“MERAVIGLIA SENZA TEMPO. PITTURA SU PIETRA A ROMA TRA CINQUECENTO E SEICENTO”. LA SPLENDIDA MOSTRA NELLA GALLERIA BORGHESE.

“Meraviglia senza tempo. Pittura su pietra a Roma tra Cinquecento e Seicento”, la mostra a cura di Francesca Cappelletti e Patrizia Cavazzini, è ospitata nella Galleria Borghese dal 25 ottobre al 29 gennaio 2023.

L’esposizione è dedicata all’eterna bellezza della pittura su pietra, ai suoi utilizzi e ai segreti nascosti dagli artisti nelle opere, un modo per apprendere una tecnica non molto nota, ma enormemente affascinante e dalla storia particolare.

Rinasce quindi un esercizio antico, menzionato da Plinio, che le devastazioni della città dopo il Sacco di Roma del 1527, riportarono in voga. Davanti alla depredazione della città e alla distruzione e al danneggiamento di quadri e sculture, artisti e cultori dell’arte si illusero di poter mantenere un altro tipo di opere, dipinte però su pietra, pertanto difficoltose da distruggere, quasi immortali, prerogativa prima unica della scultura, nella sfera del dibattito cinquecentesco sulla superiorità dell’una o dell’altra arte.

A realizzare la tecnica dell’olio su pietra, come la eseguivano gli antichi, molto prima del Sacco di Roma, fu il veneziano Sebastiano Luciani successivamente chiamato Sebastiano del Piombo.

Vittore Soranzo, prelato veneziano alla corte di Clemente VII, nel giugno del 1530 scrive a Pietro Bembo: “Dovete sapere che Sebastianello nostro veneziano ha trovato un secreto di pingere in marmo a olio bellissimo, il quale farà la pittura poco meno che eterna”. Sebastianello è Sebastiano del Piombo, e da tale secreto, si sviluppa la rassegna.

Pietre, ma anche marmi, metalli e superfici capaci di resistere all’erosione del tempo, furono il nuovo ambito di sperimentazione dell’artista, da cui si imposero soluzioni inedite e originali che ebbero un grandissimo influsso su tutta la pittura del Ciquecento, collegandosi anche a quella tendenza per la policromia marmorea che sarà caratteristica della Roma barocca.

Nelle Vite, Giorgio Vasari scrive su Sebastiano del Piombo: “ha lavorato sopra le pietre di peregrini, di marmi, di mischi, di porfidi e lastre durissime, nelle quali possono lunghissimo tempo durare le pitture; oltre che ciò ha mostrato, come si possa dipingere sopra l’argento, rame, stagno e altri metalli”.

Nel corto passo, emerge la spiegazione su questo uso innovativo dei materiali: l’opportunità appunto di prolungare la vita dell’opera, di farla diventare come gli scritti di altri autori: “poco meno che eterna”. Per poco più di un secolo, in pieno Rinascimento, anche altri grandi pittori sperimentarono questa innovativa arte, usando basi più o meno preziose: dall’ardesia, all’ametista, dai lapislazzuli alla “pietra di paragone. Il declino della pittura su pietra, si ebbe però intorno alla metà del XVII secolo, presumibilmente poiché, al contrario di quanto desiderato, non era così duratura di come appariva.

Celebre come profilo di resistenza e di contestazione, la pittura su pietra e le sue composizioni artistiche, stimate ed ammirate in tutte le principali corti europee, è ben illustrata nella esposizione della Galleria Borghese, in cui nelle proprie collezioni, vi sono ancora numerose opere riunite dall’esperto ed erudito Cardinale Scipione Borghese.

La mostra: “Pittura su pietra a Roma”, evidenzia anche la lettura peculiare di questo tipo di composizioni: il materiale lapideo che fa da base venne considerato come il prototipo della produzione della Natura, la materia eterna, in quel contesto estremamente sensibile al rapporto fra arte e scienza che ci fu a Roma

all’inizio del Seicento. La tecnica della pittura su pietra, infatti, determinò nuove interpretazioni e nuove considerazioni sulla delicata relazione tra creazione naturale e creazione artistica. Il rapporto tra arte e natura, insita nella tecnica, si identificava con i soggetti delle opere ed era portata anche internamente alle stanze, con l’esposizione di sculture, dipinti, oggetti e opere posti in una condizione intermedia, quasi di metamorfosi tra le molteplici arti.

In virtù dell’utilizzo di marmi e di metalli, i dipinti si misuravano con le sculture nella loro capacità di sconfiggere il tempo. E’ la collezione medesima, del Cardinal Scipione Borghese, nei primi tre decenni del Seicento, ad esibire esempi di pittura su pietra di grandissimo valore, mentre l’ambientazione, la differenziazione dei materiali insiti nelle opere e la loro intesa con le collezioni storiche, ormai non più esistenti di piante, animali e altre curiosità naturali, rappresenta quella percezione di bellezza e di sorpresa che la determina da secoli.

“Il percorso ci accompagna alla scoperta di una ricchezza nascosta all’interno delle collezioni, ci avvicina a una forma di opera d’arte che si poteva toccare, per osservarla da vicino e con molta attenzione, lasciandosi incantare dall’abilità dell’artista e dalla energia creativa della natura stessa. Un’alleanza che la mostra cerca di riportare al centro del nostro sguardo e del nostro pensiero”. Dichiara Francesca Cappelletti, Direttrice della Galleria Borghese.

Sono oltre 60 le meravigliose opere mostrate nella Galleria Borghese, provenienti da Musei italiani e stranieri e da rilevanti collezioni private.

La rassegna si sviluppa al pianterreno, nel Salone Mariano Rossi, ubicato tra la sala di Paolina e quella dei Caravaggio, e al secondo piano in svariate sale, ed è composta da otto sezioni.

Nel cuore della Sala di ingresso Mariano Rossi, l’orologio notturno seicentesco con Tanatos, le tre Moire e Ipno in legno ebanizzato, lapislazzulo, diaspro, broccatello, specchi e bronzo dorato è situato nell’ufficio del sindaco di Roma. Inoltre è presente l’Edicola reliquario con Adorazione dei Magi, ebano, argento, pietre dure, dipinto a olio su ametista della Galleria Pallavicini.

La prima sezione, denominata: “La pietra dipinta e il suo inventore”, è rivolta al potere della pietra di eternare oggi l’arte: l’uso dei metalli e marmi come supporto alla pittura, ancora, appare accostare il colore fugace alla scultura, conferendole il potere di superare ogni tempo. Presentano ciò quadri come il ritratto di Filippo Strozzi, 1550, di Francesco Salviati, su marmo africano, la tela di Cosimo de Medici, 1560, attribuito al Bronzino, su supporto rosso o ancora il Ritratto di Papa Clemente VII con la barba, 1530, di Sebastiano del Piombo.

Nella sezione successiva: “Una devozione eterna come il marmo”, vicino a composizioni simili a talismani, a cui era a volte conferito un potere magico di protezione dai mali fisici e spirituali e riservate alle effigi integerrime della devozione, in genere facente parte degli arredi delle camere da letto dei cardinali, quale l’Adorazione dei magi, 1600-1620, su alabastro di Antonio Tempesta o la Madonna con il Bambino e San Francesco, 1605, di Antonio Carracci ritratta su rame, vi sono rappresentazioni su alabastro, lavagna, marmo di Carlo Saraceni, Orazio Gentileschi, il Cavalier d’Arpino e altri.

Accanto ad esse, una piccola parte, nella sezione chiamata “Fermare la bellezza”, commemora le grandi effigi femminili, realizzate su lavagna e su tavola, da Leonardo Grazia da Pistoia. Prima di quel momento, le scene ritratte su pietra erano soltanto devozionali, mentre negli anni Trenta del Cinquecento ecco rappresentate Lucrezia, Ebe, Cleopatra.

Nella quarta sezione: “Antico e Allegoria”, abbiamo opere su marmo, lavagna e pietra di paragone, tutte rivolte a temi della poesia come l’Andromeda del Cavalier d’Arpino e l’Inferno con episodi mitologici di Vincenzo Mannozzi. Lucidi e brillanti i fondali dei dipinti riflettono come specchi la visione dello spettatore che, mentre la guarda, si immedesima nell’opera.

Nella seguente sezione: “Una notte nera come la pietra”, vi sono le composizioni su tele scure, pietra di paragone, lavagna o marmo belga, che impiegano il nero del supporto per intonare scene notturne ed evidenziare le finiture dorate.

Nelle sezioni sesta e settima: “Dipingere con la pietra/Paesaggi e Architetture” e “Pietre preziose e colorate”, i fantastici fondali determinati dalla pietra paesina e la ricchezza delle basi come il lapislazzulo, adoperato per il mare e il cielo, sono valorizzati dalla mano dell’artista: anche in tale circostanza il colore e le screziature delle pietre partecipano alla composizione dell’opera attraverso i suoi contenuti. Sono per lo più rappresentazioni di artisti dalla formazione fiorentina, che si servono del supporto lapideo non solo in riferimento all’eternità della pittura, ma anche per esaltare le potenzialità decorative della materia. E’ in tale ambito che si evidenzia Antonio Tempesta, singolare personaggio di collegamento fra Firenze e il mondo nordico. Pittore e incisore celebre e importante durante il pontificato di Paolo V, l’artista è dotato di enormi capacità attraverso poche ed esperte pennellate, la pietra paesina in edifici, paesaggi e marine.

L’ultima sezione: “La collezione e il colore delle pietre”, immette le pietre colorate nelle collezioni nobiliari di Roma. Ricordiamo anche la presenza dello splendido piano di un tavolo, con una cornice con marmi colorati e pietre semipreziose di manifattura romana, attualmente parte della collezione Borghese. Ancora lo Stipo Borghese-Windsor seicentesco in abete, pioppo, ebano, legni tropicali, corno, intarsi in pietre dure, decorazioni in bronzo e argento dorati, che ritorna nella Galleria a Roma dal Paul Getty Museum di Los Angeles.

In conclusione, un monile di Jacques Stella, all’interno di un grande cammeo con cornice in smalto e cristallo di rocca si distingue: il Martirio di Santa Caterina d’Alessandria, dall’opera stessa di Guido Reni, dipinto a olio su lapislazzuli con finiture in oro. Il gioiello descrive le credenze riferite agli esiti taumaturgici della pietra a contatto con il corpo, il senso estetico delle dame spagnole, estimatrici di tali monili, e narra per di più della Famiglia Barberini che ne fece creare tantissimi, utilizzandoli come doni diplomatici. Eseguiti a Roma, con marmi di scavo, raffiguravano spesso parti della città, in modo da divulgare per le corti europee ricercate immagini della Capitale.

Impreziosiscono il percorso le statue con inserti policromi della Galleria Borghese, che danno origine ad uno indispensabile paragone con i marmi colorati antichi, tema che sicuramente non era sconosciuto nella elaborazione delle arti e dell’allestimento della collezione del cardinale e della sua corte, tramite la conseguente comprensione della splendida mostra “Meraviglia senza tempo”, nella sua interezza. Una unità di immagini, colma di varianti e sfumature.

L’evento, è arricchito da un catalogo edito da Officina libraria, con introduzione della curatrice Francesca Cappelletti ed i testi di Patrizia Cavazzini, Piers Baker-Bates, Elena Calvillo, Laura Valterio, Judy Mann e Francesco Freddolin.

Vi è poi anche la pubblicazione: “Alla ricerca dell’eternità. Dipingere sulla pietra e con la pietra a Roma. Itinerari”, curata da Francesca Cappelletti e Patrizia Cavazzini e basata su alcuni ambienti considerevoli di Roma, spesso poco conosciuti che certificano la divulgazione della pratica della pittura su pietra nell’Urbe e

consentono al visitatore di comprendere il suo significato totalmente, anche quando l’esposizione terminerà.

La mostra è un percorso sorprendente, per ammirare le infinite declinazioni e forme dell’arte delle opere, che per il loro valore, la loro stupefacente fattura e bellezza, mantengono, ancora a distanza di secoli, un fascino unico e complesso.

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