L’infinita nostalgia del cielo

Risiede nel cuore di ogni uomo l’infinita nostalgia del cielo al centro di questa perla della letteratura di Gibran Khalil Gibran. Scrittore, pittore, filosofo e teologo di origine libanese, Gibran visse a lungo negli Stati Uniti e morì a New York nel 1931. Il suo capolavoro, Il Profeta, fuun successo planetario, ma anche altre sue opere poetiche e narrative sono state tradotte intutto il mondo.
Il testo Lazzaro e la sua amata, apparve postumo nel 1933. Oggi è riproposto nella traduzionedall’arabista Bartolomeo Pirone, che ne cura anche la postfazione critica, e ha un’introduzione del poeta e giornalista Davide Rondoni, il cui testo è ben più di un semplice commento, ma è quasi un’opera a se stante da leggere con attenzione e meditare. Rondoni è colpito dalla figura di Lazzaro di cui ha tentato una rilettura nella sua opera Gesù. Un
racconto sempre nuovo, in cui immagina quale sia davvero il motivo della resurrezione dell’amico di Gesù. «Mi intriga reperire, se mai fosse possibile, dentro il cuore di Gesù – scrive Rondoni – il motivo di quella sua straordinaria chiamata di Lazzaro indietro dal regno dei morti, evento che peraltro costituì il motivo della sua definitiva condanna a morte, vista la vicinanza di Betania a Gerusalemme e visto il gran rumore che tale fatto produsse nella folla e nella capitale della Giudea. Fu quella la sera in cui Caifa, sommo sacerdote in carica, con le famose parole a proposito del perire di uno piuttosto che di tutto il popolo, decise di mettere in moto la macchina
che, attraverso il “tradimento” di Giuda, a sua volta probabilmente tradito dai sacerdoti, arrivò a condannare Gesù e a portarlo sul patibolo della croce». Durante i tre anni di predicazione pubblica, Gesù solo in due casi sveglia qualcuno dalla morte e si tratta sempre di ragazzini. La risurrezione di Lazzaro è differente. «La scena, com’è noto, si svolge in un cimitero e la mente Gibran

 


Lazzaro e la sua amata
Edizioni Terra Santa, Milano 2019
112 pagine
14 €
ISBN: 978-88-6240-622-2
Data di pubblicazione: 14 febbraio 2019
Comunicato stampa Ufficio Stampa
Elena Grazini
Comunicazione
+39 338 190 24 36
elena@elenagrazini.it
laica e indagatrice dello scrittore è portata a chiedersi cosa avranno pensato i presenti, i parenti
degli altri morti. Qualcuno forse avrà chiesto: “Perché, intanto che sei qui, non trai fuori anche il
mio povero marito o la mia mamma?” – prosegue Rondoni –. Insomma, quello di Gesù è un
gesto assoluto di amicizia. Ma, appunto, forse è Gesù stesso ad aver bisogno del suo amico
vicino, consapevole del fatto che lo aspetti un’ultima, terribile settimana. La caratteristica di
amico, ecco, questa è la cosa a mio avviso centrale nella vicenda di Lazzaro. Gesù nei giorni
burrascosi che precedono la sua condanna tornerà da Gerusalemme a Betania per una cena a
cui è presente Lazzaro, tanto che l’evangelista nota che alcuni erano lì per vedere il risorto…
Gesù è tra i suoi amici, in uno dei suoi “rifugi” che lo proteggono dalla morsa sempre più stretta
dei sacerdoti, rifugio come era l’orto degli ulivi, che sarà appunto svelato da Giuda in cambio di
pochi soldi».
L’amicizia, allora, è la chiave di lettura per Rondoni, che aggiunge: «Lazzaro, dunque, a mio
povero avviso fu richiamato dalla morte da Gesù con il grido che ancora risuona nei secoli, venato
da tutto il dolore di chi non vuole restare senza l’amico più caro vicino prima della prova più alta.
È un altro segno della suprema umanità di Gesù proprio nel momento in cui mostra la sua
potenza divina».
Nel testo di Gibran non c’è nulla di tutto questo, in quanto Lazzaro è ritratto come una sorta di
controfigura dello spiritualismo inquieto ed eclettico dell’autore medesimo. «Lo diventa – spiega
Rondoni – con la sapienza di un incedere stilistico quieto e profondo, con un sapiente uso delle
pause del dialogo e con la necessaria assunzione di un punto di vista (il Pazzo) che ha il compito
di dare gli elementi, esterni anch’essi, di comprensione a una vicenda che altrimenti risulterebbe
incomprensibile. Il sognante, svagato Lazzaro, nostalgico della situazione in cui si trovava nella
post-vita, finalmente libero della parte di sé corporea, risulta, come accennato, un potente
simbolo di una dimensione spirituale oggi fortemente diffusa. Produrre una dopo-vita, un
posthuman, che scarichi finalmente la cattività dei corpi per essere ricondotta alla pura essenza
dell’Io, è uno dei sogni a occhi aperti che anima concretissimi centri di ricerca universitari e
tecnologici».
Nel testo di Gibran, nella casa di Betania, con la madre e le sorelle Marta e Maria, Lazzaro vive
un profondo rammarico per essere stato richiamato in vita da Gesù e confida la nostalgia per
l’amata che ha conosciuto quando è morto: «Eravamo nello spazio, la mia amata ed io, ed
eravamo lo spazio tutto. Eravamo nella luce ed eravamo tutta la luce». Il distacco forzato da
quella felicità pura gli crea un senso di insoddisfazione e una insensata fatica a vivere la realtà
quotidiana. Gibran prende spunto da una pagina evangelica per rivestirla della sua poesia,
facendo emergere uno dei suoi pensieri: che la morte è un aspetto del cuore della vita, una
pulsazione, un nome, un appello. La vita sta alla morte come un fiume al mare.

Related Posts

di
Previous Post Next Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

0 shares