Chi apprezza le camminate all’aria aperta, nella natura incontaminata, ed è sempre in cerca di nuove località da scoprire dove praticare la propria passione, sarà senz’altro interessato da una peculiarità infrastrutturale dalla forte valenza storica e geografica. L’opera, per chi ancora non la conoscesse, è la “Strada dei 100 giorni”. Questi consiste nel più spettacolare tratto del Passo di San Boldo, o Valico di San Boldo, detto anche canàl de san Bòit, vale a dire il valico unente la Vallata trevigiana alla Valbelluna.
La Strada consiste in un’opera dall’alto valore ingegneristico, che si nasconde in uno scenario dominato dai boschi e dalle pareti calcaree delle Prealpi Bellunesi. E, sebbene molti la definirebbero una meraviglia tutta italiana, in realtà non è così. L’opera, infatti, cela una verità paradossale: i suoi realizzatori non erano italiani, bensì storici avversari dell’Italia nel corso del primo conflitto mondiale.
Si è avuta un’evoluzione del valico, da quand’era passaggio contraddistinto dalle mulattiere medievali fino al cambiamento dettato dalle esigenze della Grande Guerra, seppure dalla parte dell’esercito nemico, l’esercito austro-ungarico, e in mezzo a queste fasi il tentativo di stesura della strada d’attraversamento del valico su iniziativa italiana. Il valico dove sorge l’opera si eleva per 706 metri, e storicamente è stato via di percorrenza per viandanti, mercanti, pellegrini, così come anche per i leggendari zattieri, coloro che conducevano le zattere cariche di legna sul Piave fino a Venezia, e che prendevano quella strada verso Belluno, percorrendola a piedi.
Il passaggio veniva percorso fin dai Romani e la sua percorrenza era stata limitata nel Medioevo con l’apposizione dei dazi della Muda di San Boldo. Si stima che l’osteria “La Muda”, tutt’ora aperta al pubblico, risalisse al quindicesimo secolo e che quindi facesse già da allora come punto di ristoro e riposo per i viandanti che percorrevano il tratto, compresi gli zattieri.
Visto che il tratto era piuttosto impervio, si avvertiva storicamente l’esigenza di una strada carrozzabile. Ma i lavori di questa vennero intrapresi solamente nel 1914, su base del progetto dell’ingegnere Giuseppe Carpanè. In fase di costruzione sono stati impiegati centinaia d’operai locali e disoccupati
provenienti dall’estero. Ma quei lavori non ebbero alfine un esito positivo, giacché dovettero interrompersi in maniera brusca dinanzi alla parete verticale di roccia dell’ultimo canalone, un muro naturale che era stato ritenuto del tutto insormontabile, vista la tecnologia dell’epoca.
Ci sarebbe da parlare, a questo punto, della scolta di Caporetto e della corsa contro il tempo nel mettere a punto l’opera. Ma andiamo per gradi. Il cambiamento si ebbe, appunto, dopo la disfatta di Caporetto, quando le truppe austro-ungariche dominavano la parte di territorio con il valico, e allora il comando militare imperiale ritenne necessaria una strada di rifornimento rapida ed efficiente per il fronte Piave, ma anche protetta dai colpi dell’artiglieria italiana.
I lavori vennero ripresi a ritmo serrato, di giorno e di notte, a febbraio 1918, con l’obiettivo di portarli a termine in tempo utile alla grande offensiva estiva. A lavorarci, un esercito formato da 7.000 operai, tra genieri, prigionieri di guerra russi e manodopera locale, che riuscì ad ultimare l’infrastruttura in appena cento giorni (i lavori vennero terminati il 1 giugno 1918).
La sfida da fronteggiare era quella del superamento del dislivello vertiginoso del tratto finale senza che venisse snaturata la montagna, e perciò si fece ricorso a soluzioni tecniche altamente innovative per l’epoca. Nel dettaglio, si doveva fare in modo che la pendenza non superasse il limite del 12%.
Nel perseguire lo scopo, si doveva anche evitare di sbancare l’intera parete rocciosa, operazione complicata e dalla realizzazione quasi impensabile, e allora gli ingegneri concepirono una struttura del tutto peculiare, dalla forma elicoidale, e fecero scavare cinque gallerie elicoidali direttamente nella roccia calcarea viva. Gallerie reciprocamente collegate per mezzo d’una serie di ponti ad archi sospesi nel vuoto, e diedero vita a quello che oggi è il tratto della Strada Provinciale 635. Così, è stata ottenuta una sequenza di curve a gomito e tunnel che s’inerpicano l’uno sull’altra, che è la stessa sequenza che si vede ancor oggi e che detiene un impatto visivo davvero spettacolare.
A guerra conclusa, la strada che avrebbe dovuto servire per l’invasione si trasformò ironicamente in una delle principali direttrici di ritirata per le truppe austro-ungariche. Quel che è certo, quell’opera realizzata per la guerra ha dato arricchimento al patrimonio edilizio e paesaggistico italiano, oltreché storico.
Il percorso, fra l’altro, è tutt’ora transitabile, sebbene sia sottoposto a regole di circolazione decisamente rigide. Ciò perché la carreggiata appare molto stretta, e quindi l’ultimo tratto in galleria è a senso unico di percorrenza, alternato con un semaforo, e con un limite di 30 km/h. Oltretutto sono esclusi dal transito i veicoli che superano 3,2 m in altezza e che pesino più di 3,5 tonnellate.
Sussistono poi delle raccomandazioni che dovrebbero seguire gli amanti delle due ruote. Premesso che percorrere il famoso tratto in motocicletta è un’esperienza che gli appassionati dei motocicli non si lasceranno sfuggire perché è inebriante percorrere i 18 tornanti del San Boldo in moto, si consiglia comunque la massima prudenza. Questo perché l’asfalto, internamente alle gallerie, può risultare scivoloso per via delle infiltrazioni d’acqua sorgiva che ricorrono. Ma, oltre la strada, raggiunta la sommità del passo di San Boldo, si trova un territorio che si presta in tutto lo splendore che mostra alla pratica del turismo lento. Qui si può visitare l’orto botanico, denominato appunto Orto botanico San Boldo, dedicato alla coltivazione e alla cura di tantissime varietà di piante officinali, tutte quelle che si possono rinvenire ai piedi della montagna, opportunamente catalogate e studiate.
Troviamo l’orto botanico su un pendio ai limiti del bosco, e nelle sue immediate vicinanze c’è anche una piccola sala espositiva dove poter entrare in contatto con le memorie storiche relative alla Strada dei 100 giorni. Ad agosto, e in particolare nell’ultima parte del mese, vengono organizzati in quell’area numerosi incontri estivi che invitano il pubblico a un’approfondita conoscenza delle piante officinali raccolte e a un’educazione adeguata per la tutela di queste. C’è anche da dire che l’area dove si trova l’orto botanico è molto caratteristica e si presta molto bene alle visite, visto che nelle immediate vicinanze ci sono spazi disponibili per la sosta dei camper, diverse zone per fare in tranquillità il proprio pic-nic e anche delle storiche osterie dove poter consumare il pasto, dal fascino molto rustico e caratteristico del luogo.
Ma si possono altresì praticare dei percorsi di trekking sulla dorsale alpina, e qui il consiglio si rivolge al sentiero che porta al “Bivacco dei Loff”, che tradotto dal linguaggio del luogo sarebbe il “Bivacco dei Lupi”, un ricovero sulle Alpi presso il comune di Cison di Valmarino, ubicato a stretto contatto con le rocce del Crodon del Gevero. Il ricovero alpino in questione è aperto tutto l’anno e sempre a disposizione dei viandanti, non è gestito ma ha diverse dotazioni, fra cucina, camino, tavola e panche, oltre a una decina di posti letto al piano di sopra. La sola
acqua di cui si possa fruire nel rifugio è quella piovana, raccolta con la cisterna, poiché non vi è acqua potabile corrente. È comunque una grande comodità, e del tutto gratuita, per coloro i quali vogliano esplorare la zona con la pratica di un soddisfacente e gratificante trekking.
La “Strada dei 100 giorni” rimane un monumento a cielo aperto, una testimonianza della grande Guerra, della fatica umana e della maestosità urbana in una natura prealpina, con la quale continua a convivere armoniosamente e a disposizione degli sguardi e anche della percorrenza dei vari visitatori che vi si accingono.
