Il progresso raramente procede in linea retta. A volte accelera, altre rallenta e costringe a guardare indietro, non per nostalgia ma per capire se alcune risposte siano rimaste lungo la strada. In agricoltura questo movimento è particolarmente evidente. L’evoluzione tecnologica ha trasformato profondamente il lavoro nei campi: macchine sempre più potenti, produzioni sempre più intensive, una ricerca continua di efficienza che ha garantito risultati straordinari ma che, con il tempo, ha iniziato a mostrare anche alcune crepe. Il suolo, soprattutto, reagisce lentamente ma conserva memoria. Quando viene compattato o impoverito impiega anni per recuperare equilibrio.
Dentro questa consapevolezza prende forma il progetto di Eponalia Cavalli in Agricoltura, presieduto da Daniele Cardullo che si muove lungo una direzione apparentemente controcorrente: riportare il cavallo nelle lavorazioni agricole contemporanee. Non come rievocazione del passato rurale né come gesto simbolico, ma come strumento operativo capace di dialogare con alcune delle esigenze più attuali dell’agricoltura.
L’intuizione da cui nasce il progetto è semplice e concreta. Il cavallo esercita sul terreno una pressione molto inferiore rispetto ai mezzi agricoli motorizzati. Questo significa minore compattazione del suolo, maggiore conservazione della struttura naturale del terreno e una lavorazione più rispettosa dei processi biologici che ne determinano la fertilità. In un momento storico in cui la sostenibilità non riguarda più soltanto il linguaggio della comunicazione ma la tenuta stessa dei sistemi agricoli, questo elemento assume un valore tutt’altro che marginale.
Il lavoro di Eponalia si sviluppa attorno al concetto di “cavallo collaboratore” nelle pratiche agricole contemporanee. Il termine non è casuale: l’animale non viene interpretato come sostituto romantico della tecnologia, ma come parte attiva di un sistema di lavoro che richiede competenze specifiche, conoscenze agronomiche e capacità di gestione. Attorno a questa prospettiva si è progressivamente raccolta anche una rete di professionalità diverse — agricoltori, tecnici della trazione animale, veterinari, formatori e studiosi del settore agricolo — interessate a recuperare e aggiornare competenze che negli ultimi decenni si erano in parte disperse.
In questo percorso la figura di Daniele Cardullo assume un ruolo centrale. Il suo impegno non si limita alla dimensione associativa ma si estende alla pratica quotidiana nei campi, dove molte delle idee promosse da Eponalia trovano applicazione concreta. Negli anni Cardullo ha contribuito a costruire momenti di confronto, giornate dimostrative e percorsi formativi dedicati alla trazione animale in agricoltura, coinvolgendo agricoltori, tecnici e operatori interessati a esplorare queste pratiche.
Il punto, tuttavia, resta sempre lo stesso: le idee devono confrontarsi con la terra. Ed è proprio sul terreno che il progetto trova una delle sue espressioni più tangibili nell’Azienda Agricola Francesca Zucchini, realtà situata nel territorio della Val di Chiana, un’area che da secoli rappresenta uno dei paesaggi agricoli più riconoscibili dell’Italia centrale.
La Val di Chiana è una pianura che ha attraversato trasformazioni profonde nel corso della storia. Bonificata progressivamente tra il Medioevo e l’età moderna, è diventata nel tempo uno dei territori più fertili dell’Italia centrale, caratterizzato da coltivazioni cerealicole e orticole e da una tradizione agricola radicata. Proprio questa lunga relazione con la terra rende il territorio un osservatorio interessante per sperimentare modelli agricoli diversi.
All’interno dell’Azienda le lavorazioni agricole si affiancano all’utilizzo dei cavalli da tiro per alcune operazioni nei campi. Gli ortaggi stagionali coltivati nell’azienda vengono lavorati anche attraverso attrezzature agricole trainate dagli animali, strumenti progettati per intervenire sul terreno con precisione e delicatezza.
Osservare una lavorazione condotta in questo modo produce una sensazione particolare. A un primo sguardo può sembrare una scena sospesa nel tempo: il cavallo che avanza lungo il filare, l’operatore che guida l’attrezzo, il ritmo cadenzato del lavoro agricolo. Ma basta fermarsi qualche minuto per capire che non si tratta di una rappresentazione del passato. È un processo tecnico preciso, che segue logiche agronomiche molto concrete.
Il passo del cavallo distribuisce il peso sul terreno in modo naturale e l’attrezzo penetra nel suolo senza la pressione esercitata dai macchinari più pesanti. Il lavoro procede seguendo il ritmo del campo. Non è una questione di velocità ma di relazione con il terreno. A questo si aggiunge anche un aspetto economico che molte piccole aziende agricole iniziano a considerare con attenzione: l’acquisto di un cavallo già addestrato comporta un investimento generalmente molto inferiore rispetto a quello necessario per un trattore, e anche i costi di gestione risultano più contenuti se si considera l’assenza di carburante e la ridotta manutenzione meccanica. A questi fattori si affianca un impatto ambientale decisamente più leggero.
Negli ultimi anni la ricerca agronomica ha evidenziato con sempre maggiore chiarezza quanto la compattazione del suolo rappresenti uno dei problemi più delicati per l’agricoltura contemporanea. Il passaggio ripetuto di macchinari pesanti modifica la struttura del terreno, riduce la capacità di drenaggio e limita l’attività biologica che rende fertile il suolo. In questo quadro la trazione animale torna a essere oggetto di attenzione soprattutto per aziende agricole di dimensioni contenute o per coltivazioni che richiedono interventi più mirati.
Il lavoro promosso da Eponalia si muove proprio lungo questa linea: non sostituire la tecnologia ma affiancarla, scegliendo strumenti diversi a seconda delle esigenze del terreno e delle coltivazioni. Perché questo modello possa funzionare è però necessario recuperare competenze che negli ultimi decenni si erano progressivamente disperse. L’utilizzo del cavallo nelle lavorazioni agricole richiede conoscenza dell’animale, padronanza delle attrezzature e capacità di leggere il comportamento del terreno.
Per questo motivo una parte importante dell’attività di Eponalia è dedicata alla formazione e alla condivisione di esperienze tra agricoltori e operatori del settore. Giornate dimostrative, incontri pratici e momenti di confronto permettono di osservare da vicino queste lavorazioni e di comprenderne le reali possibilità di applicazione.
Nell’Azienda Agricola Francesca Zucchini queste dinamiche si intrecciano con la quotidianità del lavoro nei campi. Le coltivazioni orticole seguono il ritmo delle stagioni e le lavorazioni si alternano tra strumenti meccanici e trazione animale, in un equilibrio che nasce più dall’osservazione del terreno che da un’adesione ideologica a un modello unico.
Chi assiste a queste lavorazioni spesso resta colpito da un dettaglio difficilmente misurabile: il ritmo del lavoro. Il cavallo non impone la velocità della macchina ma un passo costante che obbliga a osservare il terreno con maggiore attenzione. Ogni intervento diventa più consapevole.
In questo senso la trazione animale non rappresenta soltanto una tecnica agricola ma anche un modo diverso di abitare il lavoro nei campi. Il rapporto con l’animale introduce una dimensione di responsabilità e di ascolto che modifica la percezione stessa dell’attività agricola.
Questo modo di fare agricoltura, che richiama alla memoria gesti e ritmi legati a un tempo apparentemente non troppo lontano — quello delle campagne di inizio Novecento — ha finito per attirare anche l’attenzione della televisione. La rubrica Studio Aperto MAG ha dedicato un servizio a questa esperienza, mostrando i campi coltivati, i cavalli impegnati nelle lavorazioni e gli operatori che guidano gli attrezzi lungo i filari.
Il punto, in fondo, non è tornare indietro ma capire cosa merita di essere recuperato. L’agricoltura ha sempre vissuto di adattamenti e trasformazioni e ogni innovazione modifica gli equilibri precedenti.
Il progetto portato avanti da Daniele Cardullo con Eponalia si colloca proprio dentro questa fase di riflessione. Non propone soluzioni definitive ma suggerisce una direzione di lavoro che guarda alla sostenibilità come pratica concreta.
Forse è questo il paradosso più interessante: mentre il progresso continua a spingere verso tecnologie sempre più sofisticate, alcune delle soluzioni che tornano a emergere affondano le radici in conoscenze antiche. Non perché il passato fosse migliore, ma perché alcune intuizioni nate secoli fa continuano a dialogare con il presente.
Tra i campi della Val di Chiana, dove il lavoro agricolo segue ancora il ritmo delle stagioni, quella conversazione sembra appena iniziata.
Di Viviana Pignelli