Al vertice UE, tra avvocati e fabbri, l’Italia perde il suo braccio di ferro e cede su tutta la linea

“Da questo Consiglio esce una Europa più responsabile e solidale, l’Italia non è più sola”, ha dichiarato, ieri il premier Conte.

Doveva, appunto, essere un Consiglio Europeo nuovo, il vertice del cosiddetto “cambio radicale”, che avrebbe affrontato temi delicatissimi, come quello sulle migrazioni, sul superamento degli accordi di Dublino, come quello sul principio delle responsabilità condivise in tema d’accoglienza, con l’Italia pronta a batter i pugni sul tavolo e a minacciare veti, per risvegliare le coscienze, un po’ opportuniste e un po’ egoiste, degli altri partner europei.

Otto ore di fitti dibattiti, di tensioni, di discussioni, e, a notte fonda, alle 4.31, finalmente il vertice partorisce il contratto di 12 pagine, che stabilisce, nero su bianco, le nuove disposizioni europee in materia d’immigrazione, ma non solo.

Doveva essere l’accordo del cambiamento, quello in cui gli altri partner riconoscevano le difficoltà italiane nel gestire da sola l’emergenza migratoria, quello della loro solidarietà e della vicinanza, di una maggiore cooperazione, e invece, se di accordo parliamo, è stato semplicemente un accordo al ribasso.

Troppe le tensioni tra i leader europei, ognuno pressato dai propri problemi di casa, ognuno poco incline a cedere oltre il lecito, per non ritrovarsi poi, con la rabbia politica scatenatasi tra i propri patrii confini, troppe divergenze di veduta, hanno dato all’eurosummit il medesimo respiro corto di sempre, quello del vorrei ma non posso, del vedremo e faremo, che soddisfa a parole tutti, a fatti nessuno.

D’altra parte, c’erano i Paesi di Visegrad, con Orban in testa, che di accoglienza proprio non ne vogliono sentire, c’è Macron che parla di accoglienza aperta, ma solo in casa d’altri, ovviamente, c’è la Merkel che ha già i suoi bei problemi di coalizione in terra tedesca, proprio su temi come l’immigrazione, che qui si muove con passo felpato, onde non scontentare nessuno, e c’è, appunto, Giuseppe Conte, che si presenta come un Orban qualsiasi, pronto a battagliare su tutto, a trattare e a minacciare veti e a bloccare le conclusioni su difesa e commercio, e ne esce, invece, abbastanza ridimensionato.

Ed è simpatico pure il suo siparietto con il premier svedese, per comprendere tutto il peso e la credibilità del nostro presidente del consiglio agli occhi degli altri leader europei.

Infatti, Macron e Conte discutono animatamente sulle varie proposte presenti sul tavolo, ma la possibilità di un accordo è pura utopia. Tant’è che l’Italia, sola contro tutti e ventisette i Paesi, minaccia il veto sull’approvazione del documento finale; Monsieur Emmanuel Macron allora, chiede l’approvazione del medesimo, punto per punto, così da eliminare i passaggi confliggenti.

Seccata è stata la risposta di Conte: “Io sono un avvocato, un documento ha un numero di protocollo, mica si approva a pezzi”, ed immediata è stata la ribattuta piccata del premier svedese Stefan Löfven: “Lei è un professore di diritto, e io ero un saldatore in una cittadina del Nord della Svezia, ma so che lei non si sta comportando in modo appropriato”.

Questo giusto per far comprendere come il vertice di ieri, a Bruxelles, non sia stato per nulla sereno, stile quattro amici al bar.

E quando si vedono Macron e Conte, all’alba, uscire sorridenti e a braccetto, si intuisce come sia finito il vertice europeo: tante buone intenzioni, tante belle promesse, tante sagge parole scritte, ma pochi fatti concreti, se non uno, l’obbligatorietà ventilata è divenuta volontarietà, che non è certamente sinonimo di ferree garanzie.

E basterà leggere i dodici punti dell’accordo finale per comprendere tutto ciò.

Il Consiglio europeo ribadisce la necessità di “un approccio globale alla migrazione che combini un controllo più efficace delle frontiere esterne dell’UE, il rafforzamento dell’azione esterna e della dimensione interna”; una sfida questa, “non solo per il singolo Stato membro, ma per l’Europa tutta”.

Preso atto di ciò, conferma che “l’UE continuerà a stare dalla parte dell’Italia e degli altri Stati membri in prima linea a tale riguardo”.

Questa la teoria delle belle parole, i fatti, scritti nero su bianco, raccontano tutt’altro.

La gestione della prima accoglienza si fonderà su “azioni condivise o complementari tra gli Stati membri”, creando degli appositi “centri controllati”, ossia degli hotspot sotto bandiera europea, nei Paesi di primo ingresso – Grecia, Italia, Spagna – dove verranno accolti i migranti sbarcati, ed identificati, separando i richiedenti asilo dai migranti economici, che dovranno essere rimpatriati.

Però questi “centri controllati” verranno creati su base volontaria, e non obbligatoria, per cui uno Stato può decidere se partecipare o meno a tale esercizio.

Per chi accetterà l’UE metterà a disposizione fondi straordinari per la loro gestione e per il rimpatrio dei migranti economici.

Invece, i richiedenti asilo saranno distribuiti tra i Paesi europei che volontariamente hanno deciso per l’accoglienza – Orban e soci sono salvi – ricevendo, in cambio un sostegno economico europeo per la loro accoglienza.

Quindi l’Italia che voleva obbligare tutti gli altri Stati membri ad impegnarsi nella gestione e nell’accoglienza, dovrà sperare, invece, nella loro magnanimità: la Francia, la Spagna, la Germania etc. possono decidere liberamente se essere generosi e tendere una mano oppure egoisti e chiudere le proprie frontiere; altro che costringerli ad aprire i porti e ad assumersi il proprio carico di responsabilità, l’Italia dovrà semplicemente accettare le loro decisioni, senza batter ciglio né lamentarsi.

E l’idea italiana di centri di smistamento sui territori extra-Ue? Ci sono, ma presentano una serie di paletti, che praticamente, sono quasi impossibili da creare, tra i quali, soprattutto, il via libera dei Paesi del Nord Africa, che non è quasi mai così scontato.

Di contro il Trust Fund europeo per l’Africa ottiene 500 milioni in più, tolti, ovviamente, al Fondo europeo di Sviluppo che finanzia i paesi poveri, per gestire l’emergenza migratoria; soldi che in gran parte verranno destinati alla Guardia costiera libica, per il pattugliamento delle coste, e non certamente a creare stabilità, ricchezza e lavoro negli stessi Stati africani, al fine di evitare le continue partenze di disperati poveri e affamati in cerca di una vita migliore.

E sul servizio delle Ong? “Tutte le navi che operano nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non ostruire le operazioni della Guardia costiera libica”, quindi controlli più rigidi e meno libertà di azione, per loro.

Altro tema delicato, è stato il superamento dei trattati di Dublino. Qui ha vinto la posizione di Orban e dei Paesi di Visegrad, decidendo di non decidere. Infatti, pur riconoscendo la necessità di un suo superamento, non è stata fissata alcuna data di scadenza per trovare un accordo, mentre si è deciso che tale accordo andrà trovato all’unanimità, e non a maggioranza, come è, invece, previsto dal Trattato stesso.

Sui movimenti secondari – tema delicatissimo per Angela Merkel – ossia sui migranti che si trasferiscono dai Paesi di primo ingresso in altri Stati membri in violazione delle regole di Dublino che obbligano loro, invece, a restare nel Paese d’accoglienza, ci sarà una forte stretta, per non mandare in crisi Schengen, con la richiesta finale, approvata, di una maggiore e più stretta cooperazione tra gli Stati membri, al fine di prendere tutte le misure interne necessarie a limitare questi movimenti. In buona sostanza chi li accoglie – volontariamente – se li tiene ben chiusi nei “centri controllati”, in attesa di un loro eventuale rimpatrio.

Un successo questo, su tutta la linea, per l’Italia che mostrava finalmente i muscoli e batteva i pugni sul tavolo.

Solidarietà solo su base volontaria, aiuti dagli altri Stati come solo un puro miraggio, per un’Italia che si lamentava di essere stata lasciata sola a fronteggiare l’emergenza; Conte ieri notte, uscendo dal consesso, rideva con Macron, stamattina, Salvini, leggendo le conclusioni finali, un po’ meno, ci sarà un perché?

Related Posts

di
Previous Post Next Post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

0 shares