Matteo Strukul, ‘Inquisizione Michelangelo’. I tormenti del più grande genio dell’arte ci guidano dentro il disfacimento morale della Caput Mundi

“Si sentiva stanco e debole. Guardò le mani, imbiancate dalla polvere di marmo, le dita forti che per tutto quel tempo avevano assecondato il furore dell’anima, cercando le figure nella pietra, esplorando la materia con una conoscenza allenata dallo studio del corpo, dei muscoli, delle espressioni. Sospirò. La sua casa era semplice e vuota. Come sempre. Era il suo rifugio, il porto sicuro nel quale trovare conforto. Guardò la fucina. Le braci rosse che lampeggiavano sanguigne sotto la cenere. Alcuni attrezzi gettati alla rinfusa su un tavolo da lavoro.”

Michelangelo Buonarroti, il genio artistico, lo scultore, il pittore, l’architetto che ha raggiunto vette ineguagliabili con la sua arte, l’uomo più famoso ai suoi tempi, è un individuo stanco, dal corpo provato dagli acciacchi della vecchiaia e del duro sforzo fisico compiuto in quasi quarant’anni di vita, sempre con scalpelli o pennelli in mano; ma il suo animo è vivo e arde ancora, sa che finora la sua mirabile arte gli ha dato fama e onori, ma non l’ha completamente appagato. Si sentiva “un illusionista, e nient’altro, prendeva il denaro dei papi e metteva la propria arte al loro servizio. Celebrava il potere e, così facendo, ne amplificava l’eco.”

Avverte ora, nel suo animo stanco, che non deve più celebrare la sua e la loro gloria artistica ma la gloria della Fede, trasportandola in modo vivo ed essenziale nelle sue ultime opere.

Ma questi sono tempi bui: lo scisma luterano che mette a nudo i vizi morali della Chiesa cattolica, Roma imbarbarita in mano a pontefici-soldati, che celebrano solo la propria magnificenza, vendendo cariche ecclesiastiche e indulgenze, e vivendo in modo amorale, nel lusso più sfrenato; hanno smarrito la retta via della povertà e dell’umiltà predicata da Gesù, hanno ridotto la Fede a una spada da sguainare per conquistare potere, vivono tra intrighi di palazzo, trame e inganni, che li allontanano sempre più dalla loro vera missione pastorale.

Siamo a Roma, nell’autunno 1542, ed è in questo periodo storico che Matteo Strukul ambienta il suo ultimo romanzo: Inquisizione Michelangelo, edito da Netwon Compton.

Un avvolgente e realistico affresco storico in cui l’autore immerge i suoi protagonisti, reali e di fantasia, per dar vita a un racconto pieno e vivo, capace di trascinare il lettore, pagina dopo pagina, sin dentro le più occulte vicende storiche di quel tempo, ma anche dentro l’animo più tormentato dei suoi attori.

E questa Roma perduta, divorata dal demonio, abbandonata a se stessa, in cui l’opulenza della Curia mostra il suo lato più peccaminoso, e costretta pure a subire l’onta del sacco da parte dei Lanzichenecchi, fa da desolante quinta di scena alle vicende narrate.

Sul palcoscenico della vita troviamo, appunto, Michelangelo Buonarroti, ormai anziano, tormentato nell’animo perché si è reso conto di aver messo la sua magnifica arte a disposizione del fatuo sentire umano, ha celebrato la sua grandezza di artista e dei suoi ricchi committenti, ma non è ancora riuscita ad esaltare l’incrollabile Fede divina. Ha cercato la perfezione, ha lottato per raggiungerla, ha cantato inni di umana gloria, scolpendoli nel bianco marmo o affrescandoli sulla volta della Cappella Sistina, e ora, vecchio e stanco, si rende conto

dell’inutilità di tale suo sforzo, sente di aver smarrito la retta via, di aver perduto la luce di Dio, e vorrebbe solo ritrovarla, raccontando con la sua arte la sua magnificenza, in quest’ultimo tratto di vita terrena, cercando nelle opere non più la perfezione, ma l’essenzialità della parola divina, togliendo sovrastrutture e orpelli che offuscano l’umana vista e confondono il messaggio ultimo.

Ma è un uomo tormentato, che sa di essere peccatore tra i peccatori, e che ha poco tempo ancora per dare un senso pieno alla sua esistenza terrena. A complicargli questo suo percorso riflessivo ci si mette pure Guidobaldo Della Rovere, che lo obbliga a porre termine all’infinita sepoltura di papa Giulio II, un’opera immensa commissionatagli dal pontefice e più volte, nel tempo, abbandonata e ripresa, inseguendo i desiderata del committente stesso.

Di contro, troverà una nuova luce di speranza nell’amicizia spirituale con la nobildonna Vittoria Colonna, marchesa di Pescara, vicinissima al Cardinale Reginald Pole, un uomo colto e di ampie vedute, che vede la Chiesa precipitare nel peccato e si propone di riformarla dall’interno, facendole riscoprire il valore della povertà evangelica, dell’umiltà, dell’abbandono dei vizi umani che albergano ora nel suo seno, per ricondurla all’essenza più vera della parola di Dio.

Ma la Chiesa, in questo frangente storico, deve già affrontare le sferzanti spinte riformatrici di Martin Lutero, che hanno portato a uno scisma, e pure un difficile Concilio, a Trento, per contrastare il nascente protestantesimo, per cui la presenza ingombrante di Reginald Pole e la sua Congregazione di Illuminati non è per nulla vista bene, tra le segrete stanze della Curia.

Il Sant’Uffizio dell’Inquisizione, con a capo l’iroso cardinale Gian Pietro Carafa, ha il gravoso compito di porre fine a ogni ricerca riformatrice che non passasse per la bocca del papa, bollandole tutte come pericolosi elementi del protestantesimo. Sono loro che tengono sott’occhio ogni personaggio scomodo, in odore di eresia, con metodi brutali, violenti, pur di estirpare da Roma ogni personaggio scomodo all’ala più conservatrice e fanatica operante in seno alla Curia romana.

E per questa delicatissima missione, il Cardinale Carafa, attraverso la sua longa manus, il capo dei birri Vittorio Corsini, coinvolgerà Malasorte, una giovane e bella ladra, che verrà incaricata di spiare la marchesa di Pescara.

Michelangelo finirà invischiato in queste occulte trame di spionaggio, per quel suo legame intenso che ha con Vittoria Colonna, e rischierà così di essere accusato di eresia dall’Inquisizione stessa.

Matteo Strukul abilmente tesse la trama del racconto, intrecciando i fili che legano i vari personaggi, tra tormenti esteriori e quelli più interiori, in un clima dalle fosche tinte, fatto di umane tragedie, dove trova spazio la forza della prepotenza, dell’intrigo, del male.

Il tormento michelangiolesco sarà la bussola per il lettore, le sue inquietudini, le sue domande, saranno le loro stesse domande, e attraverso di esse si raggiungerà l’epilogo finale, quando bene e male dovranno affrontarsi, gettando via la maschera di ogni sotterfugio.

“Non gli avrebbero preso anche Roma. Si sarebbe battuto fino alla fine per lei, per quella città magnifica e ferita, avvolta nello splendore dell’arte ma dilaniata dall’avidità del potere, celebrata nei poemi e ricattata dai calcoli politici, uccisa cento volte ma sempre risorta nella gloria del tempo, nella Storia, nella memoria delle generazioni. Per aspera ad astra, si disse.”

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