La vittoria di Bolsonaro in Brasile è il segno del nuovo vento politico che soffia in Sudamerica, trovando pure una sponda negli interessi perseguiti dall’America di Trump

La vittoria alle presidenziali brasiliane di Bolsonaro segna il passo dei nuovi tempi politici che si respirano da più di un anno in Sudamerica.

Non è semplicemente la sconfitta della sinistra socialista propugnata prima da Lula e poi dalla sua delfina Dilma Rousseff, ma indica ancor di più, se allargassimo il nostro sguardo a tutto il continente sudamericano.

Innanzitutto bisogna cercare di inquadrare lui, il neo presidente eletto, il cui slogan nella campagna presidenziale è stato: ‘Il Brasile sopra ogni cosa e Dio sopra tutti’, che molto ricorda quell’America first, di trumpiana memoria.

E pure nei modi, nelle parole, nelle frasi enunciate ricorda parecchio il presidente americano attuale. È, infatti, un sostenitore delle armi, un fervente religioso, da sempre a favore della famiglia tradizionale, anti-gay e sessista, rude nelle dichiarazioni e dai modi per nulla diplomatici. In pratica un Trump in salsa brasiliana, con una vena religiosa in più che lo estremizza parecchio.

A differenza dell’omologo americano, Bolsonaro ha avuto però una lunga carriera politica, dopo quella militare, anche se per nulla brillante.

Da outsider, quindi, si è imposto in queste elezioni e le ha vinte, sconfiggendo definitivamente, quel sogno progressista/socialista che Lula aveva lanciato e che molti altri Stati sudamericani avevano via, via, raccolto.

Merito certamente dei processi sulla corruzione in cui fu invischiato prima Lula e poi la sua stessa delfina Rousseff; ma merito pure del fallimento di una idea che si è rivelata più utopica che realizzabile: quella ‘progressista’, che aveva rianimato le speranze, più o meno, di quasi tutti gli Stati del Sudamerica, nell’ultimo decennio, e che si è spenta senza lasciare grosse certezze.

Dall’Argentina di Cristina Kirchner al Cile di Michelle Bachelet, passando per il Venezuela di Chavez ed il Brasile di Lula/Roussef, l’ubriacatura socialista/progressista di un riscatto sociale delle classi povere, di una politica che guarda piuttosto ai bisogni delle fasce più deboli che agli interessi delle classi più ricche, seguendo principi di uguaglianza ed una più giusta ridistribuzione delle ricchezze è naufragata nelle varie forme di corruzione, facendo virare la barra politica nuovamente a destra, dove l’ideale populista dell’uomo forte al potere trova, oggi, sempre più consensi, in Sudamerica quanto nel vecchio Continente.

E così, quel sogno di riscatto sociale incarnato dalla nuova sinistra socialista sudamericana ha lasciato il posto di nuovo alla desta più populista e machista.

Ad onor del vero, sensibili cambiamenti societari ci sono stati in questi Stati che hanno sperimentato la politica progressista, ma non sono stati cambiamenti così strutturali da convincere pienamente l’elettorato.

Essi, infatti, hanno finalmente guardato agli interessi delle fasce più deboli, hanno avuto il merito di guardare ‘verso il basso’, verso il popolo più sofferente, convincendolo a fidarsi, e a

votare per loro, ma, poi, nei fatti, gli interessi di rendita e la corruzione ha preso il sopravvento nuovamente, e il potere ha dato alla testa a questi idealisti di sinistra, facendo naufragare ogni loro buon proposito. L’elettorato deluso è tornato così, nuovamente a destra, oppure ha disertato le urne.

Basta vedere ciò che è accaduto in Brasile, per rendercene conto. Bolsonaro ha vinto con i suoi slogan populisti, con le sue uscite alla Trump, grevi, basse, quelle che puoi sentire più facilmente in un qualsiasi bar malfamato piuttosto che in un consesso diplomatico; ha parlato alla pancia del popolo, piuttosto che alla sua testa; e, si sa, quando la pancia è vuota brontola di più e fa molto più rumore.

Bolsonaro ha vinto sfruttando tutta la potenza virale dei social, dove il linguaggio è veloce, immediato, come ha già fatto Trump, ma non solo – pensiamo ad esempio a Salvini o al M5S, giusto per guardare anche in casa nostra – e che conquista immediatamente i giovani, che hanno maggiori facilità di accesso ad internet, e che sono facilmente sensibili alle novità e mode del momento.

Sulla figura di Bolsonaro poi, si è rinsaldata anche la ricca classe latifondista, che vorrebbe continuare a mantenere salde le proprie rendite di potere, dopo aver tenuto botta con Lula/Roussef, grazie all’azione corruttiva. E questo vale tanto in Brasile, quanto nel resto del mondo occidentale, dove le classi più ricche hanno soffiato, e soffiano sui fuochi populisti per mantenersi quello spazio di potere, che le sinistre sembravano aver loro tolto.

Infine, Bolsonaro ha ritrovato i voti dei cattolici, grazie alle sponsorizzazioni della Chiesa più tradizionalista e conservatrice, che fa sempre presa sulle fasce sociali più povere e deboli culturalmente. E pure questo assioma vale tanto in Sudamerica quanto nella nostra Europa, e i fatti sono lì a dimostrarlo.

D’altra parte le cosiddette ‘riforme progressiste’ promesse dal nuovo che avanza guardando a sinistra, sono tutte più o meno fallite miseramente, sotto i colpi sia di una crisi economica e finanziaria, che ha colpito tutto il globo terracqueo, e che ha ancor più impoverito le fasce sociali più povere senza toccare, invece, quelle più ricche, sia sotto i colpi di una continua corruzione, che in Sudamerica è quantomeno una vera e propria piaga, difficile da estirpare.

E così, Lula, in Brasile, è finito in carcere per corruzione (ma c’è chi sostiene che tali accuse siano infondate, costruite ad arte per un colpo di Stato dolce), e, dopo di lui, pure la sua delfina Dilma Rousseff ha subito le medesime accuse (altro colpo di Stato dolce?), e cacciata via dopo il voto parlamentare di impeachment, a soli due anni dal mandato presidenziale.

In Argentina il sogno di rinascita incarnato dalla rampante e ambiziosa Cristina Kirchner è precipitato rovinosamente sotto i colpi della corruzione e del clientelismo più becero, lasciando il suo Paese più povero di quando lo aveva preso in mano. Sognava di essere ricordata come la nuova Evita Peron, amata dal suo popolo, e invece, è stata già presto archiviata da loro stessi.

Michelle Bachelet era l’astro nascente della nuova sinistra progressista in Cile, ma due mandati presidenziali ne hanno minato tutte le sue credenziali. Tante promesse e pochi fatti concreti, scontentando sia le fasce più deboli che gli stessi lavoratori, il suo grosso bacino elettorale, con politiche deboli e farraginose, che hanno spinto di nuovo i cileni a guardare a destra, sposando le idee politiche di Sebastián Piñera.

Il Venezuela post Chavez è, invece, tutt’altra storia, con Maduro che ha trasformato il potere in una sorta di dittatura in salsa castrista, facendo ribollire il popolo con dure proteste terminate

con sanguinose repressioni, e facendo precipitare lo Stato venezuelano ai più alti indici di povertà, nonostante le preziose ricchezze minerarie e petrolifere di cui dispone.

Ma se Bolsonaro crede di avere ora la strada spianata, piuttosto dovrebbe gettare uno sguardo nella vicina Argentina di Macrì, dove il neo presidente eletto, in un anno, non è riuscito a migliorare granché, vista la persistente congiuntura economica difficile, la povertà in aumento, e la svalutazione della moneta stessa. E con un debito di bilancio pesantissimo, poi, qualsiasi promessa elettorale in senso migliorativo trova strade irte di ostacoli comunque difficili da superare.

E il popolo, brasiliano, ma anche sudamericano più in generale, appare oggi come un vulcano che ribolle rabbia, sul punto di esplodere. Merito questo, del ‘risveglio’ progressista delle classi più povere, che hanno preso sempre più consapevolezza del valore della lotta politica contro le élite al potere, e che ora andrebbero meglio organizzate sotto guide sì carismatiche, ma più capaci di come si siano dimostrate, finora, i vari Lula, Rousseff, Maduro e compagnia varia.

Ma c’è pure un’altra incognita che andrebbe presa in considerazione: il risveglio dell’attenzione degli Usa sugli Stati latinoamericani.

Infatti, se in passato gli Stati del continente sudamericano venivano considerati il giardino di casa degli States, con continue ingerenze politiche, nei più recenti anni, invece, l’America sembrava quasi disinteressarsi delle vicende latinoamericane.

Con Trump, tutto ciò sembra nuovamente mutare di nuovo, e l’attenzione degli Usa nelle vicende sudamericane è tornato nuovamente ai livelli di guardia.

D’altra parte le ricchezze minerarie e petrolifere di cui essi dispongono fanno gola, oggi più che mai agli States, che non vedono di buon occhio quegli accordi commerciali di ampio respiro che potrebbero firmare con la Cina, come ha già fatto il venezuelano Maduro, considerata oggi la nemica economica principale per Trump stesso.

Quindi Stati sudamericani con politiche deboli, vicine, per interessi, alla filosofia populista del Potus americano agevolerebbe la sua azione di controllo e di indirizzo.

Anche perché controllare la loro azione e le loro politiche, aiuterebbe l’America ricca a gestire meglio pure quel rischio di migrazioni incontrollate, che Trump sventola come una possibile minaccia ad ogni occasione.

E la minaccia, questa sì, non viene solo dal vicino Messico, ma pure da Stati più lontani geograficamente, come quella carovana di migliaia di honduregni che avanza da giorni, a piedi, verso gli States, in cerca di un futuro migliore, che l’America, economicamente, oggi non può più garantire.

E questa sarà la prossima sfida di Trump: gestire al meglio quel triangolo del Nord del Centro America, composto da El Salvador, Guatemala e Honduras, regioni che si trovano a sole tre ore di volo da Miami o Houston. È qui che si vedranno le capacità politiche di Trump, e si conteranno i suoi successi o insuccessi.

Perché in questi Stati dove il tasso di povertà è altissimo, dove la corruzione è dilagante, dove l’instabilità è dovuta alla presenza di bande armate impunite, legate ai vari cartelli del narcotraffico, l’idea vincente sarebbe solo la promozione di ingenti investimenti che migliorerebbero le condizioni di vita dei cittadini, evitando così la loro fuga migratoria massiccia verso gli States, e ottenendo pure, in cambio maggiori vantaggi negli scambi economici. Per questo Trump sta rivedendo tutti i trattati firmati da Obama, considerati, da lui, sfavorevoli agli interessi degli americani.

E, in questo delicato gioco a scacchi, avere come alleato un Bolsonaro, che è molto simile a lui, e parla come lui, può veramente fare la differen

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