Quer pasticciaccio brutto del caso Diciotti mette in crisi il M5S e rafforza ancor di più Salvini

‘Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu’, cantava anni fa, Caterina Caselli, e così sembra cantare oggi il vicepremier, nonché ministro degli Interni, Matteo Salvini, di fronte all’ipotesi di finire davanti a un tribunale per le decisioni prese quando bloccò la nave della nostra Guardia Costiera, Diciotti, per cinque giorni, davanti al porto di Catania.

Breve riassunto delle puntate precedenti: l’ennesimo barcone stipato d’immigrati si trova a navigare nel mar Mediterraneo, in balia della corrente. È nelle acque territoriali maltesi, che come al solito, fanno finta di nulla, e per questo vengono salvati dalla nostra guardacoste, giungendo così, nei pressi del porto di Catania.

Salvini di fronte all’ennesimo sbarco clandestino, fa fuoco e fiamme, insulta Malta e l’Europa ignavi, e chiude tutti i porti italiani (anche se tal compito spetterebbe al ministro Toninelli, che viene scavalcato a piè pari).

Dopo cinque giorni d’attesa febbrile, si giunge all’esito positivo della vicenda, e i migranti verranno fatti sbarcare e redistribuiti tra diversi Paesi europei.

Fin qui nulla di straordinario, praticamente è ciò che accade ogni volta che un’imbarcazione con i clandestini giunge dalle nostre parti: porti chiusi, dichiarazioni al vetriolo, minacce varie, finché qualche Paese europeo, mosso a pietà, non aprirà le sue di braccia accoglienti.

Ma il caso Diciotti lasciò pure degli strascichi, uno in particolare: l’apertura di un’inchiesta della magistratura contro il padano ministro, accusato di sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio.

Quando si paventò l’iniziativa della magistratura, fine agosto scorso, il buon Matteo urlò urbi et orbi che non aveva paura di alcun processo, che lo avrebbe affrontato, se solo avessero osato tanto, perché si sentiva di aver agito nel pieno diritto conferitogli dal suo ministero.

Oggi che il Tribunale dei Ministri di Catania vorrebbe giudicare Matteo Salvini, facendo pervenire alla Giunta delle elezioni e delle immunità del Senato la richiesta a procedere, ecco che le certezze mostrate ieri finiscono in fumo.

Matteo Salvini non ci sta più a farsi giudicare, lo ritiene un atto di sfida della magistratura contro la sua funzione di ministro, e spera – e lo dice chiaramente in ogni intervista – che la Giunta non dia l’autorizzazione.

Beh, il rischio per lui è alto: dai 3 ai 15 anni di carcere, per i reati di cui è accusato, anche se ha agito da ministro della Repubblica.

Ora, fare un processo al presunto processo contro Salvini è cosa di per sé stucchevole, al di là di simpatie e antipatie verso il barbuto ministro leghista; ciò che è più interessante capire è invece, l’analisi politica di questo brutto pasticciaccio del Viminale, perché comunque si agirà, avrà delle conseguenze su tutto il panorama politico attuale.

Innanzitutto Salvini agì di sua sponte o all’interno di una decisione concertata del governo di cui fa parte? Sembra una sfumatura di poco conto, ma non lo è proprio. Perché se agì motu proprio, forzando una procedura non concertata, alla sbarra ci dovrebbe finire lui soltanto, ma

se la decisione spinosa di bloccare la nave Diciotti fu presa da tutto il governo, allora alla sbarra dovrebbero finirci tutti i rappresentanti del governo giallo-verde.

Conte, Toninelli e Di Maio, a oggi, hanno già dichiarato che la decisione fu governativa e non del solo ministro – che, tra l’altro, non aveva autorità nel chiudere i porti, ad esempio – e questo è un bel punto a favore di Salvini.

Poi, è lampante che Salvini non agì per un tornaconto personale, ma per un interesse del Paese, di cui lui è ministro, seguendo la propria filosofia politica, che, è evidente, è stata sposata da tutti i componenti del suo governo.

Quindi chi parla, a sproposito, di immunità parlamentare per Salvini, dovrebbe farsi un bel ripasso di diritto; qui la questione è più semplice: agì perseguendo un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante o un interesse pubblico inerente alla funzione di governo oppure ha agito al di fuori del suo ruolo ministeriale per i suoi propri interessi personali?

Nel primo caso, non può esserci l’autorizzazione – al di là del fatto che piaccia o meno, politicamente, il suo agire – nel secondo caso, invece, sì.

E qui si entra nel secondo aspetto di questa delicatissima questione: chi deve autorizzare il Tribunale dei ministri a procedere contro Salvini?

Prima la Giunta e poi l’aula del Senato. Salvini in questo caso può contare sui voti sicuramente a suo favore della Lega, di Forza Italia e di Fratelli d’Italia – da sempre comunque e ovunque, garantisti – e sui voti sfavorevoli del PD, che è garantista con i suoi e giustizialista con i propri nemici. L’ago della bilancia diventano così i pentastellati, che per natura sono dei giustizialisti giacobini, ma qui, per loro, il tema è urticante.

Se votano secondo natura – come ha già dichiarato Di Battista – placano la sete della loro base ma mettono a rischio il loro governo (come la prenderebbero i leghisti se il loro ‘Capitano’ venisse processato grazie ai voti dei loro alleati di Governo?); se voteranno contro la richiesta a procedere, salverebbero il governo ma rischierebbero di perdere ulteriori voti elettorali, proprio a pochi mesi dalle elezioni europee.

Uno psicodramma, questo, tutto interno al movimento che rischia semplicemente d’implodere davanti all’ennesima giravolta politica, all’ennesimo rospo ingoiato, all’ennesimo rimangiarsi una propria battaglia politica.

Conte e Di Maio tentano un’altra arrampicata sugli specchi rischiando, però, di scivolare ancora più in basso, Salvini invita tutti a votare secondo coscienza, leggendo le carte, sperando che siano proprio le carte a fargli da scudo politico.

Ma comunque vada, per lui sarà un successo: se il voto del Senato non darà l’autorizzazione a procedere, la sua forza politica dentro il Governo crescerà a dismisura; se i pentastellati, seguiranno, invece, la loro coscienza giustizialista, e obbligheranno Salvini a partecipare al suo processo, lo trasformeranno in un martire agli occhi degli elettori, regalandogli ulteriori valanghe di voti. D’altra parte si sa, il popolo vota sempre secondo coscienza, e tra Gesù e Barabba, scelse comunque, il secondo, mica il primo!

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