Carminiello, la pizzeria di Secondigliano dove la storia continua a lavorare

A Secondigliano si entra da Carminiello mentre il banco dei fritti lavora già, il forno va, qualcuno aspetta una pizza a portafoglio e qualcun altro passa solo per portarsi via il cartoccio. Il tempo di capire dove guardare e il locale ha già detto quasi tutto: la famiglia al lavoro, i gesti rapidi, la sala che si riempie senza cambiare tono. La storia conta, qui, perché continua a stare in mezzo al servizio e non sopra.

Il locale sta in corso Secondigliano, a pochi minuti da Capodichino, in una parte di Napoli che per molti resta ancora una deviazione e che invece qui diventa un punto d’arrivo. È una sede sola, dichiarata senza enfasi e custodita con una fermezza che oggi ha quasi il valore di una scelta editoriale: un solo indirizzo, nessuna dispersione, un lavoro continuo sul proprio quartiere e un richiamo capace di portare fin qui clienti abituali, persone dell’hinterland, viaggiatori di passaggio e chi arriva per semplice passaparola. La sala, il banco, la vetrina dei fritti, i tavoli di marmo, l’andirivieni costante di chi compra una pizza a portafoglio o si ferma per mangiare seduto danno l’idea di un posto che attraversa le stagioni con il proprio lessico quotidiano, già abbastanza esigente così.

La storia comincia nel 1910, quando Carmine De Lucia gira con un carretto ambulante e distribuisce pizze nel quartiere. Poco dopo arriva la bottega, piccola e povera nei mezzi, però già capace di trattenere persone e abitudini. Il passaggio decisivo, per come il locale è conosciuto oggi, arriva con Luigi De Lucia, con sua moglie Ida Balsamo e con il fratello di lei, Francesco: prima il forno e quattro tavoli, poi una struttura via via più ampia, capace di accompagnare la crescita del locale. In mezzo, più di un secolo in cui l’impresa di famiglia ha evitato di ridursi a racconto nostalgico e si è affidata alla pratica giornaliera, con quel misto di disciplina e resistenza che spesso resta invisibile a chi si limita a guardare il disco di pasta nel piatto. Luigi, scomparso nel 2007, viene ancora ricordato come un pizzaiolo di vecchia maniera, legato al lavoro fino all’ostinazione e a una religiosità concreta, domestica, quasi cucita nel retrobottega.

Quella continuità oggi passa nelle mani di Vincenzo e Maria De Lucia. Lui presidia le pizze al forno, lei quelle fritte; davanti e accanto, la sorella Anna segue la cassa e la sala si muove con l’aiuto di altri familiari e di qualche collaboratore. L’impressione, osservando il ritmo del locale, è quella di una convivenza operativa imparata nel tempo, senza che nessuno debba farlo notare. Ognuno sembra sapere dove stare, e questa è forse la cosa più evidente, perché in tanti posti di lunga tradizione la memoria resta appesa alle fotografie; qui invece continua a passare attraverso gesti che si ripetono in pubblico, sotto gli occhi di chi aspetta il proprio turno o addenta una pizzetta ancora troppo calda. Il banco, da questo punto di vista, racconta più di molte dichiarazioni.

A rendere Carminiello riconoscibile dentro la mappa napoletana pesa certo la longevità, ma soprattutto il modo in cui la casa ha tenuto insieme la pizza e la friggitoria come due registri della stessa voce. I fritti, qui, occupano il centro della scena quotidiana. Sono una lingua autonoma e hanno contribuito a costruire la reputazione del locale almeno quanto il forno. Zeppole, crocchè, panzarotti, fiori di zucca, scagliuozzi: la vetrina parla una grammatica popolare e precisa, fatta di pezzi che devono essere pronti, leggibili, desiderabili a tutte le ore. Una parte importante della critica gastronomica ha insistito proprio su questo fronte, segnalando la pizzeria tra gli indirizzi di riferimento per la frittura napoletana e tornando più volte sugli scagliuozzi di polenta e sulla pizza fritta di Maria De Lucia. In questo punto il locale smette di essere soltanto una pizzeria storica e diventa un presidio di tecnica tramandata, cioè una cosa molto più difficile da mantenere.

Il rito che meglio riassume questa fedeltà al gesto è anche il meno spettacolare. Ogni mattina, come faceva Luigi, si parte da quarantuno porzioni di pasta per i primi fritti della giornata. Quarantuno esatti. Dentro quel numero convivono devozione, abitudine, una forma di misura privata che sarebbe facile liquidare come folclore e che invece, in un posto così, diventa disciplina. Dietro il banco Luigi teneva un piccolo altarino davanti al quale si raccoglieva in preghiera prima di cominciare; la benedizione della pasta, raccontata in famiglia, appartiene a una Napoli che chiede poco permesso quando deve mostrarsi antica. Maria De Lucia ha mantenuto questo avvio della giornata, e lo ha fatto senza trasformarlo in una scenografia per clienti curiosi. Semplicemente continua. È uno di quei particolari che acquistano peso proprio perché restano al loro posto.

La pizza, naturalmente, resta il centro visibile del lavoro. Il menu tiene insieme le classiche, le pizze a portafoglio, le fritte, i ripieni e una serie di specialità che parlano un lessico molto napoletano, senza forzature. La margherita, la marinara, la bufalina, la salsiccia e friarielli, la capricciosa, la montanara con mozzarella di bufala e ragù, il ripieno al forno o quello fritto, la pizza Carminiello con provola, ricotta e pepe: il punto sta meno nell’invenzione a tutti i costi e molto di più nella persistenza di combinazioni che qui hanno continuato a restare vive. Anche il formato a portafoglio, con i suoi prezzi popolari e il suo rapporto diretto con la strada, dice molto dell’identità del locale: pizza da passeggio, da intervallo, da fame vera, da piegare in quattro e mangiare subito. Poi ci sono le speciali, dal Cappello di Totò al Tronchetto, dalla Racchetta alla Nonno Gennaro, che mostrano come la casa abbia saputo allargare l’offerta senza recidere il proprio impianto originario. È una differenza sottile, ma si sente.

Questo rapporto fra permanenza e adattamento ha portato nel tempo riconoscimenti diversi, alcuni arrivati dal pubblico, altri dal mondo delle guide e delle associazioni di settore. Carminiello compare in rassegne dedicate alle pizzerie campane, è stata inclusa in selezioni e guide specializzate, ed è associata all’Associazione Verace Pizza Napoletana dal 2015. Anche le piattaforme di recensione restituiscono un’immagine abbastanza coerente: numeri alti, giudizi stabili, un lessico che torna con insistenza intorno all’accoglienza familiare, ai fritti, alla pizza a portafoglio, alla margherita con bufala, alla sensazione di finire in un posto frequentato prima di tutto da chi vive lì. È un dato rilevante. Oggi molti indirizzi napoletani lavorano, per forza o per scelta, dentro una città sempre più raccontata e consumata; Carminiello resta invece in una posizione leggermente laterale, e forse proprio per questo conserva un tono meno accomodante, più suo. Del quartiere non leviga gli spigoli per renderlo simpatico.

Secondigliano, in questa storia, agisce come una presenza e basta. Ha formato il carattere del locale e ne ha definito il pubblico, i tempi, perfino la percezione esterna. Da anni diverse guide ricordano che la deviazione vale il tragitto, e in fondo il punto è tutto qui: per arrivare bisogna uscire da una geografia rassicurante della pizza napoletana. Una volta dentro, però, si capisce che il valore del posto sta nella sua fermezza: nessuna vocazione a farsi scoprire come un segreto di tendenza, nessun bisogno di spostarsi altrove per ottenere legittimazione. Anche per questo la dimensione familiare ha un peso concreto. È il modo con cui il locale ha attraversato il Novecento, ha assorbito il passaggio delle generazioni e continua a tenere insieme pranzo, asporto, servizio serale, consegne, vetrina, forno, cassa, tavoli.

Un altro aspetto che rende leggibile il lavoro della famiglia De Lucia è il modo in cui il locale resta attraversabile in ore e forme diverse. A pranzo e a cena, al tavolo e d’asporto, Carminiello tiene insieme il pasto completo e la sosta rapida, la comitiva e la persona sola che entra, ordina e riparte. Questa elasticità, che può sembrare soltanto organizzativa, in realtà dice molto della sua natura. Le pizzerie che durano davvero sanno stare nella giornata della città. Qui la pizzetta al sugo, la piccola fritta, il cuoppo, la portafoglio e la pizza servita in sala appartengono allo stesso discorso, senza gerarchie artificiali. È anche per questo che molti clienti descrivono l’ambiente come domestico senza usare la parola in senso decorativo. Il personale accoglie, i tempi scorrono con una certa rapidità, ma resta sempre un margine di familiarità che non sembra costruito per piacere. A volte la conversazione corre più veloce delle pizze, a volte succede il contrario.

Conta anche la posizione, e non solo per comodità. Essere a dieci minuti d’auto dall’aeroporto significa intercettare passaggi veloci, ritorni, arrivi che chiedono subito un indirizzo affidabile; stare fuori dal centro storico significa invece sottrarsi a un circuito più esposto, dove spesso la reputazione corre più del lavoro reale. Carminiello sta in mezzo a queste due forze e continua a far valere soprattutto la seconda: meno posa, più continuità.

La tentazione, davanti a una pizzeria che ha superato il secolo, è sempre la stessa: trasformarla in un piccolo monumento da visitare con rispetto. Carminiello resiste anche a questo. Resta un posto in cui si mangia, si aspetta, si torna, si commenta a mezza voce quello che arriva sul tavolo e intanto qualcuno, dalla strada, entra solo per una pizza piegata in quattro o per un cartoccio di fritti da portare via. È in questa continuità quasi testarda che il locale trova ancora la sua misura più esatta. Il resto, compresa la fama che negli anni gli si è depositata addosso, arriva dopo. E continua ad arrivare, mentre dal banco escono i primi pezzi della giornata e il numero, per chi lo conosce, resta quello.

 

https://www.carminiello.it/

 

 

Foto S.P.

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