Alla Tenuta Corte del Re tutto parte dall’olivo, ma anche da una scelta portata avanti negli anni con grande convinzione. Quella della famiglia Paoli è una piccola realtà, dove molto continua a essere seguito in prima persona e il rapporto con la terra conserva una dimensione profondamente familiare. Dietro ogni bottiglia ci sono il tempo dedicato agli olivi, l’attenzione per le diverse fasi della produzione e soprattutto la volontà di far crescere un progetto nel quale la famiglia crede davvero. Sulle colline della Maremma Toscana, tra Sorano e Pitigliano, questo progetto ha trovato nell’olivicoltura biologica il suo centro, con una produzione che accompagna le olive dalla coltivazione fino alla molitura. La presenza di un frantoio interno, utilizzato esclusivamente per le olive della tenuta, permette di lavorare il raccolto in tempi brevi e di mantenere un rapporto diretto con ogni passaggio.
Nel 2002 la famiglia lascia il paese e si trasferisce in campagna. Non è soltanto un cambiamento di vita, ma il momento in cui un legame con l’agricoltura già presente da generazioni comincia a trasformarsi in un progetto vero e proprio, costruito poco alla volta e sostenuto dalla passione con cui viene ancora portato avanti. Genitori e nonni avevano trasmesso conoscenze, consuetudini e una familiarità con questi luoghi che sarebbero diventate la base di Corte del Re. Oggi la tenuta si estende per circa 40 ettari, con l’olivicoltura che ha assunto progressivamente un ruolo centrale e un impianto ampliato nel tempo con varietà legate alla tradizione locale e toscana. Nell’oliveto sono presenti Leccino, Canino, Moraiolo, Leccio del Corno, Pendolino e Maurino, cultivar diverse che contribuiscono al carattere dell’olio della tenuta.
Siamo nella Maremma del tufo, in una zona segnata dalla presenza di Sorano, Pitigliano e degli altri piccoli centri costruiti tra vallate, boschi e pareti di roccia vulcanica. Qui il passato è ancora molto visibile: nelle necropoli etrusche, nelle Vie Cave scavate nel tufo e nei borghi che hanno mantenuto nel tempo una forte identità. Pitigliano conserva anche la memoria della sua storica comunità ebraica, da cui deriva il nome di “Piccola Gerusalemme” con cui il paese è conosciuto.
Alla Corte del Re questo contesto entra nel racconto soprattutto attraverso la campagna. La coltivazione è biologica e la cura degli olivi accompagna tutto l’anno, fino alla raccolta, effettuata a mano. Le olive vengono poi portate nel frantoio della proprietà e lavorate entro poche ore. Ridurre il tempo tra raccolta e molitura consente di intervenire sul frutto quando è ancora fresco e di preservarne al meglio le caratteristiche. L’olio che ne deriva è biologico certificato e tracciabile, con una filiera che resta interamente sotto il controllo della famiglia.
Il frantoio Mori-Tem presente nella tenuta ha una capacità produttiva di sei quintali l’ora ed è destinato esclusivamente alle olive coltivate dalla famiglia. La lavorazione avviene a basse temperature, con una pulizia costante dei macchinari. Avere il frantoio accanto agli oliveti permette inoltre di organizzare raccolta e molitura in stretta successione, senza dover affidare questa fase all’esterno. È un aspetto tecnico, ma incide concretamente sul modo in cui viene gestita la produzione e sul controllo che la famiglia può mantenere sul risultato finale.
L’extravergine biologico di Corte del Re ha profumi medio-intensi, colore verde e un gusto nel quale amaro e piccante trovano un buon equilibrio, accompagnati da sentori di carciofo ed erba appena tagliata. Accanto alla produzione principale c’è Assolo, ottenuto esclusivamente da olive della cultivar Canino provenienti da piante centenarie. Le olive vengono raccolte a mano e lavorate nello stesso frantoio aziendale. Una produzione più selezionata, che porta in bottiglia una parte particolarmente antica dell’oliveto e restituisce le caratteristiche di una varietà profondamente legata a questa zona.
Dalla proprietà arrivano anche alcune confetture biologiche. Le combinazioni proposte comprendono, tra le altre, susine e cannella, ciliegie e zenzero, melograno, pomodori verdi e cipolle rosse con aceto balsamico. Restano produzioni complementari rispetto all’olio, ma mostrano la volontà di utilizzare anche altri frutti e prodotti coltivati nella tenuta seguendo la stessa attenzione riservata alla materia prima.
Chi arriva alla Corte del Re può entrare direttamente nei luoghi della produzione. Le visite guidate attraversano gli oliveti e possono proseguire con una degustazione, mentre nel frantoio vengono organizzati anche piccoli corsi dedicati all’assaggio dell’extravergine. Non si tratta soltanto di provare un olio, ma di imparare a riconoscerne profumi, caratteristiche e differenze dopo aver visto dove nasce e come viene lavorato.
A Pitigliano la famiglia Paoli porta avanti anche La Bartolomea Home & Suite, nata dal recupero di un’abitazione storica nel centro del borgo con l’intento di restituire vita a uno spazio già parte del tessuto del paese. Le camere hanno un’impronta che richiama gli anni Settanta, con colori caldi, forme geometriche e arredi realizzati da artigiani locali, mentre gli affacci cambiano da una stanza all’altra e si aprono sui vicoli del Ghetto ebraico, sui vecchi tetti, sulla torre campanaria o sulle colline della Maremma. Alla struttura si affiancano anche alcuni appartamenti nel centro storico, pensati per chi preferisce vivere Pitigliano con maggiore autonomia. Il legame con la tenuta, però, rimane ben presente: chi soggiorna alla Bartolomea può raggiungere Corte del Re per le visite e le degustazioni guidate o partecipare ai mini corsi dedicati all’olio nel frantoio. Il soggiorno nel borgo e la campagna finiscono così per comunicare in modo naturale, permettendo di conoscere da vicino sia Pitigliano sia il lavoro agricolo che la famiglia porta avanti a pochi chilometri di distanza.
Più di vent’anni dopo il trasferimento in campagna, Corte del Re conserva l’impostazione familiare con cui è nata. Gli olivi vengono seguiti direttamente, la raccolta è manuale e la
molitura avviene nella proprietà, senza allungare inutilmente la distanza tra la pianta e il frantoio. È in questa continuità, più che nelle dichiarazioni, che si riconosce l’identità della tenuta e il rapporto costruito nel tempo con la terra che la circonda.


