Al G20 nuovo incontro tra Conte e Juncker sulle pericolose conseguenze inerenti la nostra manovra fiscale…ma fin che la barca va…

‘Fin che la barca va, lasciala andare, fin che la barca va, tu non remare, fin che la barca va, stai a guardare…’, cantava negli anni ‘70, l’intramontabile Orietta Berti, un jingle che è entrato oramai nella memoria dell’italico popolo.

E questo è sembrato che cantasse ieri, a Buenos Aires, il premier Conte, nella conferenza finale sul G20; infatti, preoccupato per la delicata situazione italiana, piuttosto che per le altrettanto delicate questioni mondiali affrontate nel forum, il nostro presidente del Consiglio ieri ha dichiarato, riferendosi al breve incontro avuto con Jean Claude Juncker, che “siamo sulla medesima barca, e quando si è sulla medesima barca bisogna approdare ad uno scoglio sicuro, anzi a una terraferma che dia sicurezza a tutti coloro che sono sulla barca”.

E subito sembra quasi saltare fuori il leitmotiv musicale della nostra Berti, a far da sottofondo alla mirabile metafora partorita dal premier.

È noto a tutti l’antefatto: la manovra creata dal governo che non convince proprio né la Ue né i mercati finanziari; la minaccia di sanzioni – ma non prima di gennaio, però – è sul tavolo, ma metterebbero comunque in imbarazzo entrambi i protagonisti, sia l’Italia, Paese membro che viene sanzionato, sia la Ue stessa che si vedrebbe costretta a sanzionare uno tra i suoi Paesi fondatori – non è certamente una gran bella immagine, questa – e tutto ciò solo a pochi mesi dalle delicate elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo.

È naturale che entrambi vorrebbero evitare tale situazione altamente imbarazzante, ma uscirne fuori senza farsi male è alquanto difficile.

Perché o l’Europa fa una virata paurosa, accettando la manovra così com’è, magari con qualche impercettibile modifica – e sarebbe questo il fallimento della sua politica fatta di rigide regole che tutti sono obbligati a rispettare – oppure a fare retromarcia dovrebbe essere il Governo giallo-verde, rimangiandosi un’altra sua promessa elettorale, l’ennesima finora, proprio a pochi mesi dalla tornata elettorale europea, rischiando così di perdere elettori per strada.

Per questo trovare una sintesi appare sempre più difficile.

Riferendosi al breve incontro avuto con Juncker, Conte ha dichiarato che hanno “toccato l’impostazione della soluzione finale”, che la discussione è aperta, e le trattative alquanto articolate. Ma ‘toccare’ non significa intravedere ancora la terraferma a cui approdare, piuttosto indica lo stare ancora in alto mare, in preda ai marosi, senza avere la benché minima idea di dove andare.

D’altra parte la situazione è oramai chiara ai più: lo sforamento del rapporto debito/PIL non va giù all’Europa, in primis perché tale deroga non è stata concordata con gli altri partner europei, ma imposta tout-court dal nostro governo, tipo prendere o lasciare; e, in secondo luogo, perché tutto l’impianto della manovra si basa su stime di crescita fin troppo ottimistiche, e ben poco realistiche, per cui, allo stato dei fatti, se i conti poi non tornano, il rischio di andare a sbattere e farci male, non è così utopico, e allora, piuttosto che pararci dinanzi una salvifica terraferma, rischieremmo di finire nella Grecia durante la crisi economica, con la Troika a farci da nocchiere.

Ma il governo giallo-verde sa che non può rinunciare alle sue mancette elettorali, il famoso reddito di cittadinanza e la quota 100, che dovrebbe ‘rivoluzionare’ – a parole – la famigerata riforma Fornero; sono i loro vessilli elettorali, le promesse con cui hanno ricevuto voti, e rinunciarci sarebbe beffardo.

Ma inserirle in un impianto di bilancio privo di sostanziali contenuti, rischia solo di buttare altri soldi dalla finestra, inutilmente.

Infatti, nella legge partorita dal governo del cambiamento non ci sono soldi né per gli investimenti, né sgravi fiscali alle imprese che creano posti di lavoro, o quantomeno creano lavoro. E se mancano queste gambe la crescita non ci sarà mai, i numeri purtroppo non mentono!

Di contro il governo dovrà trovare soldi freschi per pagare le due mancette elettorali, come? Facendo deficit, ossia cercando nuovi prestiti nei mercati finanziari, sforando di conseguenza il rapporto debito/PIL oltre il 3% stabilito nei patti europei. E fare nuovi prestiti significa gravare il nostro debito di altri pesanti interessi, non certamente ripagati dalla crescita economica, che non ci potrà essere, stante così le cose.

Il reddito di cittadinanza è un assegno di sussistenza da dare a chi ha redditi bassi, a disoccupati, inoccupati, e precari vari, per rendere dignitosa la loro esistenza, mentre si impegnano a trovare seriamente un lavoro. Che non c’è, visto che non ci sono incentivi per le imprese che assumono, né sgravi fiscali per rilanciare l’economia.

Quindi, o facciamo come Di Battista, disoccupato in vacanza-studio in Sudamerica, mentre qualcuno ci finanzia la nostra permanenza, oppure ci potremmo mettere comodi sul divano di casa, con l’assegno in mano, in attesa di una chiamata di lavoro che prima o poi arriverà, forse.

E sul discorso ‘quota 100’? Altro fumo negli occhi di questo governo di maghi e stregoni! Perché agevolare il pensionamento dei lavoratori, non determina nei fatti l’assoluta certezza che si avrebbero poi, nuovi posti di lavoro liberi. Anzi, tutt’altro; perché il rischio è che o le aziende non sostituiranno i lavoratori pensionati – non hanno sgravi né vantaggi per farlo – oppure assumeranno nuovi precari, con contratti a tempo, giusto per soddisfare le momentanee necessità lavorative aziendali, in un mondo dove la crescita è abbastanza stagnante.

Ma allora a cosa servirebbero queste due mancette sbandierate dai pentastellati e dai leghisti? A raccattare voti elettorali, più o meno come già fece il furbo Renzi con i famosi 80 euro elargiti a ridosso proprio delle elezioni europee di qualche anno fa!

E visto che oggi il piatto piange, e pure parecchio, e le casse son vuote, allora la platea a cui si rivolgeranno queste misure, sarà molto più che ristretta, ma tant’è che basterà così poco per far dire loro che qualcosa hanno pur sempre fatto, e per questo vanno votati.

Con Juncker “non abbiamo parlato di numeri finali”, ha ribadito ieri Conte, ma si è trattato, comunque di un incontro “molto costruttivo, stiamo valutando vari scenari”.

Ecco, il problema sono proprio i numeri. Perché non è assolutamente vero, come ha già dichiarato Salvini e Di Maio, che gli zero virgola qualcosa contano poco, e che si possono spostare numeri a proprio piacimento purché il risultato finale non cambi.

I numeri sono valori, ogni decimale esprime miliardi, soldi veri e non le carte colorate che si usano al Monopoli, e spostare una semplice virgola significa riscrivere tutto l’impianto di legge, affinché i conti tornino alla fine.

E se metto i soldi in un capitolo di spesa, li devo comunque togliere da un altro, visto che la coperta è comunque corta, e non sufficiente a coprire tutto e tutti; e se decido di fare un

investimento, devo comprendere bene sia come trovare i soldi necessari a sostenere tale spesa, e sia come rientrare poi, dell’investimento fatto, cioè come ripagare il prestito ottenuto per affrontarlo.

E se questi concetti non sono né chiari, né scritti in modo evidente, è facile poi, che i conti saltano, e a rimetterci saremmo tutti noi, perché inevitabilmente dovranno comunque aumentare le tasse per reperire il contante necessario, mancante.

Ma tutto ciò non sembra preoccupare i nostri governanti, che giocano con i numeri come fossero quelli del Lotto, né tutti noi che ci lasciamo persuadere dal fatto che ottenere un assegno ci risolverà tutti i nostri problemi esistenziali.

E allora, fin che la barca va, continuiamo a non preoccuparci, lasciamola andare, non serve neanche remare, rimaniamo semplicemente a guardare, ma poi non ci lamentiamo se all’improvviso ci cambiano nocchiere; questa volta non possiamo più parlare di colpo di Stato dell’euroburocrazia, perché ci avevano già avvertito delle inevitabili conseguenze!

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