L’autismo come laboratorio di idee Invito alla lettura

L’autismo come laboratorio di idee

Invito alla lettura

In questo articolo non inviterò i lettori all’acquisto di un mero libro autobiografico. Questo invito è di un genere diverso. Il libro in questione (Federico De Rosa, Quello che non ho mai detto. Io, il mio autismo e ciò in cui credo, San Paolo, Milano, 2014) è una testimonianza di una forza esperienziale eccezionale. Si tratta infatti dell’esperienza di un ragazzo, Federico De Rosa, ritenuto da illustri specialisti destinato all’isolamento più radicale. Stiamo parlando, infatti, di una persona autistica non verbale, vale a dire di un soggetto, stando alla scienza medica più avanzata, che non avrebbe potuto in alcun modo emergere dall’abisso della sua condizione autistica per trovare agganci relazionali col mondo sociale. D’altra parte, in un tempo come il nostro, governato dal dogma della parola, e che ha smarrito il significato dell’autentica relazione in una verbalità prolissa e variopinta, qual è il destino di una persona che, per ragioni ancora in parte misteriose, è stato deprivato fin dall’inizio dalla capacità di adeguarsi al modello dell’oralità assoluta?

Qualche specialista più accorto, per onor del vero bisogna segnalarlo, parla dell’autismo come di un deficit della capacità comunicativa, non potendosi difatti ridurre ad un mero problema di linguaggio – e tra linguaggio e comunicazione c’è un divario impossibile da non scorgere. Infatti non tutti i disturbi del linguaggio coincidono con una condizione autistica e non sempre l’autismo ha ripercussioni sul linguaggio, sebbene il suo sviluppo sia spesso tormentato, rallentato e non lineare. Eppure, l’esperienza di Federico, che non è certamente l’unica, sebbene sia una delle più potenti a mio modo di vedere, ci offre l’occasione di rivedere anche la nostra concezione dell’autismo inteso come problema comunicativo. La testimonianza di Federico, infatti, sorprendentemente ci insegna che ben oltre la rigidità degli incasellamenti diagnostici la vita sa come germogliare e fiorire in modi magari inconsueti ma non per questo meno significativi. L’idea rivoluzionaria che la storia di Federico ci insegna magistralmente è che il nostro sguardo sull’autismo molto spesso risulta inadeguato per coglierne gli aspetti più antropologicamente fecondi. Di questi aspetti io vorrei limitarmi a metterne in evidenza uno soltanto, che risulta particolarmente significativo. L’autismo, definito anche come condizione di funzionamento, sembra essere – stando per l’appunto all’esperienza di Federico – una postura esistenziale non deprivata certo del conatus relazionale inscritto nella natura di ogni uomo, ma predisposta, per ragioni soprattutto neurobiologiche, ad altre forme comunicative. L’idea cardine, dunque, che emerge da questa storia è che la relazionalità, troppo spesso ridotta all’unica forma della verbalità, possiede invece una ricchezza di espressioni sbalorditiva. Inoltre, e questo vale la pena sottolinearlo, c’è da dire che la diagnosi medica, neuropsichiatrica in particolare, coglie sì un aspetto (per l’appunto la modalità diversa di funzionamento) ma non descrive certo la natura della persona nella sua integralità. Tale compito, infatti, spetterebbe non alla medicina, ma alla filosofia, per l’appunto all’antropologia filosofica, vale a dire all’unica disciplina in grado di sintetizzare le diverse prospettive sull’essere umano, senza tuttavia assolutizzarne nessuna, e capace quindi di cogliere le reciproche connessioni. In questa prospettiva antropologica l’autismo si trasforma, cambia volto, e da condizione di funzionamento diventa laboratorio di idee. Un laboratorio ideale, però, che non oggettiva l’uomo né lo riduce alla sua immagine scientifica e astratta, ma ne rispetta la diversità considerandola ricchezza autentica. È giunto forse il momento di ampliare i nostri orizzonti e riconsiderare la natura umana alla luce della sua intrinseca poliedricità e sicuramente in questa riconversione del nostro sguardo antropologico le testimonianze come quella di Federico De Rosa costituiscono stimoli di notevole potenza trasformativa.

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