In Slovacchia, a sorpresa, vince Zuzana Čaputová, la Erin Brockovich dell’Est Europa

Vince, anzi stravince il ballottaggio in Slovacchia, Zuzana Čaputová, e diventa così il primo presidente donna del suo Paese, ma questo, oggi, non ha più sorpreso nessuno. Anzi, in molti tirano un sospiro di sollievo.

L’avvocato, attivista convinta, era completamente a digiuno di politica, e considerata da tutti, all’inizio di questa lunga competizione, come una semplice outsider, con al massimo, il più ottimistico 10% di preferenze a suo favore.

In ballo, alla successione del presidente Andrej Kiska, dimissionario, che però, ha preferito non ricandidarsi, c’erano personalità più forti e navigate, come il sessantenne Béla Bugár, in parlamento dal 1992, l’imprenditore Martin Daňo, che aveva l’appoggio politico del partito Sme Rodina, Štefan Harabin, giudice della Corte suprema ed ex-ministro della giustizia, Marian Kotleba, capo del Partito Popolare Slovacco (LSNS) dell’estrema destra, Maroš Šefčovič, vicepresidente della Commissione europea e Commissario europeo dell’Unione per l’energia, più altri candidati, più o meno indipendenti, per un totale di quindici personalità pronte a prendere il posto del presidente dimissionario.

Già il fatto di avere così tanti candidati è indice dell’instabilità politica che sta vivendo la Slovacchia, sin dal 2018, quando il giornalista Ján Kuciak e la compagna Martina Kušnírová furono assassinati (e i risvolti di questo omicidio sono tuttora avvolti da mille misteri), scatenando violente proteste di piazza, e costringendo il governo alle dimissioni.

Il giornalista denunciava la corruzione e il malaffare che ammorbava il tessuto sociale ed economico della Slovacchia e i suoi stretti, strettissimi, legami con la politica stessa, dove incontrava sponde sicure e favorevoli. Forse, anche per questo è stato zittito per sempre.

È ovvio che tutta la campagna elettorale è stata una continua rincorsa a temi delicati, come la sicurezza, appunto, la lotta alla corruzione e al malaffare, l’onestà in politica, il benessere dei cittadini, fiaccati dalla crisi economica, i rapporti con l’Europa, (madre o matrigna? È il dilemma che attanaglia tutti), proponendo ricette più o meno vincenti, con gli europeisti più convinti e gli immancabili nazionalisti e sovranisti a farla da padrone.

E, invece, l’outsider Zuzana Čaputová ha sbaragliato tutti e si è ritrovata al ballottaggio conquistando un meraviglioso 41% dei consensi, contro lo sfidante, Maros Sefcovic, fermo al 19%.

E ieri, chiude il ballottaggio, conquistando il 58% dei consensi, divenendo la prima donna a guidare la presidenza della Slovacchia.

Gli slovacchi hanno imparato in questi mesi a conoscere bene il volto e il profilo di questa avvocato che ha grinta e carattere da vendere, tant’è che per il suo attivismo nei diritti civili, è stata soprannominata la Erin Brockovich dell’Est Europa.

Europeista convinta, impegnata nelle battaglie ambientaliste e contro il dilagare della corruzione, ha rappresentato, in questa tornata elettorale, una vera ventata di novità nel panorama politico ingessato slovacco.

Ma la sua vittoria al ballottaggio non era per nulla scontata, visto che quando il voto non è più frammentato tra quindici candidati, ma concentrato su due di loro, tutto viene messo nuovamente in discussione.

È vero che Maros Sefcovic è un politico navigato, magari poco conosciuto tra i suoi concittadini, ma dalla sua parte aveva i voti del partito di centrosinistra che fu maggioranza, poteva intercettare anche tanti voti tra i moderati dell’area centrista, e, soprattutto, è europeista (e quindi, toglieva un’arma dialettica nel dibattito politico con l’avvocato avversaria).

Inoltre, la Slovacchia è un Paese tradizionalista dove l’influenza della chiesa cattolica è molto forte, e una candidata come Zuzana Čaputová che si professa ultra-liberal, parlando apertamente di aborto, di nozze e adozioni gay, certamente non poteva intercettare neanche i voti né al centro né a destra, finiti già fuori dal ballottaggio.

Eppure questa novella eroina dell’Est, con caparbietà, ha condotto la sua onesta battaglia politica, mostrando un linguaggio franco e sincero, schietto e lontanissimo dalle liturgie politiche; si è presentata sempre con un abbigliamento impeccabile ma semplice, quasi rassicurante. Ha messo in mostra la sua storia, quella di mamma divorziata, che da sola riesce a gestire la sua vita professionale e quella privata, impegnandosi, da quindi anni, pure nelle battaglie civili.

Ha convinto, senza alzare i toni della polemica politica, l’elettorato che lei poteva essere la svolta giusta per una Slovacchia in stato di confusione.

“Sento che il nostro Paese sta cambiando – ha dichiarato la neo presidente eletta – e sta unendo le sue forze. Non ringraziate me. Io sono soltanto fortunata di essere parte di questo processo. Credo che ci stiamo compattando perché c’è speranza per noi.”

Sicuramente c’è speranza per l’Europa, che, in questo frangente, vede, con la sua vittoria, incrinare l’antieuropeismo del gruppo di Visegrád (a cui appartiene, oltre la Slovacchia, la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia), e vede arenarsi, almeno per questa tornata elettorale, la deriva populista e sovranista che sembra pervadere, da un bel po’, gli Stati europei. E non è poco!

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