Fotografo perché non so dipingere, Stefano Sabene Un leitmotiv“la bellezza. che è anche la verità”

Dietro ogni scatto si cela un bisogno, dietro la sua fotografia l’urgenza di esprimersi. Così definisce Stefano Sabene l’attrazione che l’arte figurativa ha esercitato da sempre su di lui. Il senso che assume l’arte fotografica è quello di trovare lo strumento che possa veicolare al meglio le sue capacità, i suoi sentimenti attraverso le sue abilità: “Posso dire, parafrasando Massimo Ranieri (“Canto perché non so nuotare”): fotografo perché non so dipingere”.

L’importanza nella ricerca di modalità espressive non rende Sabene un artista a senso unico.

Fotografo, e musicista a Roma, crea un continuum tra le due arti nell’adoperare le sue tecniche :

“Dal mio punto di vista le cose non sono così scontate. Nell’organizzare il fotogramma mi pongo come davanti a una partitura […] cerco in ogni stampa la tensione di un’esecuzione musicale nella forma, dinamica, ritmo, impasti timbrici ”.

Ogni elemento si traduce nell’altro linguaggio artistico attraverso le scelte grafico compositore, la gamma di toni e di luci.

La peculiarità di essere un artista poliedrico lo rende affascinante nelle strade espressive che sceglie di percorrere: “ La mia attività di direttore artistico e performer musicale in musei e palazzi storici di Roma è non solo un privilegio ma un costante alimento, una genuina fonte d’ispirazione per entrambi i linguaggi che pratico”.

Il modus di Sabene è quello di seguire un’unica “linfa artistica”, un filo conduttore, una singolare fonte di stimoli, di flussi che rende inesistenti le distanze tra le due arti di cui è portavoce: “La distinzione tra i due linguaggi, musica e fotografia, è apparentemente abissale, essendo ad esempio la fotografia arte spaziale, mentre la musica è arte temporale”.

“Così ha preso forma questo progetto che mi è parso naturale intitolare Confessioni, termine che il visitatore è libero d’intendere nell’accezione che crede”, il progetto imminente.

L’ispirazione nasce dalla bellezza dei paesaggi sardi e dal fascino che gli elementi competitivi hanno assunto in post produzione. la sintesi di un elevato grado di espressione in sole quattordici opere che vengono esposte con libertà e sincerità:

“lasciando ogni opzione interpretativa alla sensibilità dell’osservatore[…]anche al di là delle mie intenzioni. La mostra resti per il visitatore una memoria non solo estetica nel viaggio interiore che ognuno compie, credente o meno, nel silenzio dell’anima”.

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