Due ettari di vite, all’inizio degli anni Ottanta, per capire quali uve potessero davvero trovare casa su quelle colline. Nella Valle Ronci, nella campagna di Nepi, il primo vigneto aveva il carattere di un esperimento: sarebbe stato il comportamento delle piante, stagione dopo stagione, a suggerire come proseguire. Da quella prova ha preso forma Tenuta Ronci, il progetto vitivinicolo della famiglia Improta, che oggi si estende per circa trenta ettari nell’estremo sud della Tuscia viterbese. Una storia maturata con i tempi dell’agricoltura, nella quale le scelte iniziali sono state più volte misurate con la risposta della terra.
A volere quel primo impianto fu il dottor Arturo Improta, imprenditore nel settore sanitario, che in questa parte del Lazio ritrovò qualcosa della propria infanzia. Era cresciuto a Somma Vesuviana, vicino Napoli, in una famiglia che viveva dei prodotti della campagna, e quel rapporto con la natura gli era rimasto familiare. A conquistarlo furono la Valle Ronci e la presenza dell’acqua, così evidente in un territorio attraversato da corsi d’acqua e segnato da antiche sorgenti. A quell’interesse si univa una passione precisa per i vini francesi, in particolare quelli di Borgogna e Bordeaux. Fu naturale guardare allo Chardonnay, al Cabernet Sauvignon e al Merlot, ma piantarli qui significava anzitutto verificare se quel paesaggio potesse accoglierli e dare loro un’espressione propria.
A Nepi l’acqua ha inciso profondamente il tufo, scavando le gole che delimitano l’altopiano su cui sorge il paese. Nel centro storico si incontrano la Rocca dei Borgia e le arcate dell’acquedotto settecentesco. Poco distante si apre la Valle del Treja, con il suo parco naturale, le forre e la vegetazione che segue il corso del fiume. Le colline della tenuta hanno suoli vulcanici, formati anche dai materiali provenienti dai Monti Cimini e dalla caldera di Vico. Il peperino, roccia tipica della zona, contribuisce alla loro composizione. È qui che la storia agricola di Ronci ha preso una direzione precisa: capire cosa avrebbero espresso quelle uve, anziché cercare di riprodurre nel Lazio i vini assaggiati altrove.
Il passaggio dalla curiosità iniziale a un indirizzo enologico definito è legato al lavoro del professor Luigi Moio, docente di enologia all’Università Federico II di Napoli e già presidente dell’Organizzazione internazionale della vigna e del vino. Ha accompagnato lo studio delle varietà e la messa a punto dei vigneti. Accanto alle uve di origine francese vennero provati Sangiovese, Montepulciano, Cesanese, Malvasia Puntinata e Grechetto. Non tutti risposero con la stessa regolarità. Lo Chardonnay dimostrò presto un’adattabilità particolarmente convincente, mentre Cabernet Sauvignon e Merlot si rivelarono adatti a costruire rossi con una fisionomia riconoscibile anche al variare delle annate. Il Grechetto, dal canto suo, meritò nuovi impianti. La scelta di puntare soprattutto su Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Merlot e Grechetto è maturata proprio attraverso queste verifiche sul campo.
In un’intervista pubblicata sul sito ufficiale della tenuta, Moio ha parlato di Ronci come di un esempio di «agricoltura pura». Per comprendere il senso di quelle parole bisogna partire dal grappolo, che secondo l’enologo deve arrivare in cantina con le caratteristiche necessarie al vino che si vuole ottenere. La trasformazione può così accompagnare ciò che è già maturato in vigna, limitando gli interventi correttivi. Questo principio ha guidato la gestione delle rese, la scelta dei portainnesti e l’adattamento dei sistemi di allevamento. Ha richiesto di aspettare gli esiti delle decisioni prima di confermarle, mentre clima e condizioni di crescita continuavano a cambiare.
A dare continuità a questo lavoro agronomico contribuisce Enrico Carli, laureato all’Università di Perugia e cofondatore dello Studio Tecnico Novagri, che ha collaborato all’impostazione dei vigneti privilegiando la qualità delle uve e la resistenza delle piante alle variazioni climatiche. Il suo ruolo comprende anche la formazione sul campo delle persone che lavorano in tenuta. Fra le soluzioni adottate convivono il Guyot, utilizzato soprattutto per lo Chardonnay, e la pergola alta, che favorisce una maturazione più graduale e protegge i grappoli dall’irraggiamento eccessivo. Moio ne ha sottolineato l’utilità in particolare per il Cabernet Sauvignon. La forma del vigneto, insomma, è stata scelta in rapporto alle estati di Nepi, non a quelle della Borgogna.
La disponibilità d’acqua, che aveva attratto Improta in questo luogo, ha assunto nel tempo anche una funzione pratica. Gli impianti di irrigazione di soccorso permettono di intervenire quando caldo intenso e siccità mettono in difficoltà le viti, soprattutto le varietà più precoci. Negli ultimi anni, come ha osservato Moio, si sono ridotti alcuni ristagni di umidità e il rischio di gelate, mentre le temperature estive hanno richiesto maggiore attenzione. Le chiome vengono gestite e le produzioni mantenute contenute, cercando di accompagnare la maturazione senza forzarla. In questo senso l’esperienza accumulata serve meno a fissare una ricetta che a riconoscere quando occorre modificarla.
La fertilità dei terreni vulcanici ha suggerito un’altra scelta. Moio ricorda che in venticinque anni di vigneto non sono stati utilizzati diserbanti e che foglie e tralci sono stati lasciati sul terreno, a restituire sostanza organica al suolo. Anche nei mesi in cui le viti sembrano immobili, dopo la potatura e prima della ripresa vegetativa, si prepara il raccolto successivo. Su queste pratiche si innesta il lavoro delle persone che seguono quotidianamente filari e cantina, con quella continuità che nei progetti agricoli conta quanto le scelte compiute all’inizio.
La struttura di vinificazione è cresciuta insieme ai vigneti, passando dalla dimensione sperimentale a una cantina dotata di tecnologie moderne per gestire con precisione fermentazioni e affinamenti. Alessio Bassetti coordina da anni le attività e le persone che ruotano intorno all’azienda, con una formazione legata ai numeri e un interesse per la ristorazione. Giorgio Sarbu segue invece le incombenze quotidiane della cantina, mantenendo un rapporto costante anche con le vigne. Sono responsabilità differenti, che si incontrano durante la vendemmia, quando raccolta e lavorazione delle uve devono procedere insieme. Per alcune parcelle di Chardonnay si comincia già alla fine di agosto; il Cabernet Sauvignon richiede generalmente di arrivare alla fine di settembre.
Da questo lavoro nascono sette etichette a Indicazione geografica protetta Lazio. Tre sono dedicate allo Chardonnay, e proprio il loro confronto permette di comprendere quanto possano cambiare i risultati a partire da una stessa varietà. Il Bianco di Nè conserva in acciaio il carattere più immediato dell’uva, con una freschezza attraversata da richiami alla mela, ai fiori e alla menta. O’ di Nè, anch’esso affinato in acciaio, sviluppa un profilo più morbido, con suggestioni di frutta esotica, acacia e un finale che richiama miele e menta. Nel Manti, invece, entrano in gioco le uve di un vigneto più maturo e un affinamento ripartito tra acciaio e barrique: alla frutta si uniscono note di cera d’api e propoli, mentre il sorso si distende verso la nocciola e la mandorla tostata. Il legno ne accompagna il carattere, senza uniformarlo agli altri due bianchi.
Il Grechetto segue una strada diversa. È la varietà storicamente legata a queste terre che ha superato la fase sperimentale e trovato nuovo spazio negli impianti della tenuta. Vinificato in acciaio, mantiene la sua freschezza insieme a profumi di pera, acacia e biancospino, fino alla lieve nota di mandorla amara che ne segna il finale. La sua presenza accanto allo Chardonnay è un particolare significativo della vicenda di Ronci: il progetto era partito dall’ammirazione per i vini francesi, ma le prove in campo hanno lasciato spazio anche a un’uva della tradizione locale, scelta per i risultati ottenuti e non per una questione di principio.
Con i rossi la differenza si misura anzitutto nel rapporto fra Merlot e Cabernet Sauvignon, due uve che maturano in tempi diversi. Moio ha spiegato che nelle annate più calde il Cabernet può assumere maggiore peso nell’assemblaggio, contribuendo a conservare freschezza, mentre il Merlot porta morbidezza e una maturazione più precoce. Nel Rosso di Nè, dove il Merlot prevale, l’affinamento in acciaio mantiene in primo piano i profumi di ciliegia e lampone e un carattere più giovane. Veste Porpora parte ancora dall’incontro tra le due varietà, ma i dodici-quindici mesi in barrique ne modificano il passo: la frutta si accompagna alle spezie dolci e i tannini acquistano una trama più rotonda.
Il Ronci nasce invece da Cabernet Sauvignon in purezza, affinato in barrique per ventiquattro mesi. Le bottiglie prodotte sono mediamente tremila, un numero contenuto rispetto alle altre etichette. Mora, ciliegia nera, pepe verde e mentolo ne disegnano il profilo aromatico, sostenuto da una struttura che consente anche un ulteriore riposo in bottiglia. L’attesa in cantina, dunque, è prevista fin dall’inizio e condiziona anche i tempi di uscita del vino.
La crescita della tenuta ha seguito anche la strada delle relazioni, in particolare con la ristorazione romana, dove i vini della famiglia Improta sono presenti da anni. Alla vendita diretta si affianca uno shop online, mentre una rete di agenti e distributori cura la presenza commerciale nel Lazio e in altri territori. L’azienda guarda anche ai mercati esteri, pur mantenendo una struttura familiare e una produzione legata alla disponibilità delle singole annate. Moio ricorda che per mettere a punto un vino possono servire dieci anni e per costruire un’azienda vitivinicola anche venti. Nel vigneto da cui nasce il Manti, le piante hanno un’età media di trentasette anni.
Intanto la famiglia Improta continua a investire in nuovi impianti, e le vendemmie successive aggiungeranno altre risposte alla ricerca cominciata con quei due ettari.
