Casa 50 nasce a Napoli nel settembre 2025, ma per capire da dove arriva bisogna tornare un po’ più indietro. Alle spalle ci sono Ciro Salvo e Alessandro Guglielmini, il percorso costruito con 50 Kalò e più di dieci anni trascorsi a lavorare intorno alla pizza, alla materia prima e all’ospitalità. A un certo punto, però, il desiderio è stato quello di allargare il tavolo. Non mettere da parte ciò che già funzionava, quanto piuttosto vedere dove avrebbe potuto portare tutto il resto.
Ed è così che, sul lungomare di Napoli, in via Francesco Caracciolo 10, prende forma Casa 50: un ristorante vero e proprio, con la cucina mediterranea al centro, la brace, una cantina costruita per accompagnare i piatti e spazi nei quali il tempo sembra avere un peso quasi quanto quello che arriva a tavola.
Il nome, in questo senso, non ha bisogno di troppe spiegazioni. Quel “50” tiene ben saldo il legame con il gruppo, mentre “Casa” racconta l’atmosfera che si è cercato di costruire. Non una casa in senso letterale, naturalmente, e nemmeno uno di quei locali che giocano sulla familiarità per rinunciare alla cura. Piuttosto un posto nel quale l’eleganza non costringa a stare composti, dove si possa pranzare, cenare, bere qualcosa e soprattutto avere la sensazione di potersi fermare senza fretta.
A Napoli questa idea parte già dagli spazi. Casa 50 affaccia sul lungomare e conserva un bel giardino con palme, quasi inaspettato in quella parte della città, che diventa una prosecuzione naturale delle sale interne. Dentro, la libreria vintage, i pavimenti antichi, le maioliche recuperate, il legno, il marmo e una palette che gira intorno ai toni caldi del rosso mattone mettono insieme cose che sembrano appartenere a tempi diversi senza creare l’effetto di un ambiente studiato troppo a tavolino.
La sede partenopea è anche la più grande delle due: circa 600 metri quadrati tra interni e giardino, articolati in più ambienti, con zona lounge, cocktail bar e una sala nella quale la brace è visibile. E proprio la brace, più che un elemento scenografico, è diventata negli ultimi mesi uno dei punti intorno ai quali la cucina ha rafforzato la propria identità.
Oggi a guidarla c’è Marco Fiore, arrivato nel 2026 con un menu che ha dato ancora più spazio alla stagionalità, al pescato mediterraneo, alle carni e soprattutto alle verdure. Il suo ingresso è stato accompagnato da un lavoro che guarda alla cucina napoletana senza trattarla come qualcosa da mettere sotto vetro: le ricette e i prodotti del territorio rimangono riconoscibili, ma possono convivere tranquillamente con una sensibilità più contemporanea.
Una parte degli ortaggi arriva dall’orto che Casa 50 coltiva sulla collina di Posillipo. È un dettaglio che, più di molte dichiarazioni sulla filiera, racconta il rapporto che il ristorante vuole avere con il prodotto: pomodori, verdure ed erbe seguono la stagione e finiscono in piatti nei quali spesso non vengono nascosti dietro lavorazioni inutilmente complesse.
Si può cominciare, per esempio, con una panzanella napoletana di fresella, datterini, cetrioli e cipolla rossa oppure muoversi verso il mare con tonno rosso, ricciola e alici del Mediterraneo. Rimangono anche preparazioni più immediatamente riconducibili alla memoria partenopea, come la parmigiana di melanzane e le polpette, che qui incontrano anche il passaggio sulla brace.
Nei primi la Campania viene fuori in maniera ancora più netta. Lo spaghetto ai cinque pomodori gioca sulle diverse espressioni di uno degli ingredienti simbolo della cucina meridionale; le ruote alla Nerano ritrovano zucchine, provolone dei Monti Lattari e basilico; gli gnocchetti di patate si accompagnano ai frutti di mare, mentre la crostata di tagliolini di Casa 50 recupera una preparazione ricca e quasi festiva, con prosciutto di Praga, besciamella e Parmigiano.
Poi c’è la brace, naturalmente. Spigola, carni selezionate, verdure e tagli pensati anche per essere condivisi passano dal Josper lasciando che siano soprattutto materia prima e cottura a fare il lavoro. Fra le proposte più golose c’è anche la cotoletta Casa 50, con pomodoro San Marzano DOP, mozzarella e Parmigiano, accompagnata da patate e peperoncini verdi: un piatto che non pretende affatto di essere leggero e forse è proprio questo il suo bello.
La stessa libertà si ritrova alla fine del pasto. Babà con panna e rum, caprese al limone, tiramisù e una brioche calda con gelato riportano il dessert su un terreno piacevolmente comprensibile. Non tutto, del resto, deve sorprendere. A volte si ha semplicemente voglia di chiudere una cena con qualcosa che si conosce già e che si è sicuri di voler mangiare.
Accanto alla cucina c’è una cantina che privilegia l’Italia e naturalmente la Campania, senza rinunciare a Champagne e altre incursioni, mentre il cocktail bar permette al locale di vivere anche fuori dai confini più rigidi di pranzo e cena. È forse proprio questo uno degli aspetti che rende bene l’idea di Casa 50: non c’è un unico modo giusto per starci.
A pochi mesi dall’apertura napoletana, il progetto era già pronto per cambiare città.
Nel maggio 2026 Casa 50 arriva infatti a Roma, in via Velletri 22, vicino a Piazza Fiume e non molto distante dalla sede capitolina di 50 Kalò. La parentela fra le due Case è evidente, ma sarebbe sbagliato pensare a un semplice copia e incolla. Roma riprende lo stesso modo di intendere ospitalità e cucina e lo adatta a spazi, pubblico e ritmi differenti.
Il locale romano è più raccolto rispetto a quello napoletano: circa 250 metri quadrati e una novantina di coperti fra interno ed esterno. Tornano il rosso mattone, le luci morbide, alcuni richiami vintage e quell’idea di eleganza vissuta che preferisce mettere a proprio agio invece di impressionare. Anche qui l’ambiente cambia un po’ nel corso della giornata, dalla mise en place più semplice del pranzo alla tavola della sera, quando inevitabilmente ci si concede qualche minuto in più.
A seguire il progetto c’è Stefano Guglielmini, figlio di Alessandro e general manager di Casa 50, espressione della nuova generazione entrata nel gruppo. Anche la musica, con una selezione che passa soprattutto dagli anni Ottanta e Novanta, contribuisce a togliere alla sala quell’aria troppo seria che a volte accompagna i ristoranti molto curati.
Ma Roma introduce soprattutto una novità importante: la pizza.
Potrebbe sembrare quasi scontata in un progetto legato a Ciro Salvo e invece non lo è affatto, perché quella pensata per Casa 50 segue una strada diversa da 50 Kalò. L’impasto è stato studiato appositamente, la pizza è più sottile, con un bordo meno pronunciato e una piacevole croccantezza, e viene cotta in forno elettrico. Le radici restano napoletane, ma il risultato ha un’identità propria e si presta bene anche alla condivisione.
Al banco ci sono Antonio Sigillo e Salvatore Murolo e la carta non si perde in acrobazie: Cosacca, Marinara, Margherita, Provola e Pepe, Diavola e altre combinazioni immediatamente riconoscibili. La pizza può diventare la cena oppure arrivare in mezzo al tavolo insieme ai piatti della cucina, senza creare quella strana divisione per cui in certi locali bisogna decidere da che parte stare.
La cucina romana è affidata allo chef Vincenzo Cammarota, napoletano anche lui, che prima dell’apertura ha trascorso diversi mesi a Casa 50 Napoli. Il punto di partenza rimane quindi molto chiaro: Napoli, i suoi sapori e quella cucina quotidiana che non ha paura di essere sostanziosa quando serve.
Ci sono la frittatina di bucatini con besciamella, provola e prosciutto cotto, le polpette al ragù di San Marzano DOP, la parmigiana di melanzane, la mozzarella di bufala con pomodoro e basilico e il peperone “mbuttunato”. Piatti che non hanno bisogno di essere trasformati per acquistare dignità da ristorante e che, anzi, funzionano proprio perché mantengono una certa immediatezza.
Roma, però, prima o poi entra nel piatto. Lo fa con il carciofo, la cicoria, le puntarelle e qualche richiamo alla tavola capitolina, senza che l’incontro fra le due città diventi un tema da ripetere a ogni portata. È più un modo per lasciare che il ristorante si abitui al posto in cui si trova.
Tra i primi tornano sapori campani molto riconoscibili, dallo spaghetto alla Nerano alla pasta e patate gratinata, accanto a pasta fresca, pesce e preparazioni che cambiano con la stagione. Anche qui la sensazione è quella di una carta facile da leggere: si capisce cosa si sta ordinando e non serve decifrare il menu prima di avere fame.
La sede romana si presta inoltre a momenti diversi della giornata. Il Business Lunch intercetta naturalmente chi lavora nella zona e cerca un pranzo fatto bene senza tempi infiniti; poi ci sono l’aperitivo, la cena, la possibilità di fermarsi semplicemente per una pizza oppure di costruire un pasto più lungo. La sera l’ambiente rallenta, il tavolo si fa un po’ più elegante e il locale cambia tono senza cambiare personalità.
Vino e miscelazione completano la proposta anche qui, mantenendo il legame con la Campania ma senza chiudersi dentro i confini regionali. La stessa cosa succede con i dolci, fra tiramisù, caprese e sapori che tornano volentieri verso Sud.
Napoli e Roma, quindi, non sono due copie della stessa Casa. La prima è il luogo nel quale il progetto ha trovato la propria forma, più ampio, con il giardino, la brace, l’orto e una cucina che oggi porta la firma di Marco Fiore. La seconda prende quell’identità e la porta in un contesto più urbano e raccolto, aggiungendo la pizza e adattandosi ai ritmi della Capitale.
A tenerle insieme rimane soprattutto un modo di pensare la ristorazione. Si può prestare grande attenzione agli ingredienti, alla sala e al servizio senza rendere tutto solenne; si può avere una storia importante alle spalle senza sentirsi obbligati a raccontarla in continuazione; e si può cambiare strada senza rinnegare quella percorsa fino a quel momento.
Casa 50 sembra trovarsi bene proprio in questo spazio. È cresciuta dal mondo di 50 Kalò, ma non cerca di vivere all’ombra della sua pizza. Preferisce costruire una tavola più ampia, dove la cucina napoletana può incontrare la brace, il Mediterraneo, un bicchiere di vino e, a Roma, persino una pizza completamente nuova.
Poi, alla fine, rimane la cosa più semplice: sentirsi bene seduti a quel tavolo. Che sia davanti al mare di Napoli o nel pieno della vita romana conta fino a un certo punto. Se viene voglia di restare ancora un po’, probabilmente il nome Casa è stato scelto bene.
