St. Helena, la nuova forma di una storia di montagna nella Val d’Ultimo

Negli anni Settanta, in una radura sopra San Pancrazio, Sepp Laimer cominciò a costruire una piccola locanda con le proprie mani, aiutato da amici e conoscenti. Sant’Elena era già lì, a 1.550 metri, con la sua chiesetta, il bosco tutt’intorno e una strada che salendo lasciava il paese sempre più in basso. Da quella costruzione prese forma l’Helener Pichl, poche camere, un ristorante e una casa dove lavoro e vita quotidiana finirono presto per stare molto vicini. Oggi, nello stesso punto della Val d’Ultimo, la famiglia Laimer sta dando vita a St. Helena, un albergo completamente nuovo. La scala cambia, l’architettura anche. Il luogo, invece, è rimasto quello.

 

Poco distante dalla struttura continua a esserci la chiesetta di Sant’Elena, presenza documentata fin dal Medioevo e consacrata nel 1698 dal vescovo di Trento. È da lei che questa parte della valle prende il nome. Intorno, il bosco si apre sui prati e sui masi sparsi, con sentieri che entrano tra gli alberi e accompagnano verso quote più alte. Per decenni l’Helener Pichl ha fatto parte di questa geografia senza bisogno di grandi gesti: sette camere, una stube rivestita di legno, il ristorante e la casa della famiglia. Si arrivava per mangiare, per fermarsi una notte oppure dopo una passeggiata. Molto dipendeva dalle persone che si trovavano dall’altra parte della porta.

 

Sepp appartiene alla prima parte di questa storia. Durante la costruzione della locanda conobbe Paula, che insegnava a Sant’Elena e sarebbe poi diventata sua moglie. Negli anni l’Helener Pichl rimase legato alla famiglia Laimer e passò attraverso generazioni diverse. A raccontare il carattere di quel luogo sono anche piccoli episodi rimasti nella sua memoria, scorci di una vita semplice che fanno capire quanto la familiarità della gestione e il piacere di accogliere siano rimasti presenti nonostante il passare degli anni. Karl Laimer, per esempio, il lunedì avrebbe dovuto riposare, ma se qualche escursionista arrivava chiedendo qualcosa da mangiare poteva capitare che tornasse in cucina. E durante una partita a carte bastava la richiesta di un tavolo vicino perché si alzasse a portare del vino. Gesti normali, quasi insignificanti presi uno per uno, eppure capaci di restituire bene l’atmosfera di una locanda dove l’ospitalità coincideva ancora molto con le persone che la mandavano avanti.

Più avanti sono stati Michael Laimer ed Elisabeth Garber a prendere in mano la locanda. Michael arrivava con esperienze maturate in cucine e alberghi di livello alto; Elisabeth seguiva gli ospiti, le camere e le prenotazioni. All’Helener Pichl tutto era più raccolto. La sala era vicina alla cucina, la famiglia agli ospiti, il lavoro alla casa. Per Michael significava anche riportare quello che aveva imparato altrove dentro una cucina di montagna molto diversa da quelle conosciute durante il suo percorso.

 

La differenza si capiva già dal fornello. Aveva circa sessant’anni, era appartenuto al prozio e funzionava a legna. Il calore andava seguito, il fuoco alimentato, i tempi aggiustati mentre si cucinava. Era semplicemente il modo in cui si lavorava lì. Da quel fornello uscivano canederli al formaggio, risotti alle erbe con formaggio di capra dei dintorni, gnocchi di ricotta con porro, speck e crescione, Kaiserschmarrn, insieme a preparazioni in cui Michael lasciava entrare anche le esperienze maturate negli anni. I sapori della montagna rimanevano riconoscibili, senza obbligarlo a ripeterli sempre nello stesso modo. Ogni servizio, comunque, iniziava prima: con la legna, il fuoco e quel tempo necessario perché il fornello arrivasse alla temperatura giusta.

 

St. Helena nasce da questa storia senza cercare di riprodurre l’Helener Pichl in una versione aggiornata. Il progetto dell’architetto altoatesino Stefan Gamper cambia molto il modo di occupare la radura. Il corpo principale segue l’andamento del terreno e raccoglie reception, ristorante, lounge, depositi e alcune camere; più in alto trovano posto otto suite indipendenti, con una forma che richiama quella di una tenda. Sono distribuite sul pendio, separate tra loro, quasi piccoli rifugi contemporanei. Il linguaggio è decisamente diverso da quello della vecchia locanda e proprio questa distanza evita di trasformare il passato in decorazione.

 

Un legame più discreto rimane nella scelta di mantenere all’interno dell’edificio principale anche la casa dei gestori. Michael ed Elisabeth continueranno quindi a vivere nello stesso luogo in cui lavorano e ricevono gli ospiti. Può sembrare un dettaglio secondario rispetto alle suite, alle vetrate o ai materiali del nuovo albergo, ma racconta bene ciò che non è cambiato. All’Helener Pichl casa e lavoro convivevano quasi naturalmente; St. Helena sarà più grande e articolato, eppure quella vicinanza resta. Finita la cena e spente le luci del ristorante, Sant’Elena continuerà a essere casa.

 

Larice, pietra, vetro, calcestruzzo bocciardato e acciaio corten segnano invece il nuovo corso dell’architettura. Il legno torna sulle superfici esterne, pietra e corten portano tonalità più scure, mentre le aperture mettono le camere in rapporto diretto con ciò che hanno davanti. Gli affacci cambiano: finestre panoramiche, terrazze, lucernari nelle suite a forma di tenda. Qui, del resto, basta spostarsi di pochi metri perché cambi quello che si vede. Un albero può riempire una finestra, poco oltre il pendio si abbassa e lascia entrare più cielo. Il paesaggio non ha una sola faccia e il progetto sembra assecondare questa varietà.

 

Anche all’esterno terrazze, pedane e percorsi seguono la pendenza del terreno, con gli spazi di sosta rivolti soprattutto verso sud e ovest. La radura aveva già una sua forma prima del nuovo albergo, fatta di alberi, dislivelli e punti in cui il bosco si fa più fitto. Il progetto deve convivere con tutto questo. L’Helener Pichl lo faceva con mezzi molto più semplici; St. Helena avrà volumi e materiali più decisi, ma il rapporto con il luogo continuerà a giocarsi su distanze molto concrete: quanto ci si avvicina agli alberi, che cosa entra da una finestra, dove porta un sentiero quando si esce dalla camera.

 

Il ristorante avrà un ruolo importante negli spazi comuni e il percorso di Michael lascia immaginare che la cucina continuerà a essere una parte centrale della vita dell’albergo. Menu e proposta gastronomica appartengono ancora alla fase che verrà. Del vecchio Helener Pichl conosciamo invece bene il modo di lavorare: ingredienti della zona, piatti della tradizione, libertà personale e un fornello a legna che imponeva tempi tutti suoi. Nella nuova cucina cambieranno strumenti e organizzazione. Michael porterà con sé gli anni trascorsi davanti a quel fuoco, insieme a tutto ciò che aveva imparato prima e nel frattempo. I piatti arriveranno dopo, quando il ristorante avrà finalmente i suoi tavoli occupati.

 

St. Helena nasce anche attorno all’idea di una “temporary home”, una casa temporanea. Qui l’espressione trova un legame abbastanza naturale con ciò che succedeva già all’Helener Pichl. Elisabeth si occupava delle camere e degli ospiti, Michael della cucina, mentre la loro vita continuava nello stesso posto. Il nuovo albergo manterrà questa vicinanza, anche se una struttura più grande porta inevitabilmente con sé altri ritmi e altre distanze. Il senso di casa, del resto, difficilmente dipende dalle dimensioni di una stanza. Arriva piuttosto da cose semplici: qualcuno che ricorda una richiesta fatta il giorno prima, un consiglio per una passeggiata, il modo in cui si viene accolti rientrando la sera.

 

Fuori, Sant’Elena continuerà con il proprio passo. La piccola chiesa rimane poco distante, con l’altare neoromanico e le statue barocche di Sant’Elena, San Luigi e San Giuseppe. I sentieri entrano nel bosco, i prati si allungano tra i masi e la valle prosegue per conto suo. St. Helena arriva quindi in un luogo che aveva già un nome e una storia molto prima dell’Helener Pichl. Il nuovo albergo dovrà semplicemente trovare il proprio posto lì dentro.

La vecchia attività ha chiuso nel novembre 2024, mentre per St. Helena non è stata ancora comunicata una data ufficiale di apertura. Per ora le due storie restano molto vicine. Una è fatta di tavoli, camere, clienti, giornate di lavoro e di un fornello che aveva bisogno di legna; l’altra sta prendendo forma tra nuovi volumi e nuovi spazi. Mancano ancora tutte le cose ordinarie che rendono vivo un albergo: il rumore della colazione, qualcuno che scende tardi, una camera da sistemare, un tavolo che si trattiene un po’ più del previsto, le scarpe sporche dopo una passeggiata, una richiesta arrivata quando sembrava che la giornata fosse finita.

 

È lì che probabilmente si capirà quanto della storia precedente continuerà a vivere dentro St. Helena. Non nelle somiglianze, perché le forme sono cambiate, e neppure nel tentativo di ricreare l’atmosfera di una locanda che apparteneva a un altro tempo. Piuttosto nei gesti. Sepp che costruiva quel primo albergo insieme ad altre persone, Karl che tornava in cucina durante il giorno libero, Michael davanti al vecchio fornello, Elisabeth tra camere e ospiti. St. Helena comincerà davvero quando a questi gesti se ne aggiungeranno di nuovi.

 

www.st-helena.it

 

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