Open – quando il titolo è anche la premessa

Open. Oltre ad essere il titolo dell’autobiografia potremmo definirla la premessa, anzi, la promessa. Una promessa rivolta a chi vuole leggere questo libro. La promessa di essere aperto e sincero. Tanto sincero da creare un vero e proprio terremoto pur essendo stato pubblicata a cinque anni dal suo ritiro. Tanto aperto da far storcere il naso a metà del mondo del tennis per le sue confessioni sull’uso di metanfetamine e sulle bugie raccontate alla commissione anti-doping. È così che Andre Agassi si pone in questo libro: completamente nudo.

Talmente nudo che definirlo semplicemente un libro di tennis sarebbe come dire che Leonardo è stato solamente un inventore. Si perché Agassi parla tanto di tennis quanto della vita: del rapporto padre-figlio, del rapporto tra fratelli, di amici che diventano fratelli, dell’amore a 360°; ovviamente parla anche di vittorie, di sconfitte, della sua rivalità storica con Pete Sampras, di lacrime e sudore, come la vita di ogni atleta professionista che ha lasciato un segno indelebile nella storia dello sport.

È un viaggio nell’esistenza di Andre Agassi che si snocciola a duecento chilometri orari anno dopo anno, pallina dopo pallina, avversario dopo avversario.

Tutto inizia con “il drago”, la mostruosa macchina spara palline che il padre, ex atleta e vero fissato di tennis, ha costruito con le sue mani. Andre si allena ore e ore ogni giorno, contro la sua volontà: si perché “io odio il tennis”. Ma il padre lo tiene lì, nel campo costruito dietro la loro casa di Las Vegas, a colpire centinaia di palle al giorno ad un ritmo infernale.

Poi l’inferno diventa la Nick Bollettieri Tennis Academy, l’accademia dove Andre viene spedito suo malgrado, sperando fin da subito che il padre non trovi mai i soldi per mandarlo a studiare tennis lì, a “carcerarlo”. Si perché Andre definisce l’accademia di Bollettieri “un campo di prigionia nobilitato”. Ma Emanoul trova parte dei soldi per questo “investimento” sul figlio: anche se solo per tre mesi Andre dovrà rinunciare al cibo spazzatura che tanto lo consola, alle serate in compagnia e alle disamine sulla vita fatte con il fratello maggiore Philly. Andre però è bravo, maledettamente bravo, e questo fa sì che lui si meriti “l’ergastolo” : Bollettieri lo terrà a sue spese dentro l’accademia, nonostante i moti di ribellione costanti del giovane Andre, in particolar modo nel suo look che tanto farà parlar di lui ai suoi esordi nel circuito professionistico. Ed è soprattutto in questo periodo della vita che Agassi sviluppa il suo aperto e totale rifiuto per la scuola e l’istruzione, cosa che da adulto capirà essere completamente sbagliata.

E così a 16 anni il 29 Aprile 1986 e con la terza media Andre Agassi decide di diventare professionista. Forse la maggior parte se non la quasi totalità dei ragazzi e delle ragazze che si allenano dalla mattina alla sera per diventare dei tennisti professionisti salterebbero di gioia, ma non lui. Lui odia il tennis con tutto se stesso, e la via del professionismo è solo “una strada molto lunga che sembra condurre in una foresta buia e sinistra”. L’unico raggio di sole in questa decisione è che lui e Philly potranno passare tutto il tempo insieme, ed il loro legame già a doppio filo si stringerà a triplo. Philly Agassi sarà di fatto il primo agente di Andre Agassi.

Da qui il primo contratto con la Nike, il duro schiaffo alla prima partecipazione agli US Open. Sempre in viaggio con la frustrazione di non avere la vita di un sedicenne normale e poi altre sconfitte in giro per il mondo mentre ricerca il suo gioco, ed i soldi di sponsor e prize money se ne vanno spesi…. il racconto di un’adolescenza a colpire palline che si sussegue pagina dopo pagina con un ritmo incalzante che tiene il lettore incollato al libro. Il rapporto con Bollettieri si complica, il pensiero di abbandonare il tennis prende drammaticamente forma tanto da regalare tutta la sua attrezzatura a dei senzatetto, il ritorno di fiamma che lo porta a scontrarsi con l’allora numero uno del ranking: Ivan Lendl. Perde Agassi, ma questa volta è una sconfitta diversa. Il 1987 è l’anno dell’ascesa e della sua autoaffermazione nel rapporto con il padre e con il tennis stesso.

Questo è solo un assaggio delle montagne russe che attraversano questo libro e la carriera di questo sportivo. Montagne russe che faranno gioire il lettore con lui, ma anche soffrire e deprimersi. La perdita dei capelli e l’uso di un parrucchino, il profondo abisso nel quale cadrà nel 1997, anno che tra la crisi del suo primo matrimonio ed il rischio di squalifica per l’uso di metanfetamine lo porterà al suo minimo storico, tanto da ricominciare nel 1998 dai tornei professionistici di categoria più bassa, i challenger. Per fortuna Andre ha saputo circondarsi di uno staff che è stato per lui famiglia e punto di riferimento, soprattutto nella vita. Soprattutto nei tanti momenti bui che hanno costellato la sua carriera, fatta di alti e bassi che non sono difficili da trovare nei tennisti professionisti. Una persona su tutte è Gil Reyes, suo preparatore atletico ma soprattutto confidente, si potrebbe dire il padre che Andre non ha mai avuto. Gil è talmente importante per la vita di Andre che il primogenito che nascerà dal matrimonio (il secondo) tra lui e Stefanie Graf, donna dei suoi sogni da una vita, si chiamerà Jaden Gil. Ma al di là di due figli e una carriera c’è tanto altro da leggere e conoscere su uno dei tennisti più famosi di tutti i tempi, come sportivo ma soprattutto come uomo. È un libro da leggere anche se non si ha la minima idea di come tenere una racchetta da tennis in mano. Chissà che alla fine anche il lettore non arrivi a dire “voglio giocare soltanto un altro po’ ”

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