‘Non sono un assassino’.

‘Non sono un assassino’. L’ultimo avvincente noir di Francesco Caringella, la ricerca disperata di una verità che può condannarti o assolverti

“«Bene, se l’indagato non ha nulla da aggiungere, per me può bastare», sentenziò il sostituto procuratore. La sua voce mi graffiò come un’unghia avvelenata. L’interrogatorio era finito. La battaglia per riconquistare la libertà era appena iniziata.”

Un valido funzionario di polizia, Francesco Prencipe, vede improvvisamente andare in mille pezzi la sua vita; lui, integerrimo poliziotto, l’unico accusato di un efferato assassinio, quello dell’amico Giovanni Mastropaolo, noto magistrato impegnato contro la criminalità organizzata pugliese. Indizi, illazioni, congetture sembrano condannarlo, e anche se manca il movente, manca la prova regina a metterlo sotto scacco, tanto basta a condurlo in prigione, in attesa di un processo lungo ed estenuante, dove difesa e accusa si batteranno per dimostrare le proprie verità.

Nasce così l’ultimo avvincente romanzo scritto da un vero maestro dalla penna sopraffina come Francesco Caringella, ‘Non sono un assassino’, edito da Newton Compton (e da cui è stato tratto l’omonimo film, uscito a fine aprile, e diretto da Andrea Zaccariello, con Riccardo Scamarcio, Alessio Boni e Claudia Gerini).

Caringella dà vita a un racconto intenso, impastando sapientemente il giallo, il noir e il legal-thriller, caricando la storia di colpi di scena e di suspense che spiazzano ogni volta il lettore, e disseminando la narrazione di tanti minuscoli indizi che lo tengono incollato e lo spingono fino all’ultima pagina, tentando ogni volta di intuire, in qualche modo, dove lo scrittore lo sta conducendo, con la sua penna avvincente, senza però mai, cogliere la meta finale.

Il romanzo scritto ha forza e carattere, brilla di intuizioni narrative che coinvolgono pienamente il lettore, e lo trasportano tra le pieghe di una verità processuale affidata comunque a umane menti, quindi tendenti all’errore.

Caringella magistralmente dà spessore al racconto, creando diversi piani narrativi che avvolgono completamente l’immaginazione di chi lo legge, dando così, sostanza e corpo alle stesse parole scritte; l’introspezione psicologica, la caratterizzazione dei personaggi è un lavoro di bulino e cesello, operato da Caringella per regalare maggiore credibilità e veridicità a tutto il racconto stesso, costringendo quasi, il lettore a immedesimarsi nella vita dei protagonisti della storia stessa, a riconoscersi perfino in essi, sentendoli così familiari. Inoltre i continui flashback, per nulla appesantiscono la lettura, ma offrono invece, spaccati nascosti in un tempo passato, dove cercare le risposte al presente che si sta vivendo.

Perché quello scritto da Francesco Caringella non è un semplice romanzo poliziesco, ma riesce ad accendere anche un faro sulle umane fragilità, sugli umani dubbi che ci afferrano quotidianamente, e sui quali costruiamo le nostre precarie esistenze.

Qui nulla di ciò che sembra certo, lo è poi, definitivamente. Mille dubbi assalgono il protagonista che disperatamente cerca di dimostrare la sua unica verità, quella di non essere lui l’assassino del suo amico. Deve lottare con tutto se stesso per dimostrare la sua innocenza, deve scavare nel suo passato per cercare gli appigli giusti alla sua difesa, deve combattere contro una verità processuale che sembra già scritta, in attesa della sola sentenza di condanna.

Quello vissuto dal protagonista, Francesco Prencipe, è un vero e proprio viaggio verso l’inferno, lui che si ritrova catapultato per la prima volta, dall’altra parte della barricata, non più sul banco degli accusatori ma su quello degli indagati, non più difensore della Legge, ma tra i colpevoli che la violentano con le loro azioni.

Caringella abilmente mette in scena i vizi e le fragilità umane, quelle imperfezioni che ci conducono spesso in errore, che ci fanno inciampare, che ci possono pure far finire in galera, anche ingiustamente. In tutta questa storia verità e menzogna sembrano confondersi e intrecciarsi tra loro, divise da un sottilissimo filo, per cui sono proprio i particolari, anche quelli più insignificanti, le sfumature, a fare la differenza, stabilendo così le ragioni e i torti.

Anche lo stesso processo è una continua lotta contro il tempo per dimostrare tutta la propria

innocenza, scalfendo verità precostituite e pregiudizi solidi come un muro. Perché qui nulla è certo, nessuna cosa è sicura, nulla è pienamente bianco o nero.

E tutta la vicenda vissuta sarà l’occasione per il protagonista per rimettere in discussione tutta la propria vita, tutti i propri convincimenti e certezze già acquisite, come in una sorta di benefico viaggio catartico, dove devi prima toccare il fondo dell’esistenza per poi ritrovarti migliore di prima, rigenerato.

È il viaggio compiuto da Francesco Prencipe, attraverso queste duecentottanta pagine di trascinante racconto, e, allo stesso tempo, è il viaggio che compirà, con lui, ogni lettore, mettendosi in discussione, pagina dopo pagina, e riflettendo su quanto sia, poi, sempre così difficile credere nelle verità già acquisite, nella giustizia, nel sistema e perfino in sé stessi.

“Non avevo più bisogno di nascondermi dietro quel cespuglio. Inghiottii i gradini di tufo che portavano verso il mare con l’animo di chi ha un appuntamento con il destino.”

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