Le elezioni in Abruzzo, la vittoria del centrodestra e il primo miracolo del governo del cambiamento

Le elezioni regionali in Abruzzo, di ieri, non solo hanno confermato tutti i pronostici iniziali, ma hanno dato pure un forte segnale sul nuovo trend politico, su cui qualcuno farebbe bene a rifletterci sopra, seriamente.

Ha vinto il candidato di tutto il centrodestra, Marco Marsilio, perdono i candidati del centrosinistra, Giovanni Legnini, e del M5S, Sara Marcozzi, e fin qui tutto già ampiamente previsto e preventivato.

Ciò che non era atteso sono, invece, i contorni della vittoria e delle sconfitte, numeri pesanti che offrono nuovi segnali dell’elettorato italico, a quasi un anno dalla nascita dell’ibrido governo giallo-verde.

Marsilio è il candidato di tutto il centrodestra al gran completo, da FI fino ai centrini democristiani, passando per Fratelli d’Italia, e comprendendo pure il figliol prodigo leghista.

E la vittoria, già prevista, ha assunto pure i contorni del trionfo.

Felice è stata l’intuizione di Giorgia Meloni di sponsorizzare un candidato del suo partito, facendo convergere sul suo nome tutta la coalizione, risultando così, il primo governatore di regione a marchio FdI (un successo per lei!). Ma è nei numeri che la vittoria profuma di trionfo: Marsilio vince con il 48,03%, superando il candidato di centrosinistra, fermo al 31,28%, e doppiando la candidata pentastellata, ferma a un deludente 20,20%.

Il centrodestra conferma, così, il suo ottimo stato di salute, trascinato da una Lega che continua a fare incetta di consensi, e confermando, ancora una volta, che la politica di Salvini funziona e conquista sempre nuove fette di elettorato anche fuori dai territori padani.

Con una Lega che tocca il 27,5% di preferenze, risultando il primo partito di regione, per il centrodestra la vittoria è stata praticamente a mani basse. E se Salvini cresce nei consensi – rispetto alle elezioni nazionali di un anno fa – chi continua a perdere voti è Forza Italia, ferma al di sotto del 10%, nonostante la presenza massiccia di Berlusconi in terra abruzzese per rinserrare i ranghi e infiammare il cuore dei propri elettori.

È vero che con queste proporzioni il rischio per il centrodestra sarà quello di vincere agilmente le future elezioni nazionali, avendo pure una solida maggioranza, ma è innegabile che resterebbe una coalizione a forte trazione leghista, cosa che dovrebbe quantomeno far riflettere i dirigenti forzisti per limitare questa ormai inesorabile emorragia di elettori e ridare slancio a un partito a cui non sembra più neanche bastare il carisma del suo leader.

Il centrosinistra, con Giovanni Legnini, invece si piazza secondo a una distanza così siderale dal suo avversario da non metterne mai in discussione la vittoria. Però da quelle parti qualche motivo per sorridere lo hanno pure.

Infatti qui in Abruzzo, il centrosinistra si è presentato unito, coinvolgendo il PD, una serie di liste civiche, e arrivando fino a LeU, una sorta di ulivo allargato dei bei tempi andati, ed è riuscito a tenere botta, senza perdere troppi voti.

Certo, la strada per la risalita, per il centrosinistra è ancora lunga e irta di difficoltà, ma per loro è un bene, quantomeno, aver ritrovato la base elettorale sulla quale fondare il proprio rilancio politico.

Per il PD, invece, la ricerca del suo elettorato perduto continua ancora, fermo all’11,1%, terzo partito in Regione, dopo Lega e M5S; ma il suo contributo, mascherato dentro una coalizione più ampia e variegata, lo può dare comunque, ed è proprio questa l’idea politica lanciata qualche giorno fa da Calenda, e sulla quale i dirigenti di partito stanno ragionando, seppure tra mille distinguo.

Chi invece, casca, e casca male è il M5S, che arriva terzo, staccatissimo dai suoi avversari; ed è un tonfo che fa riflettere. Raccolgono il 20.2%, ma perdono per strada circa 200mila voti rispetto alle politiche del 4 marzo 2018, quando con un perentorio 39,8% avevano colorato di giallo la regione.

Questo, per loro, era un test molto importante per capire l’umore del proprio elettorato dopo quasi un anno in coabitazione al governo con la Lega, ed è scattato il campanello d’allarme.

Non è bastata, infatti, la presenza costante di Luigi Di Maio insieme a Di Battista, in Abruzzo, per limitare i danni e spingere la propria candidata al trionfo.

Nonostante loro, l’elettorato li ha comunque abbandonati preferendo spostarsi su altri lidi (Lega?); e va bene che il movimento ha una struttura atipica che male attecchisce sui territori, e che normalmente, nelle elezioni locali e regionali sovente tradisce le attese, e vada pure che ha candidati per lo più sconosciuti con poco appeal (ma Sara Marcozzi è alla sua seconda campagna elettorale, e gli elettori la conoscevano già!), però quei 200mila voti in meno pesano e fanno riflettere tutti, dentro il movimento.

E sotto accusa c’è finito proprio Di Maio che, nel governo, continua a piegarsi a destra, a inseguire l’alleato Salvini su terreni minati, rimangiandosi promesse fatte e praticando continue giravolte che destabilizzano l’elettorato pentastellato.

È ovvio che una Lega ancor più forte dentro il governo rischia di mangiarsi ciò che resta della credibilità politica dei pentastellati, come è lampante che Di Maio sembra non avere alcun strumento per riuscire a sedare l’alleato padano, o per ritrovare, quantomeno, il feeling perduto con i suoi elettori.

Fortuna sua che il barbuto leghista ad oggi, non ha nessuna intenzione di passare all’incasso, facendo saltare il banco del governo; forse, proprio perché da lassù ha tutta quella massima visibilità per conquistarsi sempre più nuove fette di elettorato.

E così, le elezioni abruzzesi ci hanno mostrato il primo miracolo del governo del cambiamento: sono riusciti a far cambiare idea politica agli elettori del M5S! Ma questo non ditelo a Di Maio!

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