Diego Galdino, ‘L’ultimo caffè della sera’. Roma nun fà la stupida stasera e damme ‘na mano a faje di de sì.

“Soltanto a posteriori Massimo era riuscito a ricostruire la diabolica strategia di Dario per confondere le acque ed evitare che qualcuno si insospettisse. Come tutti i piani ben riusciti aveva accolto con naturalezza gli imprevisti trasformandoli in alleati inconsapevoli al di sopra di ogni sospetto.”

Massimo è il barista del bar Tiberi, sito nel cuore della Caput Mundi; anzi, per meglio dire lui lì c’è praticamente nato, e ora prosegue, insieme a sua sorella, l’attività dei suoi genitori.

E Massimo è il protagonista della deliziosa, toccante storia d’amore racchiusa nell’ultimo romanzo scritto da Diego Galdino, ‘L’ultimo caffè della sera’, edito da Sperling & Kupfer.

Una città meravigliosa, affascinante, romantica, come Roma a far da sfondo a questa struggente storia d’amore, un protagonista ‘bono come er pane’, che crede fortemente nel sentimento più puro e alto, e l’amore che qui, scompiglia le carte, confonde, si accende all’improvviso nei cuori di chi ancora spera, e li aiuta a ritrovarsi.

Diego Galdino dà vita a un racconto emozionante e leggero come certe commedie francesi, una storia dolce come lo zucchero, ma intensa e forte come il primo caffè preso al mattimo; un racconto ironico e delicato, ma cosi vibrante che non riuscirai a smettere di leggere finché non si è giunti già all’ultima pagina.

E tutta la storia ruota intorno al bar Tiberi, nel cuore di Trastevere, un microcosmo di persone e personaggi, che diventa un corale manifesto della romanità più verace.

“Il bar Tiberi era come Roma: non smetteva mai di sorprenderti, potevi penderci il caffè per una vita e ascoltare ogni giorno una storia che non conoscevi.”

Qui Massimo ha incontrato, per caso, il suo primo grande amore, Geneviève, che gli ha spezzato il cuore, andandosene via, e gli ha lasciato profonde ferite; qui ha conosciuto Mina, che è entrata per gustarsi il rinomato caffè alla nutella, e poi ha deciso di abitarci nel suo cuore, lenendo quelle ferite lasciate dall’altro amore.

E tutto intorno, c’è una vita racchiusa tra le mura di questo bar, tra clienti abituali e nuovi arrivati, tra persone che vanno via per sempre, chi per un po’, ognuna con il proprio bagaglio di storie, di racconti, di ricordi, che qui, dentro il bar, si rimestano, si impastano, prendono forma e anima, divenendo i racconti e le vite di tutti.

Roma sorniona, fa da sfondo, li abbraccia tutti, li ammanta di incanto, ma lascia spazio all’amore, che tesse le sue trame, allontana e avvicina i protagonisti, li sospinge e li lascia liberi, poi, di percorrere il proprio destino, a volte confondendo tutto e tutti, a volte schiarendo ogni grigia nuvola che si deposita sull’animo dei protagonisti.

Perché in fondo così è la vita: ‘la passi a correre da solo cercando sempre di raggiungere qualcosa, poi, un bel giorno, ti rendi conto che per trovare la cosa più importante di tutte, la felicità, ti bastava fermarti e restare seduto su una panchina insieme alla persona giusta.”

E la vita è amore, è gioia pura, quel condividere un destino insieme alla persona che abbiamo al nostro fianco; è dolore e sofferenza, anche, delusione e illusione, ma soltanto se ti fidi e ti abbandoni ad essa, allora potrai dire di aver vissuto veramente, e non semplicemente averla attraversata.

L’amore è un bacio desiderato, un bacio rubato, il dolce gesto della ‘scafetta’, l’attesa di un momento magico da condividere con la persona amata, quel sentirsi speciali per lei, e vedere la vera felicità racchiusa nel suo sguardo, quando le hai realizzato un desiderio.

Ma per amare bisogna avere il cuore libero, bisogna aver fatto, e chiuso, tutti i conti con il proprio passato, aver messo da parte la paura di sbagliare e lasciarsi finalmente andare.

Massimo vivrà tutto ciò, intensamente, sospeso tra un passato non ancora chiuso e un presente che sta sbocciando, e sa di buono.

La delicata penna di Diego Galdino riesce così, a raccontare un sentimento tanto struggente, come l’amore, vedendolo però dal punto di vista maschile, ed è questa la più sorprendente novità di questo romanzo: un racconto denso di romanticismo, che non scade, però, nel melenso e sdolcinato. Sarà per quel tocco pungente d’ironia tipica dei romani, sarà per il fascino eterno di Roma, che pure questa volta sa come ‘reggere er moccolo’, sarà per quell’aroma caldo e avvolgente di caffè che permea ogni pagina del romanzo, e ridesta antichi desideri mai sopiti del tutto; sarà per tutto ciò o forse sarà perché è impossibile sottrarsi al gioco dell’amore, come è impossibile sottrarsi al richiamo del romanzo di Galdino, che, come un caffè, ti invita a sorseggiarlo, a gustartelo, sentendo prima il suo profumo denso nelle narici e poi il suo sapore forte scaldarti il cuore.

Un caffè che è inno alla vita, inno all’amore, a crederci sempre, a non arrendersi mai, a non lasciarsi vincere dalle sofferenze e dai patimenti dell’animo, a non sottrarsi al destino beffardo che ama giocare con i sentimenti umani, e soprattutto a non fermarsi mai solo al profumo del primo caffè del mattino.

“Perché non basta un caffè per trovare la persona giusta. Ne servono due… Il primo del mattino e l’ultimo della sera.”

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