A 55 anni le cabine per fototessera cambiano vita, diventano punti stampa universali per foto digitali e si rifanno il look

Le cabine per fototessera, pezzi di storia del nostro Paese che dagli anni ’60 fotografano le facce degli italiani e sono ormai parte integrante della nostra geografia urbana, diventano punti di stampa universale. E danno il via a una vera e propria rivoluzione tecnologica calata nel quotidiano che coinvolgerà tutti.

 

Dedem Spa, l’azienda che produce ad Ariccia e gestisce le cabine per fototessera di tutta Italia scattando ogni anno oltre 10 milioni di foto, lancia ImpressMe. Una rivoluzionaria app che da questo mese renderà possibile stampare con un semplice click tutte le foto salvate su tablet e telefonini in qualsiasi cabina per fototessera: un modo per trattenere i nostri ricordi, materializzandoli ovunque ci troviamo.
«Oggi — spiega Riccardo Rizzi, Presidente del Gruppo Dedem — si fanno centinaia di fotografie in più rispetto alle canoniche 30 dei vecchi rullini, anche se la maggior parte, se non tutte, rimangono sul cellulare o sul tablet. Per questo abbiamo pensato che fosse un’esigenza e un piacere avere la possibilità di svilupparle in formato cartaceo, in modo semplicissimo. Da qui è nata ImpressMe». Un software del tutto innovativo che in qualche modo strizza l’occhio al passato e in un mondo sempre più digitale offre un tributo alla carta, una app che avrà un impatto forte sulle nostre abitudini quotidiane, un modo per tornare a rendere fisico l’immateriale delle centinaia di foto che scattiamo con gli smartphone.
Per festeggiare ImpressMe, Dedem Spa organizza – giovedì 17 maggio dalle ore 15 all’Ara Pacis di Roma – una giornata di studi dedicata al “selfie prima del selfie”, un convegno dal titolo “La fototessera. L’automatismo fotografico prima del selfie”, un omaggio corale alla storia della cabina per fototessera, ma anche all’istinto ad autoritrarsi che, già un secolo prima del selfie-boom, aveva trovato, in quella scatola magica separata dal mondo esterno soltanto da una tendina, uno stimolo all’evasione e alla sperimentazione.

Un programma ricco di interventi di studiosi e specialisti che raccontano come sia iniziata e si sia poi evoluta la storia della cabina per fototessera, dai primi esempi di valorizzazione dell’automatismo fotografico ottocentesco fino al brevetto della photomaton. A dare testimonianza della fototessera come fenomeno estetico e di costume, e della cabina come spazio privato immerso nello spazio pubblico, la presenza del Maestro Franco Vaccari, l’artista che con la sua Esposizione in tempo reale, presentata nel ’72 alla biennale di Venezia, affascinò tutti con un’opera d’arte interattiva, in cui i protagonisti erano la cabina, le sue fototessere e il catalogo degli oltre 5000 volti chiamati a lasciare una traccia fotografica del loro passaggio.
Nel corso del pomeriggio, il Centro Romano di Fotografia e Cinema presenta il progetto didattico su selfie e fototessere: «Dedem  – spiega la direttrice Carla Magrelli – ha posizionato una delle sue cabine per fototessera all’interno del Centro Romano di Fotografia….gli studenti hanno creato immagini, selfie, realizzato vere e proprie opere d’arte, documentato il tutto con un video. Per due mesi il gioco è stato inarrestabile, dagli studenti ai professori, ai visitatori: nessuno ha potuto resistere al fascino del “selfie prima del selfie”».

 

L’attore e regista Paolo Ruffini, anche lui sedotto dal carisma della cabina, conclude il pomeriggio con un monologo sul valore della fotografia. «Ho sempre pensato che quella cabina fosse una sorta di scatola magica. E questo ultimo stratagemma è in effetti una magia vera e propria: affidargli i nostri ricordi perché ce li restituisca materializzati. Adesso di foto ne scattiamo milioni ma quel flusso di frammenti digitali che riempiono i nostri smartphone, senza un album che li conservi e che si possa toccare… va a finire nel dimenticatoio. Io stesso ho un tera di foto nel mio telefono e non le guardo mai. Le foto dei miei ricordi sono quelle sul comò della mia mamma. Stampato, il flash di quel momento, ci tiene compagnia in tutt’altro modo!».

 

Sulla scia creativa del maestro Vaccari, quello stesso giorno dalle 19.30, presso Daforma Gallery, a Roma, in via dei Cappellari 38, i Parasite 2.0 presentano in anteprima la “cabina d’autore”. Questo giovane, pluripremiato collettivo di architetti, con alle spalle due Biennali di architettura e molte mostre all’estero, svela il progetto di trasfigurazione del tradizionale e ormai iconico photo booth in un oggetto totemico di culto dall’identità rinnovata, che non tradisce le sue forme originali ma le mantiene in una veste surreale e fortemente contemporanea. I Parasite 2.0 hanno ideato una sinuosa crisalide in metacrilato fumé in grado di ripensare geometria e presenza del macchinario, proiettandolo in un immaginario futuristico e al contempo ancestrale. Un primo passo verso una nuova generazione di “cabine d’autore”, che saranno destinate a musei e festival di musica e arte contemporanea, nonché diffuse in punti strategici delle principali città d’Italia.

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