Quando il lusso smette di essere soltanto una promessa e torna a misurarsi con il tempo, con le scelte e con la tenuta di un progetto, cambia anche il suo lessico. Non basta più l’idea di un servizio impeccabile, né la semplice evidenza di una bellezza che si impone da sola. A fare la differenza, soprattutto nell’hôtellerie alta di gamma, è la capacità di far convivere identità diverse senza appiattirle, di custodire un luogo mentre lo si apre al mondo, di offrire un’esperienza riconoscibile senza trasformarla in formula.
Dentro questa grammatica dell’ospitalità – più complessa di quanto possa sembrare – si muove Rocco Forte Hotels, gruppo fondato da Sir Rocco Forte e cresciuto negli anni attorno a una concezione precisa dell’accoglienza: hotel profondamente radicati nei territori in cui nascono, capaci di raccontarne la storia, l’architettura e la cultura senza rinunciare a una dimensione internazionale del servizio. Non sono semplicemente strutture di lusso, ma luoghi che dialogano con la città o con il paesaggio che li circonda, diventandone una naturale estensione. A definire l’identità del gruppo è anche la presenza costante della famiglia Forte nella visione strategica e nello sviluppo dei progetti. Sir Rocco Forte e sua sorella Olga Polizzi hanno costruito negli anni un modello di ospitalità che unisce disciplina internazionale e sensibilità mediterranea, dove ogni hotel conserva una personalità autonoma pur riconoscendosi in una filosofia comune.
In questo equilibrio tra visione globale e identità locale si inserisce il lavoro di Giacomo Battafarano, Managing Director per l’area Sud Italia del gruppo. Il suo ruolo non riguarda soltanto la gestione operativa delle strutture, ma la capacità di tenere insieme sviluppo, qualità dell’esperienza e rispetto per i territori che accolgono i progetti del brand.
Originario di Matera, formatosi tra la LUISS Business School, l’INSEAD e la Cornell University, Battafarano ha costruito un percorso internazionale che lo ha portato a lavorare in alcune delle principali destinazioni dell’hôtellerie mondiale. Dalle prime esperienze tra Londra, le Maldive ed Egitto fino alla guida di realtà complesse in Europa, il suo percorso professionale è stato segnato da una progressiva assunzione di responsabilità che unisce rigore manageriale e attenzione alle dinamiche umane che definiscono davvero l’ospitalità.
Il suo ingresso nel gruppo Rocco Forte Hotels nel 2018 rappresenta una tappa decisiva. Alla guida del Verdura Resort in Sicilia, uno dei progetti più articolati del brand, ha consolidato un modello di ospitalità capace di coniugare paesaggio, sostenibilità e qualità del servizio. Il Verdura Resort, con i suoi oltre duecento ettari affacciati sul Mediterraneo, è un luogo in cui l’esperienza dell’ospite si intreccia con il paesaggio agricolo, con la produzione locale e con una visione sempre più attenta alla sostenibilità. Oggi, il Dottoro Battafarano coordina un sistema che comprende Hotel de Russie, Hotel de la Ville, Rocco Forte House, Masseria Torre Maizza, Villa Igiea e lo stesso Verdura Resort, seguendo allo stesso tempo lo sviluppo delle nuove aperture nel Sud Italia.
Tornando a parlare con lui e a riprendere il filo di una conversazione che negli anni abbiamo già avuto modo di approfondire in altre occasioni, gli chiediamo quale tra i progetti seguiti negli ultimi anni lo abbia coinvolto maggiormente mentre prendeva forma. Anche questa volta la risposta non individua una sola destinazione.
«Sono tutte sfide sicuramente avvincenti. Ognuna è differente dall’altra ed è proprio questo che le rende motivanti, perché ogni struttura insiste su un territorio completamente diverso, territori straordinari e bellissimi.
Noto, ad esempio, ci dà la possibilità di scoprire un lato della Sicilia molto particolare. Parliamo della Sicilia barocca, che negli ultimi anni è diventata più conosciuta, ma che resta ancora una zona in parte vergine. Per noi è stata l’occasione di far conoscere un angolo del mondo davvero speciale.
Un po’ come è stato anche per Palermo. Palermo, alla fine, non è mai stata una destinazione turistica nel senso classico del termine. Quando siamo arrivati noi era una destinazione molto più remota, più spigolosa se vogliamo, una Sicilia diversa, dove il turismo di un certo tipo e di una certa qualità praticamente non esisteva.
Noto è forse un po’ più vicina all’influenza della costa orientale, quindi è la gemma del sud-est della Sicilia e subisce un po’ quell’influenza. Però allo stesso tempo non è ancora riconosciuta come possono esserlo destinazioni come Taormina».
Il riferimento è al progetto di Palazzo Castelluccio a Noto, destinato a diventare una nuova struttura del gruppo. Un palazzo del XVIII secolo che conserva intatto il carattere barocco della città e che sarà trasformato in hotel mantenendo l’identità architettonica originaria.
Accanto alla Sicilia, anche la Puglia rappresenta oggi un territorio strategico nello sviluppo del brand.
«Esatto. In Puglia, dopo Torre Maizza, nascerà una seconda masseria. Avrà una vocazione un po’ differente rispetto a Torre Maizza e avrà circa novanta unità. Alcune di queste saranno in realtà delle piccole ville. Questo ci permetterà di offrire un prodotto diverso rispetto a quello che abbiamo già oggi. L’idea è sempre quella di offrire servizi molto personalizzati alla persona. La nostra attenzione è sempre più rivolta all’ospite: in base alle esigenze riusciamo a personalizzare l’esperienza e a cucire addosso alla persona i suoi desideri».
La personalizzazione dell’esperienza è oggi uno dei tratti più riconoscibili dell’identità del gruppo. Non si tratta soltanto di comfort o di servizi esclusivi, ma della capacità di comprendere davvero le aspettative di chi viaggia, anticipandone bisogni e desideri senza trasformare l’accoglienza in un protocollo rigido.
Tra i progetti che accompagneranno lo sviluppo del gruppo nei prossimi anni emerge anche quello di Napoli, destinato a rafforzare ulteriormente la presenza del brand nel Sud Italia.
«Sì, Napoli nel 2027. Sarà una struttura sul lungomare di Chiaia, in una posizione davvero bellissima. Ci saranno camere con affaccio su Capri, quindi con uno scenario straordinario.
Anche lì avremo una Spa che sarà posizionata all’ultimo piano, con una vista spettacolare sul mare. Ci sarà ovviamente una proposta culinaria importante, con un ristorante gourmet».
A guidare la proposta gastronomica sarà invece, come spiega lo stesso Battafarano:
«Avremo il nostro direttore culinario, lo chef Fulvio Pierangelini, che segue tutti i ristoranti del gruppo».
Il progetto, come racconta, manterrà un rapporto molto stretto con la storia dell’edificio che lo ospita.
«Saranno quarantaquattro camere. Il progetto architettonico è di Bonanno, mentre il design è seguito da Olga Polizzi, la sorella di Sir Rocco Forte, che è l’Art Director del gruppo e che segue tutta la parte di interior design».
Quanto alle tempistiche di sviluppo, il calendario delle aperture è già definito.
«Prima ci sarà Palazzo Sirignano a Napoli, che dovrebbe aprire nella primavera del 2027. Subito dopo Noto. Poi stiamo già lavorando anche a progetti più avanti nel tempo, fino al 2030».
Gestire progetti così diversi tra loro significa spesso confrontarsi con sfide complesse. Gli chiediamo quindi se gli sia mai capitato di pensare di abbandonare un progetto particolarmente impegnativo.
«In realtà no. Non c’è mai stato un progetto che ho voluto abbandonare. Sono una persona che quando inizia qualcosa cerca sempre di portarlo a termine.
La tenacia, secondo me, ripaga sempre. Anche i progetti più sfidanti sono quelli che poi diventano più stimolanti e che danno le soddisfazioni più grandi».
Guardando invece alle strutture da semplice ospite, e non da manager, il pensiero torna a un luogo che ha segnato profondamente il suo percorso professionale.
«Io dico sempre che ho lasciato il cuore al Verdura Resort. Ho vissuto lì cinque anni ed è una struttura che ti permette davvero di vivere a 360 gradi.
C’è il benessere, lo sport, la famiglia. È un luogo che riesce a soddisfare esigenze molto diverse.
Poi ovviamente l’Hotel de Russie a Roma, tra Piazza del Popolo e Piazza di Spagna, è una struttura iconica, riconosciuta a livello mondiale e molto amata anche dai romani. È quasi diventata una casa per molti ospiti che tornano anno dopo anno, o addirittura giorno dopo giorno».
Dietro questa visione emerge anche una precisa idea di gestione dell’hôtellerie.
«Dipende da quello che si vuole fare. Il nostro, ad esempio, è un gruppo di alberghi gestiti da una famiglia ma con una struttura organizzativa molto solida, quasi da grande gruppo.
Personalmente sono molto più per i piccoli gruppi o per le realtà familiari. Non perché i grandi gruppi non funzionino, ma perché le realtà più piccole riescono a personalizzare molto di più l’esperienza dell’ospite. I grandi gruppi, invece, spesso tendono a standardizzare tutto. Il rischio è che una struttura a Roma sia percepita come identica a una a New York o in un’altra destinazione.
Noi invece cerchiamo di valorizzare il senso della destinazione. L’ospite deve tornare per vivere quel luogo, non semplicemente per l’albergo».
Guardando al futuro del settore, inevitabilmente segnato dalla tecnologia e dalla digitalizzazione dei processi, Battafarano è convinto che il cuore dell’ospitalità resterà comunque umano.
«Siamo già dentro un cambiamento enorme. Oggi siamo bombardati dalla tecnologia e dalla digitalizzazione dei processi.
Però credo che una cosa resterà sempre centrale: l’elemento umano. L’ospitalità vera non può esistere senza le persone. L’human touch resterà sempre la cosa più importante».
L’ipotesi di hotel sempre più automatizzati, dove la reception tradizionale scompare, non lo convince del tutto.
«In alcuni alberghi sono già sparite. Ci sono strutture dove si fa tutto tramite telefono o tramite app. Ma in quei casi secondo me si perde qualcosa. Diventa semplicemente un luogo dove dormire. Noi invece non vendiamo camere: vendiamo un’esperienza. Un’esperienza che parte dall’arrivo, passa per la camera, per la ristorazione, per la spa, per tutto ciò che compone il soggiorno».
Prima di concludere, lo sguardo si sposta sul futuro della professione e sui giovani che desiderano intraprendere questo percorso.
«Direi che è il lavoro più bello del mondo. Però servono alcune qualità fondamentali: curiosità, tanta curiosità, e molta pazienza. La tenacia è fondamentale, perché nei momenti difficili bisogna restare fermi sui propri obiettivi.
E poi l’umiltà. Nel nostro lavoro siamo al servizio degli altri, non il contrario.
Molti giovani oggi sono un po’ confusi anche dai modelli che vedono in televisione o sui social. Pensano che tutto sia immediato. In realtà questo è un mestiere che richiede sacrificio, ascolto e disponibilità.
Io ho avuto la fortuna di incontrare grandi direttori che mi hanno fatto innamorare di questo lavoro. Oggi è più difficile perché il mondo cambia molto velocemente. Ma resta una professione straordinaria per chi ha davvero passione per l’ospitalità».
Nel suo racconto l’ospitalità non appare mai come un gesto automatico, ma come un equilibrio costruito nel tempo tra disciplina, attenzione e ascolto. Ed è forse proprio questa la cifra più riconoscibile del suo percorso dentro Rocco Forte Hotels: trasformare ogni struttura in un luogo che non si limita a ospitare, ma che riesce davvero a restare nella memoria di chi lo attraversa. È una differenza sottile, ma nell’hôtellerie contemporanea è spesso proprio lì che si decide se un indirizzo diventerà soltanto un hotel o un luogo in cui tornare.

