Presentato in concorso al VerticalMovie Festival alla Casa del Cinema di Roma lo scorso 30 settembre, L’appuntamento è un cortometraggio che supera d’un balzo i confini dell’esercizio di stile per farsi dispositivo concettuale, teorico e profondamente poetico. La critica specializzata lo ha notato e accolto immediatamente con interesse, cogliendovi l’inconfondibile impronta espressiva e multidisciplinare di Tommaso Fagioli — regista, videomaker e artista visivo abituato a muoversi sui confini fluidi tra identità, memoria, dimensione del sacro/profano e nuove tecnologie — qui al servizio di una materia narrativa densa, scritta e interpretata da Alessia Santini (con la partecipazione muta di Alberto Bucco).
La grammatica del 9:16 e l’estetica della metonimia visiva
A una prima lettura, il film si impone per l’intelligenza con cui maneggia la grammatica del formato verticale. L’inquadratura in 9:16 non viene mai subita come un vincolo o utilizzata come un semplice codice formale rubato ai social network, ma viene convertita in un vero e proprio dispositivo linguistico. La colonna verticale isola e racchiude la figura umana, accentuando la solitudine della protagonista e schiacciandola o sospendendola all’interno di spazi naturali e architettonici imponenti. A questo rigore d’inquadratura Fagioli associa un’affascinante estetica da metonimia visiva: la presenza del coprotagonista maschile (Alberto Bucco) non viene mai restituita nella sua interezza organica, ma deliberatamente frammentata e scomposta in dettagli microscopici — la curva di una mano, una porzione di profilo, un riflesso in controluce. Trattandosi di un personaggio significativamente muto, questa scomposizione anatomica replica figurativamente il processo stesso del ricordo evocato dallo script.
La vicenda è lineare nella sua essenza, eppure universale: una donna registra un messaggio vocale destinato a un amore ormai terminato — una vera e propria “lettera affidata alla voce” che sa già che non arriverà mai al destinatario. Mentre la protagonista attraversa paesaggi isolani e marini segnati dal vento e dal tempo, il presente si sfalda sotto il peso dell’ossessione mnemonica: nella deriva lirica del suo monologo riaffiorano dettagli, carezze e frammenti del corpo dell’altro, il cui volto e la cui presenza finiscono inevitabilmente per consumarsi a forza di essere ripensati.
Il paesaggio come mito: da Gibellina alla Gradiva
In questo quadro, la scenografia cessa di essere mero sfondo e assurge a vero e proprio terzo personaggio del racconto. Fagioli e Santini immergono la narrazione nella Sicilia più scabra, desolata e materica: da un lato la solitudine remota dell’isola di Marettimo, la più estrema delle Egadi; dall’altro il greto bianchissimo e spettrale del Cretto di Burri a Gibellina. È un’architettura del deserto che rimanda, da una parte, al dolore sordo dell’abbandono e, dall’altra, alla memoria ancestrale e archeologica del mito di Gradiva. Figura iconica collocata da sempre all’intersezione tra archeologia, letteratura e psicoanalisi, Gradiva è stato per Sigmund Freud (nel suo celebre saggio del 1907 sul romanzo di Wilhelm Jensen) il simbolo stesso della donna che riconnette l’uomo con la realtà dei propri desideri. Qui il mito viene riletto a parti inverse: la ricerca archeologica non avviene più tra le rovine di Pompei, ma tra le macerie affettive di un’isola della memoria, dove il dettaglio anatomico diventa l’unico relitto a cui aggrapparsi per non annegare nel vuoto. A sostenere questa parabola interviene una colonna sonora costruita su una doppia valenza, denotativa e connotativa, diegetica ed extradiegetica. I pochi e densi minuti del cortometraggio vengono infatti incorniciati tra due estremi musicali solo apparentemente inconciliabili: da un lato L’appuntamento, brano tra i più iconici, struggenti e celebrati del repertorio di Ornella Vanoni, che agisce come un ovvio e consapevole riferimento tautologico; dall’altro Sunny Days del gruppo indie/post-punk Dead Horses. Con la sua strofa lacerante — «E se mi ammazzo per amore» — la traccia sottolinea, a un passo da un salutare didascalismo, lo Sturm und Drang disperato che permea la pellicola, trasformando quel verso nel manifesto poetico e nella cifra stilistica dell’intera opera.
Alessia Santini: l’ossimoro di un corpo giunonico e stilnovista
Se l’impianto figurativo allestito da Fagioli costituisce un tassello prezioso della sua produzione artistica, a farne qualcosa di ancora più memorabile, incisivo e destinato a rimanere è la sua protagonista e sceneggiatrice. Alessia Santini occupa lo schermo e la narrazione in modo prepotente, imponendo la sua presenza fisica e vocale e obbligando lo spettatore a fare inevitabilmente i conti con lei.
Nata a Firenze una trentina d’anni fa e formatasi presso l’Accademia Officina Pasolini, Santini ha maturato un’esperienza sul campo come attrice e assistente alla regia (lavorando, tra gli altri, per Lux Vide), prima della decisiva svolta tra il 2024 e il 2025, quando si è trovata a calcare i set di due tra i registi più autorevoli e capaci del panorama contemporaneo: Mario Martone e Paolo Sorrentino. Per Martone è stata una delle compagne di cella di Goliarda Sapienza nel pluripremiato Fuori; per Sorrentino ha interpretato una suora chiamata emblematicamente “Bellissima” ne La grazia.
Due vocaboli che sembrano ricucirsi addosso alla sua figura in modo irrefutabile. Alessia Santini è infatti dotata, al di là di ogni ragionevole dubbio, di una bellezza superlativa, che risulterebbe quasi spudorata se non venisse costantemente sublimata da una grazia antica. Lo si sottolinea con tale enfasi perché Alessia non si perita di ostentarlo questo corpo imponente, di esporlo agli sguardi avidi dei passanti de L’appuntamento, che la sospettano indecente mentre ella proclama candidamente la sua innocenza: lo fa col suo sguardo altero da cui promanano però gli echi di un’anima fragile, col suo incedere che si vorrebbe tronfio ma si scopre vulnerabile, con un canto che si spaccia per melodioso ma che sfiata infine in un lamento. Un ossimoro “cammminante” questa novella Gradiva/ Giunone, che ostenta il suo fisico solenne ibridandolo col dolore atavico della sua essenza che lo contraddice, e con un viso “stilnovista” che lo sublima.
Ma la vera misura del cortometraggio risiede, in ultima analisi, nelle parole del messaggio d’addio scritte di suo pugno. Frasi di disarmante potenza poetica — «La natura, crudele, non mi ha salvata»; «Il rosso che indosso come forza del lutto»; «Porto fiori sulla tomba del nostro amore»; «I morti hanno diritto alla loro sepoltura fuori da noi, con una lettera che non apriranno mai» — rivelano la statura e la profondità di uno sguardo d’autrice che qui si lascia appena intravedere, ma che promette di tracciare un solco nitido e personale nel cinema a venire.