Tempo di bilanci, dopo questi primi sei mesi, per il governo del cambiamento

‘Caro amico ti scrivo così mi distraggo un po’ […] l’anno vecchio è finito ormai ma qualcosa ancora qui non va’, cantava il mitico Lucio Dalla. E più o meno è questa la fotografia della situazione attuale: un anno è passato, sei mesi di governo pure, tante speranze ma pochi fatti concreti si vedono però all’orizzonte. La battaglia politica è divenuta social, e a colpi di tweet e selfie si arringano le folle, in una quasi perenne campagna elettorale, in cui qualcuno vincerà pure, ma in troppi ci perderanno comunque.

Foto di gruppo durante il giuramento del Governo al Quirinale, Roma, 1 giugno 2018. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

E visto che stiamo in tempo di bilanci, proviamo a stilare una sorta di ironica pagella politica del governo… ma tranquilli, nulla di serio, mica vorremmo scatenare le permalose ire di qualcuno??

Enzo Moavero Milanesi (Ministro degli Affari Esteri e Cooperazione internazionale), 5. Presenza impalpabile, silenziosa, nel sempre chiassoso governo giallo-verde. L’europeista convinto, già ministro per gli Affari Europei nei governi Letta e Monti, sembra quasi stritolato tra il rullare di tamburi social dei due dioscuri, vedendo spesso Salvini invadergli pure il campo d’azione (vedi il caso Marocco, quello della Conferenza in Libia, o il caso Regeni). Silente fa quel che può, come può, ma dal suo profilo ci si aspetta molto di più! Taciturno.

Alfonso Bonafede (Ministro della Giustizia), 6,5. Il grillino messo a fare il Guardasigilli si dà un gran daffare per ottemperare al meglio il proprio compito sancito nel sacro contratto di governo. Ma si sa, la giustizia è affare spinoso, che spesso conduce a polemiche feroci che tutto poi paralizzano. Tra mille difficoltà e qualche sgambetto amichevole in Parlamento, porta a casa il ddl anti corruzione, che è uno dei cavalli di battaglia dei grillini, e contiene temi molto cari a loro, come il daspo a vita per i corrotti e l’introduzione degli agenti sotto copertura. Ma per non affossare il tutto ha dovuto ingoiare il compromesso sul blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, che entrerà in vigore solo nel 2020. Ostinato.

Elisabetta Trenta (Ministro della Difesa), 5,5. La ministra in quota grillina ha fatto in questi mesi più la silenziosa figurante che altro. Ha però bloccato da subito l’idea di Salvini di reintrodurre la leva militare, ha convinto i parlamentari grillini a rifinanziare le missioni di pace, argomento da sempre inviso ai pentastellati, e pure il famigerato taglio delle spese militari viene spalmato in tredici lunghissimi anni. Resiliente.

Giovanni Tria (Ministro dell’Economia e Finanze), 7,5. È stato il nome che ha messo tutti d’accordo e fatto nascere il governo penta-leghista, ma fino a settembre la sua presenza è stata silente. Poi si è ritrovato al centro del ciclone, proprio quando c’era da scrivere la manovra finanziaria. Lo hanno umiliato, zittito, offeso, ma non gli avversari politici bensì gli stessi uomini del suo governo; ha cercato di far quadrare i conti, inserendo i desiderata dei 2 partiti senza rompere però i patti europei, evitando così una deleteria procedura d’infrazione. Alla fine ha vinto lui, lo sforamento è fissato al 2,04% e non al 2,4%come volevano i due dioscuri, e i conti dello Stato al momento tengono ancora. Resistente.

Gian Marco Centinaio (Ministro delle Politiche agricole alimentari, forestali e turismo), 6,5. Il ministro leghista, in silenzio, ha portato in porto tutti gli obiettivi elettorali prefissati: ha difeso il made in Italy in sede europea e ha tutelato i prodotti italiani, come il riso, o il tartufo (dice nulla l’IVA al 5% stabilita in manovra??); il suo obiettivo? Tutelare gli italici agricoltori e silenziosamente ci sta riuscendo. Tessitore.

Sergio Costa (Ministro dell’Ambiente, tutela del territorio e del mare), 5,5. Il generale, che per anni si è occupato della Terra dei Fuochi, è stato chiamato al governo, come tecnico in quota grillina; uomo di grandi capacità fino ad oggi la sua presenza è stata piuttosto impalpabile, a parte lo scontro verbale con Salvini, quando quest’ultimo ha parlato di termovalorizzatori. Molti i dossier ministeriali che l’attendono, e alte le aspettative riposte in lui, forse ha usato questi mesi per sondare bene il terreno, in attesa di agire, ma da lui ci si aspetta molto di più. Osservatore.

Danilo Toninelli (Ministro delle Infrastrutture e trasporti), 5. È il ministro grillino dallo sguardo concentrato, capitato quasi per caso al ministero dei Trasporti; e con lui alla guida sembriamo tutti colpiti da un sortilegio: sulla questione porti chiusi alle Ong (nelle sue competenze), viene scavalcato ripetutamente da Salvini, quasi lui contasse nulla; sulle grandi opere fa l’equilibrista per non scontentare nessuno (la Gronda sì, la Tav boh), e poi, il disastro del Ponte Morandi, la guerra con Autostrade Spa, un decreto Genova ‘scritto con il cuore’, e una miriade di gaffe, come quando esalta il trasporto su gomma del tunnel del Brennero (peccato che questo né esista, né sia operativo, e quando verrà inaugurato rappresenterà esclusivamente un tunnel ferroviario!), o quando sogna un nuovo ponte per Genova ‘vivibile’, con edifici, negozi e parchi, prendendosi, giustamente, le pernacchie dei genovesi. Miracolato.

Marco Bussetti (Ministro dell’Istruzione, università e ricerca), 5. L’ex professore di ginnastica insediatosi al ministero con il compito, neanche tanto nascosto, di smontare pezzo a pezzo, la Buona scuola di renziana memoria, a oggi ha lasciato ben poche tracce di sé. Il presepe che va fatto nelle scuole, il crocefisso che non deve essere tolto, i compiti per le vacanze che devono sì, esserci, ma non troppi perché i bambini devono stare con la famiglia, questi i suoi massimi interventi, sparsi qua e là, nel nulla di fatti concreti. E non è poi, che la finanziaria appena varata gli offra ulteriori margini di manovra per incidere di più. Rimandato.

Alberto Bonisoli (Ministro dei Beni e attività culturali), 5.Il tecnico in quota grillina, laureato alla Bocconi, è attivissimo suoi social ma poco nel suo dicastero di riferimento. In questi mesi è intervenuto su qualsiasi argomento a sostegno del suo governo, ma di fatti concreti concernenti la sua attività ministeriale neanche l’ombra. L’unico sussulto quando ha dichiarato l’abolizione delle giornate museali gratuite, per lasciare più ampia scelta ai singoli direttori. Poi? Il nulla! Fuoco fatuo.

Giulia Grillo (Ministro della Salute), 5,5. Altro ministero delicato, lasciato in mano alla esponente grillina che sembra sempre non sapere dove metter mano. Sulla questione vaccini ha una opinione contraria rispetto all’orientamento del suo governo, sulla sanità vorrebbe dare più spazio al servizio nazionale rispetto al privato, ma i soldi son pochi e le idee abbastanza confuse. E mentre lei si dedica al repulisti ministeriale tagliando teste, intanto le formiche passeggiano sugli ammalati di un ospedale di Napoli. Disastrosa.

Riccardo Fraccaro (Ministro dei Rapporti con il Parlamento e democrazia diretta), 6. È il grillino più vicino a Di Maio e si trova a gestire uno tra i compiti più gravosi: gestire i rapporti tra Parlamento e uno tra i governi più allergici alle prassi istituzionali. Tant’è che i dibattiti parlamentari sono ridotti ai minimi termini, le commissioni scavalcate, i deputati e senatori ridotti a yes-man che pigiano pulsanti, pena l’espulsione, e si avanti per decreti con fiducia. Stoico.

Giulia Bongiorno (Ministro della Pubblica Amministrazione), 6. Quanto lavoro per l’avvocato divenuta ministro. La piaga dell’assenteismo è ancora dura da curare e sul processo di digitalizzazione della burocrazia ‘siamo all’anno zero’ (parole sue!), in compenso porta a casa il decreto Concretezza, che prevede una maggiore semplificazione della PA, nuove assunzioni, e le impronte digitali per timbrare il cartellino, per combattere – almeno si spera – la piaga dell’assenteismo. Battagliera.

Erika Stefani (Ministro degli Affari regionali e autonomie), 4. Qualcuno l’ha mai vista o sentita? Eppure esiste! La ministra leghista non appare mai, né un’intervista, né una dichiarazione, mesi interi vissuti quasi come una fantasma, eppure sul tavolo ha un dossier tanto caro alla Lega: quello sulle autonomie regionali, che, guarda caso, è stato rimandato alla primavera prossima. Ghost!

Barbara Lezzi (Ministro per il Sud), 5,5.La pasionaria grillina di Lecce, è tipo tosto e combattivo, ma ogni tanto scivola sulla classica buccia di banana, come quando affermò che l’incremento del Pil era dovuto all’uso dei climatizzatori durante l’estate, pur di non dare ragione all’allora premier Renzi. Ma va be’, conta poco tutto ciò, ora che sta al ministero. Ecco, al momento tante comparsate, tante parole e promesse e pochi fatti concreti, anzi l’unico che c’è non depone a suo favore: si era battuta per cancellare la Tap, ci aveva messo la faccia e a conti fatti, infine, ha dovuto dichiarare che il progetto va avanti lo stesso. Don Chisciotte.

Lorenzo Fontana (Ministro della Famiglia e disabilità), 6. Il ministro leghista, ultra-cattolico, si è mosso in questi primi mesi in difesa della famiglia naturale, aborrendo ogni sua forma alternativa, dalle unioni civili alle coppie di fatto, fino a intervenire in materia di adozioni. Dichiarazioni al vetriolo, le sue, più da curato di campagna che da ministro di uno Stato laico, ma alla prova dei fatti, nella manovra incentivi sostanziosi per la famiglia non ce ne sono, causa penuria di denari… magari sarà per la prossima volta! Defensor fidei.

Paolo Savona (Ministro degli Affari europei), 5. È stato il pomo della discordia, il suo nome al Mef aveva provocato la rottura iniziale, poi, spostandolo al dicastero degli Affari europei, è nato il governo giallo-verde. E da lì il suo nome è sparito dalla circolazione. Qualche intervista economica quando la manovra faticava a prendere forma, ma null’altro. “6Il ruolo Savona è ricontrattare le regole Ue” disse Salvini al momento della sua nomina ministeriale, ma da allora ha fatto poco o nulla in tal senso. Desaparecido.

E veniamo, ora, ai pezzi da 90 di questo governo del cambiamento: Matteo Salvini (Ministro dell’Interno e Vice Presidente del Consiglio), 10. È l’anima del governo, detta l’agenda, interviene su ogni argomento, costringendo gli altri ministri a rincorrerlo. Onnipresente sui social, ieri in felpa d’ordinanza, oggi col giubbotto d’ordinanza (carabiniere, pompiere, protezione civile, poliziotto, e chi più ne ha più ne metta), è il faccione duro e puro che offre certezze, sicurezza, rassicurazione al suo popolo social. Il decreto sicurezza è la sua prima promessa mantenuta, la lotta all’immigrazione clandestina e alle Ong è argomento che tiene banco da mesi, ormai, il resto? Molto fumo, ma poco arrosto, e nonostante ciò la luna di miele con il suo elettorato cresce a vista d’occhio. Astuto.

Luigi Di Maio (Ministro dello Sviluppo economico, lavoro e politiche sociali e Vice Presidente del Consiglio), 6. Lui è l’altra faccia della medaglia di questo governo. Doveva essere il direttore d’orchestra e invece è stato suonato dal leghista. Si prende due ministeri di peso, per uno inesperto come lui, che mai ha seriamente lavorato in vita sua, e si ritrova con delle belle gatte da pelare: l’Ilva che voleva chiudere invece l’ha dovuta lasciare aperta, sul suo tavolo piovono dossier di aziende prossime alla chiusura e non sa mai quali pesci prendere, l’economia stagna e le imprese faticano a stare sul mercato, ma non sa dove andare a sbattere la testa. In compenso è costretto a rincorrere Salvini su qualsiasi terreno, rischiando sempre di scivolare rovinosamente, e intanto sta perdendo credibilità e consensi. Passerà alla storia per essere stato il primo napoletano ad essere stato fregato da un milanese, chapeau! Fantasia al potere.

Giuseppe Conte (Presidente del Consiglio), 9. L’uomo qualunque salito al potere, lo sconosciuto, l’avvocato con le giuste conoscenze messo a cappello di un governo nato dal nulla, notaio del contratto stipulato tra grillini e leghisti, divenuto avvocato del popolo, ha iniziato navigando a vista, smorzando sovente i toni dei suoi dioscuri di governo, marcato a uomo dal portavoce Casalino; ma pian piano ha preso confidenza con il suo ruolo istituzionale, e dopo la trattativa serrata con la Ue sulla manovra di bilancio, sembra aver trovato pure la dimensione giusta per lui. Oggi gli piace sempre più guidare la macchina di governo, sembra anche divertirsi, ed è difficile ormai farlo scendere da lì. Risvegliato.

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