Nel 1990 Marco Mottolese prende una poesia di Baudelaire e la stampa su una T-shirt destinata alle librerie. L’idea, nata quasi per gioco insieme ad altri due amici, diventa Parole di Cotone. Oggi può sembrare un’intuizione abbastanza familiare; allora lo era molto meno. Un testo letterario usciva dalla pagina e trovava un altro modo per raggiungere le persone. A guardare il percorso di Mottolese da qui, viene quasi naturale partire da questo episodio, perché in qualche modo anticipa molto di quello che farà dopo.
L’editoria la attraversa da posizioni diverse. Parole di Cotone è il primo progetto che rende visibile questa inclinazione: citazioni, testi e immagini entrano in libreria su oggetti che continuano a rimandare al mondo dei libri. Dopo quell’esperienza arriva Salani e, nel 2001, Magazzini Salani, nato per lavorare sui cosiddetti book’s inspired items. Mafalda, Emily the Strange e l’universo di Harry Potter diventano materia per un lavoro che oggi definiremmo senza difficoltà estensione di un immaginario editoriale. All’inizio degli anni Duemila era ancora un terreno da esplorare, fatto di tentativi, intuizioni e qualche rischio in più.
Questa familiarità con linguaggi diversi si ritrova anche nei libri. Nel 2015 Mottolese firma con Jo Lattari Muri in transito, costruito attorno a circa centocinquanta fotografie di scritte urbane. Le parole questa volta sono già fuori dalla pagina: stanno sui muri, nelle città, dentro frasi lasciate da sconosciuti e raccolte prima che scompaiano. Nel 2021 arriva Vestire Vivere Viaggiare, nato dalla collaborazione con Massimo Piombo. Un anno dopo Castelvecchi pubblica Mi hanno inoculato il vaccino sbagliato. L’insostenibile solitudine del virus, probabilmente il libro in cui il suo lavoro di giornalista e quello di narratore finiscono per avvicinarsi di più.
Tutto parte dalla rubrica #covidtelling, pubblicata su Leggo durante la pandemia. Il primo racconto sceglie apertamente la distopia: al protagonista viene comunicato che gli è stato inoculato per errore un vaccino destinato a prevenire l’amore. Poi la realtà comincia a fare concorrenza alla fantasia. Mottolese guarda gli autobus, prende taxi, attraversa aeroporti, ascolta conversazioni nei bar e per strada, osserva persone costrette a ripensare gesti fino a poco tempo prima automatici. Ha definito quel metodo “on the road”. L’espressione gli somiglia: stare in mezzo alle cose, ascoltare prima di scrivere.
A quattro anni di distanza, Mi hanno inoculato il vaccino sbagliato si legge inevitabilmente con occhi diversi. Nel 2022 quelle pagine trattenevano ancora qualcosa che stava accadendo; oggi ricordano quanto in fretta la quotidianità possa cambiare. Ci sono i volti coperti dalle mascherine, le città vuote, il lavoro trasferito nelle case, i viaggi diventati percorsi pieni di regole, la notte ridisegnata dai coprifuoco. Ci sono anche i ragazzi, costretti a vivere una parte delicata della crescita dentro una parentesi della quale nessuno conosceva la durata. Mottolese rimane vicino a questi dettagli. Sono proprio le cose più piccole, quelle che allora sembravano provvisorie, ad avere conservato meglio l’atmosfera di quel tempo.
Il titolo mantiene la deviazione fantastica del primo racconto, quasi comica nella sua assurdità, mentre il sottotitolo porta subito altrove, verso la solitudine. Tra i due estremi si muove gran parte del libro. C’è il gusto per il paradosso, ma ci sono soprattutto persone molto concrete che cercano di rimettere insieme una quotidianità diventata improvvisamente estranea. Un saluto, un viaggio, una chiacchierata al bar assumono un peso diverso perché per mesi erano stati sottoposti a cautele, regole, distanze. La pandemia resta sullo sfondo e si fa vedere soprattutto negli effetti che produce sui gesti.
Alla fine Mottolese scrive direttamente al virus. Lo trasforma quasi in un interlocutore e gli affida l’ultima pagina. È una chiusura semplice e personale, lontana dal bisogno di tirare le somme. Il libro, del resto, non cerca di spiegare la pandemia; osserva quello che ha tirato fuori dalle persone, nel bene e nel male, nei rapporti, nelle paure, nelle abitudini. Oggi quelle pagine interessano forse soprattutto per questo: restituiscono una comunità sorpresa mentre prova ad adattarsi.
La scrittura non è rimasta confinata ai libri. Mottolese continua a lavorare come giornalista e negli ultimi anni ha intervistato, tra gli altri, Emanuele Trevi, Paolo Giordano e Chiara Gamberale. Su Artuu Magazine scrive ancora nel 2026 di arte, cinema, costume e cultura; per Touring Magazine incontra scrittori e intellettuali lasciando spesso che la conversazione si allarghi oltre il libro appena uscito. Si sente la familiarità di chi frequenta da tempo autori ed editori, ma anche una curiosità abbastanza concreta per quello che succede quando una risposta prende una direzione inattesa. È lì, di solito, che un’intervista comincia a diventare interessante.
Con Giuseppe Berto la storia è più personale. Mottolese conosce Antonia Berto da oltre cinquant’anni, frequenta Capo Vaticano dagli anni Settanta e ha conosciuto lo scrittore. Molto tempo dopo quella frequentazione diventa anche un impegno culturale. Nasce Casa Berto, oggi portata avanti con Antonia, e dal 2015 Estate a Casa Berto riunisce in Calabria scrittori, giornalisti, musicisti e artisti. Nel 2026 Mottolese partecipa al Salone del Libro di Torino all’incontro dedicato a Il mare da dove nascono i miti e pochi mesi più tardi torna a Capo Vaticano per una nuova edizione della manifestazione.
Qui il confine tra lavoro e vita personale si fa più sottile. Casa Berto non arriva da una scoperta tardiva o da un interesse nato sui libri: nasce da una casa frequentata da ragazzo, da persone conosciute davvero, da rapporti che hanno attraversato decenni. Anni dopo tutto questo diventa qualcosa da custodire e da condividere. Incontri, letture, conversazioni, gente che torna ogni estate. La memoria smette di essere soltanto ricordo e continua a produrre occasioni nuove.
Accanto all’editoria e alla scrittura c’è poi il lavoro nelle media relations, che Mottolese porta avanti anche attraverso Mot Consulting. La società opera nelle pubbliche relazioni e nella comunicazione ed è presente come ufficio stampa esterno in progetti diversi, dall’editoria agli eventi, fino a iniziative come Rome Future Week. È un mestiere fatto anche di telefonate, materiali da preparare, contatti da coltivare, scadenze strette e informazioni che devono arrivare alle persone giuste senza perdere chiarezza strada facendo.
A prima vista può sembrare una parte molto diversa rispetto ai libri o al giornalismo. In realtà, per Mottolese, la distanza è minore di quanto sembri. Anche nella comunicazione bisogna conoscere bene ciò che si ha davanti, capire quale elemento vale davvero la pena raccontare e scegliere a chi affidarlo. Molto cambia rispetto a una pagina scritta e firmata, naturalmente. L’attenzione alle parole, però, resta.
Negli anni Mottolese ha continuato a muoversi fra questi territori senza preoccuparsi troppo di separarli. Parole di Cotone portava Baudelaire su una maglietta. Magazzini Salani cercava nuovi spazi per personaggi e storie nati nei libri. Muri in transito fermava parole trovate per strada. Covid Telling raccoglieva pezzi di quotidianità mentre stavano accadendo. Casa Berto parte invece da una storia personale che, con il tempo, ha coinvolto molte altre persone. Cambia il mezzo, e spesso cambia anche il pubblico.
Nel 2025 Mottolese firma la prefazione di Il dominio della luce, progetto di Roberto Angelini e Rodrigo D’Erasmo che mette insieme musica, scrittura e arti visive. Continua intanto a intervistare, a scrivere, a lavorare nella comunicazione e a seguire Casa Berto. Visto tutto insieme, il suo percorso ha qualcosa di poco lineare e proprio per questo abbastanza riconoscibile. Non è facile stabilire dove finisca l’editore e cominci il giornalista, o dove il comunicatore lasci spazio all’autore. Probabilmente non serve nemmeno farlo.
Basta tornare a quella T-shirt del 1990. Una poesia di Baudelaire esce dal libro e finisce addosso a qualcuno. Trentasei anni dopo Mottolese continua, con strumenti diversi, a lavorare in quella zona un po’ mobile in cui una parola può cambiare supporto, pubblico e occasione senza necessariamente perdere ciò da cui è partita. Vien quasi da pensare che, più che cercare una definizione capace di tenere insieme tutto, convenga lasciarlo lì: tra una storia che ha appena trovato la propria forma e la prossima che deve ancora arrivare.