ricordi familiari e riflessioni sul rapporto con il cinema, fino alla libertà che Stone cerca davanti alla tela e alle aspettative di chi guarda i suoi quadri.

Questi ritratti sono soltanto una parte del libro, che dedica spazio anche a Goethe, Winston Churchill e Dario Fo, fra molti altri. Di Marzio ne ricostruisce i percorsi accostando le testimonianze alle immagini delle opere e seguendo i legami fra la pittura e le attività che li hanno resi celebri. La sua esperienza di critico si accompagna alla familiarità di chi dipinge: nei capitoli si avverte l’attenzione per il tempo necessario a imparare, anche quando si è già raggiunto il successo in un’altra arte.

 

 

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