Ristorante Molo 17, sul Lungomare di Napoli il pescato diventa racconto di tavola

A pranzo, su via Partenope, prima ancora del menu arrivano il rumore della strada, la luce sul Golfo e quella calma un po’ ingannevole che Napoli sa creare anche quando tutto intorno continua a muoversi. Capri resta sullo sfondo, i tavoli guardano il mare, ma dopo pochi minuti diventa chiaro che un ristorante in una posizione così deve saper andare oltre la vista. La bellezza aiuta, certo, però chiede anche qualcosa in cambio: una cucina capace di farsi ricordare quando lo sguardo torna nel piatto. Molo 17 abita uno dei tratti più riconoscibili del Lungomare napoletano e costruisce la sua proposta intorno al pescato fresco, ai crudi, alla brace, alle fritture e a una cucina che tiene vicino il gusto partenopeo, lasciandosi spazio per accostamenti più liberi.

Dal 2018, il progetto porta la firma di Francesco Cipolletta. L’idea è quella di una cucina di mare legata a Napoli, ma abbastanza elastica da non fermarsi ai piatti più attesi. In un locale affacciato sul Golfo, questo conta più di quanto sembri. Chi si siede qui arriva spesso con un’immagine già pronta: il mare davanti, il pesce fresco, un primo con i frutti di mare, magari una frittura fatta bene. Molo 17 parte da quell’aspettativa, la conosce, la attraversa, poi prova ad allargarla con una carta ricca, in cui il pescato segue la disponibilità dei pescherecci locali e la cucina si adatta a ciò che arriva ogni giorno. Sembra una scelta semplice, vista dalla sala. In cucina, invece, significa lavorare con una materia prima viva, mai identica a sé stessa, e trovare ogni volta il modo giusto per portarla al tavolo senza caricarla troppo.

L’indirizzo, Via Partenope 12 H, dice già molto del rapporto tra il ristorante e la città. Da una parte Napoli nel suo tratto più esposto, con il passaggio continuo, il mare vicino, le luci che cambiano durante il servizio; dall’altra il lavoro più nascosto della cucina, quello che comincia prima dell’arrivo dei clienti e resta dietro ogni piatto. La sala vive dentro questo movimento: turisti, napoletani, tavoli lenti, pranzi veloci, cene più distese. Il menu tiene conto di pubblici diversi e non forza il cliente dentro un’unica formula. Si può partire da un crudo, scegliere un primo più classico, puntare su un pesce alla brace o fermarsi su un panino di mare. La carta è ampia, ma il filo resta chiaro: il pesce come punto di partenza, Napoli come lingua di fondo, qualche deviazione contemporanea per dare al piatto un passo diverso.

I crudi aprono il discorso nel modo più diretto. Ostriche, tartufi di mare, scampi, gamberi rossi di Mazara del Vallo e calamaro con teriyaki e wakame compongono una proposta pensata per chi cerca subito il mare, con qualche sapore più internazionale a spostare leggermente il profilo dell’assaggio. L’assortimento dei crudi del Molo permette di costruire un percorso più vario, mentre le tartare scelgono accostamenti più precisi: il tonno pinna gialla incontra riso venere e guacamole, il salmone arriva con tarallo napoletano e lime, la ricciola viene servita con pera e un condimento pensato per accompagnarne la freschezza. Sono piatti che chiedono misura, perché il crudo perdona poco. Quando il pesce è al centro, tutto ciò che lo accompagna deve restare al suo posto, lasciando arrivare prima la freschezza.

Nei carpacci il gioco tra mare, frutta e acidità diventa più evidente. Il tonno pinna gialla viene abbinato al pomodoro del piennolo e alle olive nere, il salmone agli agrumi siculi e al pepe rosa, gli scampi di Sicilia al mango, al sorbetto alla percoca e al Lacryma Christi. I gamberi rossi con fragola e sorbetto al mandarino portano il menu su un terreno più curioso, dove dolcezza e freschezza devono trovare una misura precisa. Letti sulla carta, certi abbinamenti sembrano voler rischiare qualcosa; poi decide il boccone, con la sua temperatura, il taglio del pesce, il dosaggio dell’acidità. Il carpaccio di pescato del giorno riporta invece la scelta alla disponibilità del banco, lasciando che sia la materia prima a suggerire la strada.

Con gli antipasti la carta prende un passo più ampio. Il polpo compare in una versione all’insalata, con finocchi e misticanza, oppure cotto a bassa temperatura con una purea di patate profumata al limoncello, cocco e fragole. La mozzarella incontra la tartare di gamberi e la vellutata di zucca, mentre le alici del Cantabrico arrivano su una bruschetta con pomodorini del piennolo e burrata. Vongole e cannolicchi riportano verso sapori più immediati, riconoscibili, vicini a quella cucina di mare che a Napoli si cerca quasi d’istinto. È una sezione generosa, dove piatti semplici e accostamenti più audaci convivono senza chiedere al cliente lo stesso tipo di attenzione. Alcune scelte parlano a chi vuole andare sul sicuro, altre cercano un assaggio meno prevedibile. Il punto, in fondo, resta sempre lo stesso: avvicinarsi al mare da angolazioni diverse.

La frittura, a Napoli, non è mai un dettaglio secondario. Da Molo 17 entra in carta con le zeppoline di alghe, i gamberi ai corn flakes con maionese alla teriyaki, i crocchè scomposti con polpo e friarielli, i gamberi in pasta kataifi con salsa tartara. Il baccalà viene proposto anche in una versione più giocosa, con cocco e miele al jalapeño, mentre la polpettina di tonno e provola riporta il discorso verso un sapore più familiare. Qui il tono diventa più popolare, più diretto, con qualche uscita laterale. La regola, però, resta antica e severissima: una frittura deve arrivare asciutta, calda, precisa. Tutto il resto può divertire e dare carattere, ma il primo giudizio passa da quella leggerezza che il fritto promette e che il cliente riconosce subito, appena il piatto arriva a tavola.

I primi piatti raccontano bene il modo in cui il ristorante alterna riconoscibilità e variazione. Gli spaghetti con vongole veraci restano un riferimento netto, quasi inevitabile per un ristorante di mare sul Lungomare. Accanto a loro compaiono piatti più mossi: gli spaghetti aglio, olio e peperoncino con carpaccio di gamberi e tarallo, le linguine all’astice con pomodorini rossi del piennolo, il tonnarello con tartufi di mare, parmigiano, limone e menta. La cacio e pepe con tartare di gamberi e lime prende un piatto romano e lo porta verso il mare, mentre i ravioli di burrata con ricciola e melanzane cercano un sapore più morbido, più mediterraneo. Anche il risotto con crema di scampi, funghi porcini e Provolone del Monaco lavora sull’incontro tra mare e terra, con una pienezza più avvolgente. Sono piatti pensati per chi vuole riconoscere qualcosa, ma accetta volentieri una piccola deviazione.

La presenza dell’acquario consente di scegliere astice blu, aragosta o cicala, preparati in modi diversi, dalla pasta alla catalana fino alla brace. Nei secondi la cucina torna a un rapporto più diretto con il pesce: polpo grigliato con patate e friarielli, frittura di gamberi rossi e calamari, alici fritte, salmone teriyaki, filetto di spigola, trancio di pesce spada o ricciola secondo disponibilità. Il tonno ai carboni con purè al tartufo, servito su pietra lavica, ha una presenza più scenografica; il calamaro alla brace e il baccalà con bacon croccante, ceci e scarole parlano invece una lingua più concreta, fatta di cottura, sapore e consistenze. Per il pescato intero, tra spigola, pezzogna, orata, pescatrice, dentice e rombo, la scelta può andare verso l’acqua pazza, il forno, la brace, il sale o la preparazione alla mediterranea. In questa parte la cucina lascia più spazio al pesce e il piatto diventa volutamente più essenziale.

I panini di mare portano Molo 17 su un terreno più informale, senza allontanarlo dalla sua identità. Il polpo grigliato entra in un panino con patate, provola e friarielli; il burger di tonno viene accompagnato da friarielli, patate fresche e cheddar; il gambero rosso di Mazara in pasta kataifi incontra bacon, burrata e cipolla di Tropea. Sono proposte pensate per chi vuole restare sul mare con un ritmo diverso, meno legato alla sequenza classica del pranzo o della cena. Il pesce diventa morso, condivisione, scelta più disinvolta. Racconta anche questo il locale: la volontà di parlare a clienti diversi, senza costringere la cucina dentro un’idea troppo formale di ristorante di mare.

La parte dolce chiude il percorso con sapori pieni, riconoscibili, più golosi che sottili. Accanto al tiramisù della casa, alla crema catalana, al babà partenopeo e al sorbetto al limone, compaiono il cannolo di pasta kataifi al pistacchio, il dolce Molo17 con ricotta, Nutella e pistacchio, il Mare Bianco con caramello salato caldo e il semifreddo alla pastiera. Dopo un menu costruito sul pesce, sulla frittura, sui primi ricchi e sulla brace, il dessert mantiene una certa generosità. Napoli riaffiora nel babà e nella pastiera, ma anche in una golosità più istintiva, che non cerca troppe spiegazioni. A volte basta un cucchiaio, e il finale prende una strada sua.

Molo 17 regge proprio su questa convivenza di piani diversi. Il Lungomare porta con sé la bellezza immediata del Golfo e il peso di una vista che potrebbe bastare da sola; la cucina risponde con il pescato fresco, con i friarielli, il tarallo, le alici, il pomodorino del piennolo, la frittura, la brace, ma anche con salse, agrumi, frutta, kataifi e accostamenti più contemporanei. Il risultato è un ristorante di mare pensato per un’esperienza completa, capace di passare dal crudo al primo, dal pescato intero al panino più informale. Fuori, Napoli continua a scorrere tra il mare e la strada. Dentro, il piatto prova a prendersi il suo spazio, anche quando la vista farebbe di tutto per rubargli la scena.

 

https://molo17napoli.it/

 

 

Foto S.P.

 

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