Le cinque stelle del Movimento non brillano più, mentre quella di Luigi Di Maio è in caduta libera

Criticare l’operato politico di Luigi Di Maio è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, tant’è debole e fragile che ci pensa direttamente da sé a suicidarsi (politicamente parlando, ovviamente).

Eppure sembrava l’astro nascente del Movimento fondato da Grillo&Casaleggio, la faccia buona, quella pulita e ben vestita da presentare all’elettorato. Non ha il linguaggio da popolana della Taverna, né la malizia politica della Lombardi, non è un barricadero come Di Battista, né sembra un fighetto, figlio di papà, come una Appendino qualsiasi.

Lui è un bravo ragazzo, giovane e ambizioso, sorriso sempre stampato sul viso, vestito come se andasse alla sua prima comunione, curriculum vuoto di esperienze, ma con tante idee in testa. Con queste carte ha sbaragliato la concorrenza interna, divenendo il leader del Movimento Cinque Stelle.

Ecco forse doveva comprendere che un pizzico d’umiltà non gli avrebbe fatto certamente male, per affrontare questa intensa sua esperienza politica da neofita.

E invece, sin da subito, ha voluto vestire i panni del più classico democristiano, con un piede di qua e uno di là, senza averne né il carisma né la furbizia del politico navigato.

E come i bambini capricciosi, che battono i piedi e strepitano quando non ottengono ciò che desiderano, così si è comportato Luigi Di Maio, fino a ora, agitandosi, alzando i toni polemici, minacciando, scrivendo post enfatici, quasi apocalittici, per poi ammansirsi subito dopo, senza aver ottenuto nulla, ovviamente, e perdendo pure credibilità tra i suoi elettori.

Ormai è un classico da commedia napoletana, il suo atteggiamento, che non produce più effetti, se non sorrisi ironici tra i suoi avversari, ma anche tra i suoi compagni di partito.

Ricordate quando in piazza accusava di impeachment il Presidente Mattarella perché non gli voleva affidare il governo? Ecco i toni sono rimasti gli stessi, ma i risultati finali sono sempre peggio.

Ha vissuto un anno di governo, occupando il ruolo di vicepresidente del Consiglio, di bi-ministro, del Lavoro e dello Sviluppo economico, e pure capo del suo partito, forse un po’ troppi impegni per chi è carente nell’esperienza.

E infatti, in un anno, ha sempre gridato ‘al lupo, al lupo’, finendo che ormai non gli crede più nessuno. Gridava no Tap, minacciava, e, alla fine? La Tap si fa! Gridava no all’Ilva, minacciava urbi et orbi, ci ha pure ricamato su una bella campagna elettorale, e poi? Lui stesso ha firmato il decreto che manteneva l’Ilva operativa. Minacciava la caduta di governo sulla questione della Tav, e invece, sono già partiti i bandi di gara (che nessun parlamentare a oggi ha bloccato), e lui continua a sedersi sulla sua bella poltrona ministeriale.

Ha perso tutte le elezioni amministrative, in quest’anno, disperdendo la valanga di voti acquisiti precedentemente, e non è riuscito minimamente a cambiare rotta, ma ha continuato con il solito disco rotto, di un cambiamento che è in atto (anche se non lo vede nessuno), di una politica nuova e diversa (che assomiglia tantissimo alla vecchia e cara Dc), e, ancora, promesse, tante, e tanti post su Facebook, in cui minaccia, proclama, annuncia, grida con fermezza verità a cui sembra crederci solo lui e pochi intimi.

Perché anche nel suo stesso partito sono in molti a restare sempre più perplessi, criticando apertamente l’operato suo, e invitandolo a fare almeno un passo di lato.

Tra le ultime sue roboanti dichiarazioni? “In Europa faremo sentire la nostra voce”, scritto un paio di giorni fa sul blog delle stelle, e, invece, il M5S rischia di finire al massimo come settimo eurogruppo, praticamente non contando nulla nelle stanze dei bottoni.

E, ancora, “Mi preoccupa la deriva di ultradestra di Salvini”, e poi vota tranquillamente il decreto sicurezza bis proposto proprio dal leghista.

Ecco proprio qui sta la differenza tra i due dioscuri del governo: uno è pavido, incerto, e incapace nel gestire cose più grandi di lui; l’altro, il padano, invece, è sicuro di ciò che dice, promette e mantiene (anche se è più fumo che arrosto), ha esperienza politica da vendere, e tanto pelo sullo stomaco. E i risultati sono davanti a tutti: la Lega cresce di elezione in elezione, e ora detta l’agenda di governo, il M5S perde sempre più consensi, e Di Maio è costretto a inseguire Salvini su terreni scivolosi, sbattendoci pure la faccia.

Quando la Lega e il M5S firmarono il contratto di governo, i rapporti di forza erano chiari: Di Maio era colui che guidava, Salvini il passeggero. Dopo un anno, i rapporti sono ribaltati: Salvini guida a forte velocità, mentre Di Maio sembra rimasto a piedi, rincorrendo affannosamente il posto perso.

Ultimo esempio, fresco, fresco? Il finanziamento pubblico a Radio Radicale. I 5S sono, da sempre, allergici ai finanziamenti pubblici, e da mesi Di Maio grida ai quattro venti, post dopo post, che mai verranno concessi soldi pubblici a Radio Radicale, costi quel che costi. Una battaglia di principio, una battaglia etica e politica, la sua, che è rimasta imperturbabile davanti agli scioperi della fame e agli appelli eccellenti fatti affinché Radio Radicale continuasse a trasmettere.

Battaglia vinta? Neanche per sogno, visto che ieri tutti i partiti, compresa la Lega, hanno approvato un emendamento al decreto crescita per regalare i 3 milioni necessari alla radio.

E Di Maio cosa scrive sulla sua pagina Facebook? “Secondo noi è una cosa gravissima, di cui anche la Lega dovrà rispondere davanti ai cittadini. Sono franco: dovrà spiegare perché ha appoggiato questa indecente proposta del Pd!”

Scritto così, appare molto stizzito, pronto a difendere il sacro principio a qualsiasi costo, a dare battaglia, e visto che i partiti ne devono rispondere davanti ai cittadini (lo scrive lui stesso), allora uno si aspetta le dimissioni in blocco di tutti i ministri pentastellati, la caduta del governo giallo-verde, visto il tradimento leghista. E invece? Il post di Giggino Di Maio, dopo il tono catastrofista iniziale, prosegue così: “Dopo di che si va avanti, perché siamo persone serie.”

Ah, ecco, frenata brusca e retromarcia innestata. Che siamo matti ad andare alle urne, ora? No, no, si continua a governare. Se i partiti devono rendere conto ai cittadini delle loro azioni, lo faranno prossimamente, magari fra quattro anni, quando terminerà quest’esperienza di governo.

E i principi? Buoni solo a riempire i post e basta!

Perché Luigi Di Maio si comporta cosi? Appare come colui che grida agli altri di fare attenzione che sta cadendo l’albero, e nel frattempo sta segando solo il ramo dove è seduto.

Sa che l’ambizione senza l’umiltà non lo ha portato da nessuna parte. Come Icaro ha voluto toccare il sole, senza calcolare i rischi, e ora sta cadendo giù, velocemente. La sua parabola è discendente, la sua stella non brilla più, nessuno gli crede più, e sa già che il suo futuro politico

presto diventerà passato, archiviato e nascosto dall’oblio. Allora, per altri quattro anni ancora, lasciategli almeno credere di poter godere il brivido di contare qualcosa

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