“Le guerre degli altri”, il viaggio di Giaconi tra eserciti e intelligence per capire meglio il mondo

Si vis pacem, para bellum. Dicevano i latini. Significa, più o meno, “se vuoi la pace prepara la guerra”, intendendo che uno dei mezzi più efficaci per assicurare la pace – nel senso di assenza di conflitto aperto – è quello di essere comunque armati e in grado di difendersi. Immaginare un mondo in completa pace perché privo di qualunque esercito, servizio militare o di intelligence e assolutamente utopico? A leggere l’ultima fatica letteraria di Marco Giaconi, direttore di ricerca presso il Centro Militare di Studi Strategici di Roma, sembra proprio di sì.

Come dice il suo stesso autore nella nota d’introduzione, “Le guerre degli altri – I piccoli e grandi eserciti che dominano i conflitti del mondo”, «può essere letto in due modi. Lo si può utilizzare come una piccola enciclopedia dei Servizi e dei diversi sistemi militari nazionali, oppure lo si può leggere come un libro vero e proprio, dall’inizio alla fine». Per chi non sia appassionato del settore e abbia difficoltà con la tematica e il lessico specialistico, la prima modalità prevale. Ma è la seconda che aiuta a scoprire i collegamenti, gli eventi, quasi – verrebbe da dire – le trame dei conflitti che hanno gestito le sorti del mondo o che tutt’oggi sono protagonisti delle notizie. Perché, come diceva Von Clausewitz, generale maggiore dell’esercito prussiano che Giaconi cita: «la guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi».

Di pagina in pagina, il direttore snocciola un dettagliato resoconto di uomini, armi, sezioni di tutto ciò che riguarda eserciti e servizi di intelligence di tantissimi paesi. Numeri che fanno girare la testa e ingenuamente chiedersi come sia possibile che il pianeta non sia ancora deflagrato in un’unica grande esplosione causata dalle decisioni di capi di stato o generali che hanno premuto il pulsante sbagliato. Ma, tra le cifre, scopriamo informazioni e retroscena di cui spesso, soprattutto la stampa generalista – un po’ per necessità e un po’ per superficialità – non tiene conto. Che le forze armate egiziane controllano l’economia nazionale e che la loro esatta dimensione è un segreto di stato. Che quelle algerine rimangono, ad oggi, il più grande e meglio addestrato esercito africano mentre in quelle iraniane va incluso, nel conti, almeno un milione di elementi “volontari” in servizio permanente ed effettivo, donne comprese. Che negli Stati Uniti i servizi di intelligence sono troppo frazionati, hanno troppi rapporti con la classe politica e si fondano su troppa tecnologia, che non sostituisce il pensiero umano creativo e che, in alcune situazioni, è un punto debole responsabile di fallimenti anche grandi.

Giaconi parla anche della situazione europea e si sofferma a lungo – com’è naturale – su quella italiana, senza risparmiare un punto di vista critico. Insomma, “Le guerre degli altri” è un vademecum che può aiutare meglio a comprendere una buona fetta della geopolitica mondiale, scritto da un esperto in materia.

Ma quanto tempo ha richiesto a Giaconi la raccolta di tutti questi dati e la compilazione di questo lavoro, e quali sono state le sue fonti principali? «Un tempo piuttosto lungo – ci racconta – Tra ricerche nel mio archivio personale, verifiche online, controlli, richieste ai militari italiani e non. Le fonti? Il mio già citato archivio, poi i documenti ufficiali delle varie FF.AA. di ogni Paese poi, per le strutture militari esterne, i dati fornitimi dai nostri Addetti Militari».

Leggendo il suo report, sembra quasi che in moltissimi paesi non vi sia differenza tra esercito e cittadini, visto il grande numero di volontari o di civili pronti ad essere arruolati in qualunque momento anche come semplici informatori. È paura o fiducia incondizionata?

«Molte strutture militari, anche fuori dall’Europa, sono modellate sul criterio dell’armée della Rivoluzione Francese del 1789. Penso all’Algeria, all’Iran dell’Imam Qomeini, ma anche alla Cina Popolare o alla Turchia di Erdogan. Gli informatori o i volontari sono spesso arruolati per interesse, o per non avere fastidi, ma molto spesso perché ci credono davvero, al regime che li recluta».

Dal suo racconto, si intuisce che moltissimo del potere e degli equilibri tra paesi sia più nelle mani dei servizi segreti che della politica. Come si viene arruolati e si diventa “capi” dei vertici dei servizi di intelligence delle diverse macroaree da lei identificate?

«C’è la politica che sa usare i Servizi e quella che li usa per piccole cose, e viene quindi usata. Normalmente, i sistemi politici con un Esecutivo forte e un processo decisionale chiaro e rapido hanno ottimi Servizi, e li sanno usare. I meccanismi politici disfunzionali hanno spesso buoni Servizi, ma è come se non li avessero, perché divengono strumenti di una lotta politica infra-governativa e “tra bande” parlamentari. Come si diventa capi? Essendo buoni gregari. Poi, mantenendo buoni rapporti con la dirigenza politica, ma senza servigi sotto il tavolo. Il prestigio personale, in questi casi, è tutto. I servizi sono sempre un abito su misura, del capo e dell’autorità politica».

Nel suo libro, scrive che i difetti di alcuni servizi segreti europei derivano da “una qualche strozzatura tra il servizio e l’autorità politica, tra l’intelligence e il decision making”. Può spiegarci meglio questo concetto?

«I difetti di molti Servizi sono, più che nell’interno del loro funzionamento, nei loro rapporti con l’autorità politica. Spesso il Decisore non capisce cosa gli dicono i Servizi, oppure non si fida, magari perché tiene di più a qualche articolo di giornale. Oppure, il Servizio è demotivato e vive alla giornata. Capita anche questo».

La principale carenza che imputa all’Italia è la “sostanziale incapacità nel pensare una geopolitica autonoma” (usa quest’espressione con particolare riferimento alla Marina Militare, ma è un pensiero diffuso nella parte del sui libro riferita al nostro paese). Cosa vuol dire praticamente?

«L’Italia repubblicana ha sempre pensato a una sua politica estera con tre punti fermi: la NATO, il rapporto con gli Usa, l’Unione Europea. Benissimo, ma questi sono ambiti di azione, non luoghi dove prendere solo ordini. La Prima Repubblica, soprattutto nel Mediterraneo, ha seguito l’interesse nazionale, petrolifero e non, senza guardare troppo per il sottile. Ora, sembra che la politica estera dell’Italia nemmeno ci sia. Le tre linee-guida sono aree in cui occorrono decisioni autonome, non la piatta ripetizione dell’interesse nazionale altrui».

Facciamo un gioco. Le viene assegnata una super-carica istituzionale che non esiste, ma che le fornirebbe carta bianca per riformare l’intero sistema di Forze Armate e Intelligence in Italia, dall’organizzazione ai finanziamenti. Cosa fa? Quali sono le sue prime decisioni e perché?

«Intanto, mi metterei a elaborare una strategia cyber e convenzionale riguardante il controllo dei punti critici: il Mediterraneo occidentale, il Corno d’Africa, Cipro. Facendo in modo di riuscirci da solo, senza le nostre Alleanze. Che comunque rimangono. Per i Servizi, li moltiplicherei per due (sono troppo “piccoli”) e li doterei di maggiore autonomia politica e organizzativa».

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