Il voto parlamentare sull’accordo per la Brexit si è trasformato in un sonoro ‘vaffa’ contro Theresa May

Bisogna saper perdere, cantava qualcuno tempo fa, ed è quello che canterebbe oggi Theresa May, la premier britannica, dopo la sonora sconfitta subita ieri sera, in Parlamento.

Che il suo piano Brexit vivesse sul filo di lana dei numeri era cosa nota ai più, ma vederselo bocciare con uno scarto di 230 voti – 432 no contro appena 202 sì – è duro da digerire.

Che l’inquilina di Downing Street non sia nata sotto la buona stella politica, ormai è noto a tutti, ma se alla iattura ci si aggiunge anche l’incompetenza e la fragilità diplomatica, allora il rischio di fare una frittata è veramente, altamente probabile.

Prese il posto di Cameron, dimessosi dopo l’esito del referendum Brexit, da lui prima voluto e poi, rinnegato, e si è ritrovata con la patata bollente di gestire la difficile uscita del Regno Unito dalla Ue. Poteva contare su una maggioranza parlamentare solida, comunque, a cui necessitava solo un veloce rimpasto di governo, e invece, ha pensato bene di sfidare ulteriormente la sorte, chiedendo e ottenendo le elezioni anticipate.

Si è ritrovata così vincitrice alle elezioni, ma con una maggioranza più debole nei numeri, e con un partito spaccato tra chi vuole un’uscita tout court dalla Ue, chi preme per una trattativa comunque non troppo dolorosa, e chi invoca un nuovo referendum, perché di uscire non ci pensa proprio.

E così, Theresa May, novella anatra zoppa, si è messa a trattare con la Ue, per una uscita morbida e ponderata, dovendo tenere comunque a bada le tante anime ribelli del suo partito, facendo continui appelli alla responsabilità.

Trattativa difficile quella intavolata dalla premier britannica, con una data di scadenza che preme, quel 29 marzo, giorno in cui il Regno Unito è fuori dall’Europa, con le buone o con le cattive.

Mesi febbrili passati a tessere trame di accordo, che non scontentasse nessuno, mesi febbrili a cercare il bandolo della matassa, schivando i colpi dei nemici e pure quelli del fuoco amico, passati a rassicurare il mondo economico, finanziario e industriale che poco o nulla sarebbe cambiato, per giungere finalmente a un progetto racchiuso in 585 pagine faticosamente negoziate con tutti gli attori di questa triste tragedia.

Ora che l’accordo è bello che scritto, se lo ritrova bocciato in parlamento, grazie anche ai voti contrari di molti esponenti del suo stesso partito.

Lo spirito costruttivo, il senso di responsabilità a cui tante volte si è appellata in questi mesi, in una notte sola se n’è andato a farsi benedire, e lei, più che un’anatra zoppa, oggi appare un’anatra all’arancia, già cotta a puntino per imbandire le tavole di chi mai l’ha sopportata veramente.

E dopo la sonora sconfitta di ieri, cosa accadrà alla disgraziata premier inglese?

Beh, qui siamo in alto, altissimo, mare, e ogni scenario è comunque plausibile.

Intanto il leader laburista Jeremy Corbyn, ha già presentato una mozione di sfiducia contro la May; mozione che verrà discussa e votata dal parlamento domani sera, alle 19 locali.

Difficilmente i conservatori e gli alleati del Dup, il partito degli unionisti nordirlandese, voteranno contro la premier, proprio per non far cadere il governo e andare così, a nuove elezioni, ben consci dell’inevitabile sconfitta che subiranno, poi.

Ok, il governo resta in carica, la May resta in sella – anche perché nessun sprovveduto si sognerebbe oggi, di prendere il suo posto – ma con la Brexit che fare?

Visto che l’accordo è stato bocciato, dovrebbe ricominciare da capo, le trattative, innanzitutto ascoltando quei 118 suoi deputati, che le hanno votato contro.

Ma il tempo stringe, e la data del 29 marzo si avvicina sempre più velocemente per intavolare di nuovo lunghe ed estenuanti trattative.

Ci sarebbe anche la possibilità che l’Europa conceda una deroga, fissando la deadline della nuova Brexit magari a dopo l’estate, ma vorrebbe in cambio garanzie di serietà, anche perché dopo le concessioni già date e scritte nell’accordo, altre non saranno possibili da offrire.

La May dovrebbe quindi, innanzitutto convincere quei suoi deputati che invocano un nuovo referendum, a recedere dal proposito, al momento politicamente non percorribile, e cercare di sostenerla nella nuova difficile trattativa.

Che comunque dovrebbe partire proprio dall’accordo appena naufragato in parlamento, e non è cosa semplice. Lo stesso Corbyn, giorni fa, aveva offerto una ciambella di salvataggio alla May, offrendole i voti dell’opposizione se avesse inglobato, nel suo piano Brexit, la proposta laburista che il Regno Unito rimanga per sempre nell’unione doganale, il terzo anello di associazione alla Ue, quello in cui si trova attualmente la Turchia. Proposta questa irricevibile però per l’ala conservatrice che punta alla Brexit tout court, e che non piace nemmeno molto agli europeisti laburisti, che vorrebbero, invece, restare nell’Unione europea.

Se riuscirà a trovare un nuovo accordo parlamentare per uscire dignitosamente dalla Ue, allora potrà poi sedersi al tavolo delle trattative con le istituzioni europee, e chiedere anche una deroga alla scadenza imminente. Se non trovasse alcun appiglio a cui aggrapparsi politicamente, allora potrebbe giocarsi la carta della disperazione, quella di un nuovo referendum, congelando così l’uscita del Regno Unito dall’Europa.

Altrimenti il rischio di un ‘no deal’, di una uscita senza accordo, di una porta sbattuta in faccia è altissimo, e sarebbe lo scenario più infausto per il Regno Unito.

Il tempo stringe, margine per muoversi ce n’è poco, e Theresa May deve correre e pure tanto, per non arrivare tardi all’appuntamento con la storia; e questa è cosa di per sé già difficile, per un’anatra zoppa, figurarsi se è pure stordita dopo la botta presa ieri in parlamento!

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