Presidenziali in chiaroscuro per il Sultano turco Erdoğan

Che le elezioni presidenziali in Turchia siano andate come sarebbero dovute andare, è ben più che evidente. Doveva vincere Recep Tayyip Erdoğan, ed ha vinto, ma non, però, come si aspettava lui stesso.

Infatti, credeva di festeggiare in trionfo, e, invece, raccoglie poco meno del 53% dei consensi, vedendo pure l’opposizione resistere, ritrovando, così, quella via maestra, dopo aver sbandato parecchio in questi anni, colpita più volte dall’autoritarismo del Sultano.

Erdoğan rafforza però, la sua leadership rimanendo al timone della Turchia, per il suo secondo mandato presidenziale, fino al 2023. E saranno così vent’anni di dominio assoluto, calcolando che è al potere dal 2003, quando ricoprì per la prima volta, la carica di primo ministro; poi, ancora altri due mandati, fino al 2014, quando venne eletto presidente della Turchia, riconfermato, ora, con le recenti elezioni. E questo non è certamente, un bene per la democrazia, visto che essa vive nella regola aurea dell’alternanza politica, e non nel concentrare il potere politico nelle mani della stessa persona per due decenni consecutivi.

Inoltre, queste elezioni, sono state importanti anche perché sono state le prime dopo la riforma costituzionale del 2017, fortemente voluta da Erdoğan stesso, che rafforza proprio i poteri presidenziali, in una Turchia che vive tutt’ora in stato di emergenza, dopo il golpe fallito del 2016.

Ora il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan avrà poteri quasi straordinari, come quello di nominare o licenziare ministri di governo, sciogliere il parlamento, senza la necessità di una sfiducia, emanare decreti, nominare i giudici, comandare d’imperio l’esercito e dichiarare guerra senza passare dal parlamento stesso.

I poteri presidenziali sono stati rafforzati, quelli del primo ministro indeboliti, ed il parlamento si trasforma in un’appendice, utile finché non si mette contro la volontà del presidente stesso, perché altrimenti, può essere facilmente bypassato.

La volontà di Erdoğan è abbastanza chiara: creare un sultanato vero e proprio, con un’opposizione quasi silenziata, ed un parlamento svuotato, in buona sostanza, delle sue prerogative.

In campagna elettorale il leader del Akp parlava di “rivoluzione democratica”, ma difficilmente il concetto di democrazia, per Erdoğan, ha lo stesso valore che dovrebbe avere ovunque, vista la sua smania di governare con autoritarismo, e senza troppi ostacoli dalle opposizioni.

Tra l’altro, ha promesso anche di sospendere lo stato d’emergenza, quello che, dopo il tentato golpe, portò in carcere circa 160 mila persone, tra politici, attivisti, giudici, dipendenti pubblici, militari e giornalisti, tutti accusati, a vario titolo, di aver tentato di rovesciare il potere in Turchia.

Una promessa, questa, che Erdoğan difficilmente, rispetterà.

Anche perché, il suo non è stato un vero trionfo politico, e le elezioni fotografano un Paese fortemente spaccato, nel quale egli ha perso molto carisma e credibilità.

Ha, dalla sua, la maggioranza parlamentare, grazie al sistema che premia le coalizioni, ma il suo partito ha perso, in questa tornata quasi il 7% consensi, e potrà governare in tranquillità, solo grazie ai nazionalisti dell’Mhp, che sono cresciuti moltissimo, garantendogli, con il loro 11%, di avere la maggioranza assoluta, con 340 seggi su 600.

Di contro l’opposizione, coalizzatasi in quattro gruppi, resta ancora frammentata: lo sfidante laico Muharrem Ince, con il suo Chp, ha raccolto il 30% dei consensi, come non accadeva dagli anni ‘70, ma l’ottimo risultato non sarà comunque sufficiente per contrastare in modo forte le politiche autoritarie di Erdoğan, visto pure il deludente risultato raccolto da Meral Aksener, l’ex ministra degli Interni che raccoglie solo il 7% dei consensi, mentre quello di Selahattin Demirtas, il leader carismatico curdo, candidato dal carcere, raggiunge il 12%, ed entra in parlamento. E Ce la fanno, ad essere eletti, ancora una volta, i filo-curdi dell’Hdp, che superano l’altissima soglia di sbarramento del 10%, e conquistano cosi 67 seggi. Una opposizione che dovrà, però, trovare velocemente, una strada politica comune per riuscire a battagliare in modo efficace contro le politiche del nuovo Sultano turco.

Ma, forse, i problemi maggiori per Erdoğan, piuttosto che provenire dal parlamento, verranno dalle condizioni di vita del popolo turco, visto che, dopo aver governato per 15 anni in un periodo di forte crescita, ora dovrà gestire, invece, una nuova fase di crisi economica, con una netta riduzione degli investimenti, sia nazionali che esteri, e con la necessità di aumentare pure i tassi d’interesse per arrestare la caduta della moneta nazionale. E tutto ciò si ripercuoterà inevitabilmente, sul popolo turco, che sarà il primo a pagare la crisi economica, causando così, una sempre più crescente impopolarità di Erdoğan stesso.

Un indebolimento questo, che, come abbiamo visto, è già evidente con queste elezioni, dal momento che il partito del Sultano ha perso molti voti, segno evidente che l’islamo-conservatorismo dell’Akp non è più in ascesa in Turchia, dopo aver dato, in questi anni, una forte stretta sulle libertà individuali e civili, ed essere riuscito pure a controllare i maggiori servizi d’informazione.

Anche gli stessi fallimentari negoziati per l’ingresso della Turchia nella UE, non hanno agevolato il successo di Erdoğan, a cui non basterà più proiettarsi solo nel Medio Oriente, per ritrovare quel carisma, uscito acciaccato da queste, ultime elezioni presidenziali.

 

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