Il maggior pregio di Noi e loro, a prescindere dai suoi meriti estetici, risiede nella capacità di cogliere lo spirito dei tempi. Si presta infatti benissimo a leggere come una cartina di tornasole l’attualità politica internazionale in cui sembrerebbe affermarsi, dappertutto, un vento di estrema destra; dalle polemiche sul probabile saluto romano di Elon Musk durante l’Inaugration Day di Donald Trump al Campidoglio di Washington, all’aggressione di stampo neofascista subita a Roma dai tifosi della Real Sociedad prima dell’incontro di calcio di Europa League contro la Lazio.
Il film narra infatti la storia di un padre vedovo, operaio sindacalizzato con una storia tutta a sinistra, che scopre che suo figlio maggiore simpatizza per l’ideologia neonazista e partecipa a pestaggi xenofobi; tra cameratismo machista da ultras e allenamenti in palestre di boxe francese, culto della violenza e grida belluine, individualismo suprematista e cameratismo dionisiaco. Anche perché soffre di frustrazione da complesso di inferiorità nei confronti del fratello minore, il figlio prediletto, con un futuro certo da brillante studente della Sorbona; un caso in cui, fortunatamente, l’ascensore sociale ha funzionato.
Interpretato dall’astro nascente del cinema francese, Benjamin Voisin (già visto e ammirato in Estate ’85 di François Ozon e Illusioni perdute di Xavier Giannoli), Fus, ventiduenne fragile e violento con tanto di croce celtica tatuata sul dorso, è in assoluto l’elemento più interessante del film: un personaggio davvero “tipico” della nostra contemporaneità, a metà strada tra l’underdog di Giorgia Meloni e il forgotten man di Donald Trump; intriso di rabbia sociale contro il sistema elitario che ha scavato nel tempo un solco sempre più profondo tra la casta dei garantiti e la folla degli emarginati. Voisin gli conferisce il giusto piglio, sfrontato e irriverente, che aiuta a definire un carattere socialmente e politicamente molto riconoscibile. Inserito opportunamente nel milieu delle tifoserie di calcio, in questo caso gli ultras del Metz, tra cui si annidano ultras para-nazisti, con tanto di felpe nere e teste rasate. La vicenda è infatti ambientata, sintomaticamente, a Villerupt, citta di frontiera tra Francia, Belgio e Lussemburgo, con una lunga storia di immigrazione di lavoratori di miniera; la quale possiede, per definizione, una identità meticcia che rifugge da qualunque nazionalismo, cui vorrebbe invece
ricondurla il giovane Fus il quale, nei suoi deliri sovranisti, si considera ancora fieramente figlio della Lorena, regione storica abolita nel 2015.
Da un lato dunque le ragioni sacrosante di chi, come il padre progressista o il fratello più giovane e istruito, individua nell’estrema destra che sta trionfando in tutto il mondo un pericolo per la tenuta democratica; e dall’altro, le tesi più rozze e violente di Fus, che si lamenta non del tutto a torto per le derive paradossalmente antidemocratiche di questa democrazia oligarchica. Sulla sottile linea che separa queste ragioni si gioca il senso del film, e la sua cifra più potente: quando il figlio accusa il padre di comportarsi da intollerante nei confronti delle proprie ragioni, risuona infatti verosimilmente il tema ineludibile della spocchia paternalista con cui la nuova sinistra liberal liquida le ragioni – per quanto scomposte e sgrammaticate – degli strati popolari odierni, confusi e frustrati dalla globalizzazione, alimentando così perversamente le loro derive verso le opzioni politiche più reazionarie.
Il titolo originale è Jouer avec le feu, frase a effetto dal doppio senso: vuol dire, naturalmente, giocare con il fuoco ovvero, metaforicamente, avvicinarsi scherzando a una situazione di pericolo; ma rimanda anche, letteralmente, al lavoro svolto da Vincent Lindon: operaio che lavora nella manutenzione delle linee ferroviarie, non troppo diversamente dai cinque uomini morti tragicamente a Brandizzo nell’agosto del 2024. Del resto l’attore francese, che per questa performance ha vinto una meritata Coppa Volpi all’ultima Mostra del cinema di Venezia, si è specializzato nel rappresentare credibilmente nel corso del tempo, e con una cifra stilistica permeata di un patos tanto struggente quanto misurato, una galleria di personaggi della “classe operaia”, principalmente nella nota trilogia del lavoro di Stephan Brizè: La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo. Qui interpreta Pierre, un operaio sindacalizzato, con un’importante storia politica alle spalle all’insegna dell’antifascismo; ma che, ormai, come capita a molti ex militanti della sua generazione, è stanco e confuso: le stagioni della militanza sono irrimediabilmente andate, e le categorie ideologiche novecentesche non sono più in grado di rappresentare adeguatamente l’attualità. Un personaggio tarato sulla falsariga della sua biografia artistica e personale, il quale dovrà scegliere drammaticamente se sposare le ragioni eretiche e aberranti di suo figlio o restare fedele agli ideali di una vita; finendo per ammettere, amaramente, che la colpa di questa assurda deriva mondiale è pure sua, della sua generazione, e della sua parte politica. Tema attualissimo e paradigmatico, che riguarda in piccolo questa disgraziata famiglia della Francia nordorientale e più in generale il mondo intero, come ci rammenta un notiziario che si intravede nel loro tinello, in cui si sottolinea che dovunque – dalla Francia all’Italia, dall’Ungheria alla Polonia, dal Regno Unito agli Stati
Uniti – la destra trionfa nelle urne e più in generale nel gradimento dei cittadini. Pertanto, ad onta di alcuni punti di debolezza (regia per lo più piatta, narrazione eccessivamente prolissa, scene dal valore metaforico – il ballo rock tra babbo e figlio che dovrebbe in teoria sottolineare l’affetto profondo che resiste sotto la spessa coltre dell’incomprensione reciproca – francamente rivedibili), il film di Delphine e Muriel Coulin è, a causa del tema che tratta (a parere mio, il “tema dei temi”) letteralmente imperdibile.
Il titolo italiano viene molto opportunamente ricavato dalla drammatica deposizione del protagonista il quale – durante la sequenza “legal drama” del sottofinale – sottolinea, in lacrime, l’apparentemente inarrestabile deriva nichilista della società contemporanea, che ha ricominciato a dividere il mondo in “noi” e “loro”, in una esiziale logica del tutti contro tutti.