‘La signora Gocà’. Marella Agnelli sfoglia l’album dei ricordi della sua fanciullezza

“La villa era stata occupata. Prima dai tedeschi, poi dai repubblichini e adesso c’erano gli sfollati, come li chiamava Gino, il giardiniere.”

La villa è quella fiorentina chiamata I Cancelli, dove Marella Agnelli aveva vissuto da piccola, insieme alla sua famiglia, i Caracciolo di Castagneto.

La guerra era appena terminata, e la dimora principale fu messa a disposizione dei tanti, troppi, sfollati, mentre loro si trasferirono nella piccola dependance, ‘con i muri spessi come quelli di una fortezza, un po’ buia e un po’ abbandonata’, ma comunque felici perché la sua famiglia finalmente era tutta riunita sotto lo stesso tetto.

Così Marella Agnelli ricorda la sua infanzia, con tono lieve e garbato, nel racconto autobiografico ‘La signora Gocà’, edito da Adelphi.

Immagini e ricordi che riemergono delicatamente dalla “seppia evanescente” del passato, per tornare a vivere in questo racconto struggente che la vede protagonista assoluta, poiché questo è stato un tratto pregno di significati, della sua straordinaria vita.

Un racconto che si suddivide in cinque capitoli, come cinque sono i luoghi del cuore, i luoghi della memoria della giovane Marella Agnelli: I Cancelli, Ratzötz, Turchia, il Roncaccio e Roma.

E tra le pagine bianche, come lieve musica, prendono vita, forti, i ricordi, i profumi, le emozioni vissute dall’autrice, in questo suo continuo peregrinare da un luogo all’altro, insieme a tutta la sua famiglia, il padre Filippo Caracciolo di Castagneto, sua madre Margaret Clarke, i suoi fratelli, Carlo e Nicola, e la nonna Meralda.

Ci sono i giochi creati dalle fervide menti di tre pargoli che dovevano ammazzare il tempo vissuto dentro quelle mura della villa fiorentina; e così divenivano piccoli esploratori, rovistando nei vecchi bauli di famiglia, alla scoperta di chissà cosa. E magari emergevano vecchie fotografie in bianco e nero di persone lontane, forse americane, come sua mamma, e immagini di “visi attoniti, inespressivi, forse duri e vestiti semplici che contrastavano con i sorrisi appena accennati, i pizzi, le perle, le parures, le calèches delle donne napoletane”. Oppure si ritrovavano tra le mani le lettere d’amore che suo padre e sua madre si scambiarono in gioventù, raccolte da un nastro, racchiuse in un “bauletto di chagrin”, immergendosi in quel loro amore così forte e così contrastato, soprattutto per via della differenza di età, con sua madre molto più grande di suo padre, ma si sa che “il desiderio contrastato crea la passione”.

E tra i giochi fanciulleschi, creati da Marella e i suoi fratelli, c’era anche quello della signora Gocà, “nato per conciliare il desiderio di Margaret di vederci al suo risveglio e quello di prendere il suo tè in pace.”

Così sua madre consentiva ai tre pargoli di rovistare tra i suoi vestiti custoditi dentro i cassettoni di una coiffeuse, un pregiato mobile a specchiera, di tirarli fuori a loro piacimento, e di utilizzarli, poi, vestendosi come nobili e stravaganti signore dell’alta società. E dal quel giocoso mascherarsi nascevano innumerevoli, fantasiose storie che vivevano i tre fanciulli, come salire su una immaginaria automobile per andare a spasso, girando su e giù per l’immensa loro casa. Appunto, prendere una macchina, ‘«go to the car»’ come diceva loro la madre Margaret, pur di

soddisfare quel suo desiderio di gustarsi un buon te in pace. “Da allora il «go to the car» divenne Gocà. La Signora divenne Gocà lei stessa”, creando così “il più bel gioco del mondo”.

Ma sfogliando le pagine intense di questa dolce autobiografia, troviamo anche le sue estati trascorse nel castello di Ratzötz, “situato fra il villaggio di Sarnes e quello di Millan, a pochi chilometri da Bressanone”, e, poi, il trasferimento ad Ankara, durante il periodo fascista, con il padre ambasciatore in terra turca; e, ancora, il loro trasferimento a Roncaccio, quando il papà divenne console italiano in Svizzera, e, infine a Roma, sul finire degli anni ‘40, in una Capitale liberata dal nazifascismo, dove Marella Agnelli visse in pieno l’euforia e la spensieratezza di tutta quella sua gioventù che si stava facendo donna, scoprendo lo swing, il boogie-woogie e le nuove mode portate dagli americani.

‘La signora Gocà’ non è un semplice album dei ricordi dell’autrice, ma piuttosto tante piccole schegge impazzite di un’esistenza suggestiva, racchiuse nell’età che parte dalla fanciullezza e arriva all’adolescenza, come una sorta di viaggio catartito alla scoperta delle proprie radici. Qui i ricordi non sono levigati e addolciti dallo scorrere del tempo, ma sequenze di tracce di vita, che da confuse e poco nitide, diventano, via, via, sempre più chiare e rivelatrici, quasi fosse un film, il proprio film della memoria: un affastellarsi di impressioni, espressioni, di vestiti, colori, frasi, di materie, piante, odori, di accenni di sentimenti, che si profilano leggeri all’orizzonte.

È la memoria che riporta a galla momenti piacevoli e quelli più difficili, nomi, di persone, di luoghi, che evocano immediatamente ricordi chiari solo a chi li ha vissuti, dolci emozioni e situazioni più angosciose, rilette nel presente, ma con gli occhi del passato.

È un delicato memoir sulla magia dell’infanzia, quando tutto appariva più grande, quando non tutto era così facilmente comprensibile, quando tutto appariva come un gioco fatto di meravigliose scoperte, quando si guarda al futuro con occhi innocenti e colmi di speranza, a quel “futuro remotissimo, ma plasmabile e possibile”.

E allora basterà poco, poi, magari un semplice nome, una fotografia o un semplice ninnolo, per far affluire un fiume ininterrotto di emozioni, e riscoprire così la bellezza di “tutta la mia infanzia attraverso quegli oggetti che l’avevano popolata e incantata.”

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