Elezioni di midterm in America. Trump conquista il Senato, perde la maggioranza alla Camera, ma resiste ancora

Le elezioni di midterm avrebbero dovuto rappresentare la riscossa democratica, tanto auspicata, contro Trump, lo tsunami che lo avrebbe travolto finalmente, e quasi spazzato via. E, invece, l’America si risveglia con Trump ancora forte, con un Trump che resta in piedi nonostante il colpo infertogli, e se la pioggia democratica doveva affogarlo, al massimo lo ha solo bagnato!

La chiamata alle urne c’è stata, come volevano i democratici, ma ha semplicemente serrato i ranghi tra i due partiti, senza rovesciare nulla. I repubblicani tengono botta e confermato il Senato; i democratici sferrano il loro primo attacco serio, e riconquistano la Camera.

Praticamente ciò che succede, quasi sempre, alle elezioni di metà mandato: dopo due anni di presidenza, chi sta all’opposizione ha gli argomenti giusti per ritrovare gli elettori perduti, chi sta al governo tira su le barricate per difendere il difendibile, senza rischiare di perdere troppo.

Era già successo sotto Clinton, sotto Bush e persino sono Obama, non poteva non succedere sotto Trump che è l’uomo più divisivo che l’America abbia mai conosciuto, quello che polarizza la scena politica, rafforzando così le ali estremiste, e soffocando i moderati.

Trump sapeva che dopo due anni di presidenza, queste elezioni rappresentavano per lui un importante nodo di svolta: tenere botta o naufragare, resistere o alzare bandiera bianca, nessuna mezza misura, o bianco o nero. D’altra parte lui è al centro dell’attenzione da due anni, attaccato praticamente da tutti, politici, mainstream, Vip e pseudo personaggi vari; ogni sua uscita provoca un’onda lunga di proteste, ogni sua mossa viene bocciata dell’intellighenzia radical chic, senza se e senza ma. Lui attacca, in cagnesco, e l’altro gli risponde con maggiore veemenza; così si è andati avanti per due anni, e questo ha semplicemente spaccato l’America in due fazioni, stile guelfi e ghibellini: coloro che amano Trump oltre ogni sua follia, e chi lo dipinge come il diavolo da rispedire all’inferno quanto prima.

Era inevitabile che tale spaccatura si riversasse anche nel parlamento americano, con le due camere divise tra le due fazioni: il Senato ai repubblicani trumpiani di ferro, la Camera alle giovani leve democratiche. Il resto è la solita fuffa dei politologi che in tali situazioni ci sguazzano a meraviglia.

L’onda lunga azzurra dei democratici – già in America i rossi sono i repubblicani che stanno però a destra, mentre gli azzurri sono i democratici, che stanno a sinistra – non c’è stata, in definitiva, e Trump può oggi festeggiare comunque la sua mezza vittoria – o mezza sconfitta, dipende dai punti di vista.

Si ritrova una maggioranza in Senato più forte, dove ha conquistato pure una decina di seggi, e soprattutto sa che chi è stato eletto è un suo fedele scudiero, senza dover più fare i conti con ribelli stile McCain.

Alla Camera troviamo, invece, i nuovi democratici, giovani di belle speranze, come la ventinovenne Alexandria Ocasio-Cortes – la più giovane eletta alla Camera – madre portoricana e padre americano, o la trentanovenne Sharice Davids, la prima donna nativa americana eletta alla camera, insieme alla cinquantottenne Deb Haaland, che appartiene, invece, alla tribù

indigena di Laguna, o la trentaseienne Ilahn Omar, la prima rifugiata somala a varcare la camera bassa americana, o Rachida Tlaib, musulmana quarantaduenne, figlia di emigrati palestinesi.

Queste le nuove leve democratiche, i volti nuovi del partito, esattamente ‘figurine’ poste lì per combattere meglio tutte le politiche trumpiane, come quelle che incrementano le disuguaglianze sociali, che colpiscono maggiormente le fasce più povere, e le famiglie di emigranti, proprio come lo è la giovane deputata di origini portoricane; mentre la ex rifugiata somala, Ilahn Omar, già ha promesso che indosserà alla camera il suo jihab, e si batterà contro il muslim-ban di Trump. Sharice Davids, lesbica, ha dichiarato di portare in parlamento, invece, le battaglie della comunità LGBT, in risposta alle politiche discriminatorie propugnate da Trump, in questi anni.

Per il Potus americano si prevedono così altri due anni di lotta dura, senza più contare sul sostegno della camera bassa del Congresso. È ‘un’anatra zoppa’ come si dice in queste situazioni, ma ha tutta l’intenzione di continuare a combattere ferocemente la sua personalissima battaglia politica. La nuova situazione non gli creerà tuttavia, grossi grattacapi in politica estera, dove il Presidente ha da sempre le mani abbastanza libere di agire; frenerà piuttosto la sua azione in politica interna, sulle questioni economiche, sulle riforme da attuare, sulle voci di spesa, dove dovrà per forza di cose, cercare compromessi con l’opposizione per non restare invischiato nel pantano parlamentare.

E questo gli è già abbastanza chiaro, per questo si è speso in prima persona in questa tornata elettorale, presenziando a quei dibattiti dove il voto era più incerto.

E ciò è un altro dato inconfutabile: là dove ha partecipato attivamente, lì i candidati repubblicani hanno vinto, segno che sa ancora trascinare l’elettore, e che quel parlare alla pancia del Paese ha ancora presa sull’elettorato americano, anche dopo che sono trascorsi due anni dalla sua elezione presidenziale.

Ora per lui verrà il meglio: una guerra continua contro il nemico seduto in parlamento, contro il nemico alle porte, vestito da immigrato clandestino, messicano o giù di lì, e contro il nemico lontano, che oggi ha le vesti dell’Iran, domani chissà. E lui in questa guerra perenne ci sguazza a meraviglia; d’altra parte sarà pure ‘un’anatra zoppa’, ma non ha nessuna intenzione di smettere di nuotare nel suo laghetto politico!

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