Roma e le sue sfide: il Prefetto Giannini in prima linea

Roma è sempre stata una città in bilico tra grandezza e vulnerabilità. Da un lato la magnificenza dei suoi monumenti, la centralità religiosa e politica, il fascino che continua a richiamare milioni di visitatori; dall’altro, le contraddizioni di una metropoli che convive con fragilità sociali, con il peso della criminalità organizzata e con la pressione costante di grandi eventi che ne mettono alla prova l’ordine pubblico. Guidare la Prefettura di Roma significa, dunque, assumersi la responsabilità di custodire un equilibrio che è insieme simbolico e concreto, un compito che richiede lucidità, disciplina e la capacità di leggere in profondità i mutamenti della società. È in questo scenario che si inserisce la figura di Lamberto Giannini, nominato Prefetto l’11 maggio 2023, dopo aver servito lo Stato in incarichi di massimo rilievo, dal fronte antiterrorismo fino alla guida della Polizia.

Nato a Roma il 29 gennaio 1964, laureato in Giurisprudenza alla Sapienza, Giannini è uomo che appartiene alla Capitale non soltanto per nascita, ma per visione. Entrato in Polizia nel 1989 come vicecommissario, inizia un percorso che lo conduce prima alla Questura di Torino e poi a quella di Roma. È proprio nella sua città che si forma come investigatore e dirigente, imparando a conoscere le pieghe di una realtà urbana che, sotto la superficie, custodisce tensioni, conflitti e talvolta derive violente. L’esperienza più significativa arriva nel 2004, quando assume la direzione della Digos della Capitale: un incarico che lo colloca al centro di anni decisivi, segnati dal terrorismo internazionale e da nuove forme di estremismo interno.

La sua carriera continua a salire, senza mai perdere quella sobrietà che lo contraddistingue. Nel 2013 è nominato direttore del Servizio Centrale Antiterrorismo e nel 2017 diventa dirigente generale di Pubblica Sicurezza, guidando la Direzione centrale della Polizia di Prevenzione e presiedendo il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo. Si tratta di organismi che hanno consentito all’Italia di affrontare con fermezza la minaccia jihadista, anticipando scenari e neutralizzando rischi con un approccio basato sulla prevenzione. Quando nel 2021 viene scelto come Capo della Polizia, il suo nome è accolto come naturale coronamento di una vita spesa al servizio dello Stato. Due anni più tardi, il passaggio alla Prefettura di Roma rappresenta non un ridimensionamento, ma un’evoluzione: dalla difesa del Paese nel suo insieme alla cura della città che più di ogni altra simboleggia l’Italia agli occhi del mondo.

Il Prefetto di Roma non è mai un funzionario qualsiasi. Fin dall’Ottocento questa carica è stata considerata una delle più delicate, poiché Roma, capitale politica e religiosa, è terreno di equilibri sempre fragili. Prefetti come Ugo Borsi, nella prima metà del Novecento, o Achille Serra negli anni Duemila, hanno incarnato modelli diversi di gestione, dal rigore amministrativo alla visibilità mediatica. Giannini sceglie un’altra via: quella del basso profilo, dell’azione silenziosa, dell’autorità che non ha bisogno di ostentazione. È una cifra che riflette la sua indole e che ben si adatta a un momento storico in cui la complessità delle minacce richiede più capacità di tessere reti che di cercare riflettori.

Il Giubileo del 2025 è la grande sfida del suo mandato. L’organizzazione della sicurezza per un evento che porterà a Roma decine di milioni di pellegrini e turisti non è solo una questione logistica: significa garantire che la città resti vivibile, che gli spostamenti siano fluidi, che il rischio terrorismo sia costantemente monitorato e che gli appalti delle opere giubilari non diventino terreno fertile per infiltrazioni criminali. Giannini ha voluto protocolli di legalità specifici, pensati per proteggere la trasparenza e impedire che la corruzione contaminasse i cantieri. Nei primi mesi del 2025 ha potuto constatare la solidità della “macchina” della sicurezza, che ha retto la prova del Giubileo dei Giovani con un bilancio positivo. È un risultato che racconta un metodo fatto di prove sul campo, simulazioni e cooperazione interforze.

Ma Roma non è solo la città degli eventi. È anche il luogo dove la criminalità organizzata ha trovato un terreno fertile, non tanto con la spettacolarità delle mafie tradizionali, quanto con la capacità di ibridarsi con il tessuto economico e sociale. Nell’audizione del 6 agosto 2025 davanti alla Commissione Antimafia, Giannini ha tracciato un quadro lucido: le mafie tradizionali e le organizzazioni autoctone convivono e, in alcuni casi, stringono patti di non belligeranza. Ha sottolineato il ruolo della Camorra, il peso della figura di Michele Senese, e la centralità di Roma per la logistica criminale grazie a nodi strategici come Fiumicino e Civitavecchia. I dati sulle piazze di spaccio hanno colpito l’opinione pubblica: trentamila euro al giorno di ricavi, che nei weekend possono salire fino a settantamila, con strutture che funzionano come vere aziende, dotate di capi, turni, sanzioni disciplinari.

Queste parole mostrano non solo la gravità del fenomeno, ma anche l’approccio di Giannini: non minimizzare, non cercare rassicurazioni facili, bensì raccontare la realtà per quello che è. È un modo di intendere il suo ruolo che richiama la tradizione più alta del servizio pubblico: quello di chi, pur nella riservatezza, assume la responsabilità di dire la verità e di predisporre le misure necessarie.

Non meno complesso è il tema dell’ordine pubblico. Roma è capitale delle manifestazioni, delle piazze che diventano teatro di conflitti globali tradotti in cortei locali. Gestire questo scenario significa camminare sul filo: garantire il diritto alla protesta senza consentire che degeneri in violenza o odio. Nel settembre 2025, di fronte a episodi di antisemitismo emersi durante alcune dimostrazioni, Giannini ha affermato con chiarezza che la libertà di manifestare non può trasformarsi in legittimazione di derive discriminatorie. È la sua visione della sicurezza come equilibrio dinamico tra libertà e responsabilità, un approccio che evita sia la repressione cieca sia la concessione indiscriminata.

Accanto all’attività istituzionale, Giannini ha portato avanti anche un impegno culturale. Insegna diritto penale e antiterrorismo all’Università della Tuscia, contribuendo a formare nuove generazioni di giuristi e funzionari. È convinto che la sicurezza abbia radici nella conoscenza e nella formazione, e che la prevenzione sia la prima arma a disposizione di uno Stato moderno. Riconoscimenti come il titolo di Cavaliere di Gran Croce al Merito della Repubblica testimoniano il prestigio raggiunto, ma ciò che lo definisce non è la decorazione, bensì l’atteggiamento: riservato, attento, alieno da personalismi.

Il suo percorso lo distingue anche per il modo in cui interpreta la funzione pubblica: non come esercizio di potere, ma come responsabilità verso la collettività. Roma, oggi, è affidata a un Prefetto che conosce a fondo i suoi rischi e le sue fragilità, che non ignora l’ombra delle mafie né la difficoltà di garantire sicurezza in una città simbolo del mondo, ma che affronta questi compiti con il metodo della preparazione, della discrezione e del lavoro quotidiano.

Guardando alla storia della Prefettura romana, Giannini appare come l’anello di una catena che ha visto figure molto diverse succedersi nel tempo, ciascuna con il proprio stile, in risposta alle sfide del momento. Oggi tocca a lui incarnare lo spirito dello Stato in una fase complessa, segnata da grandi appuntamenti religiosi, da criminalità diffusa e da tensioni globali che trovano eco nelle piazze della Capitale. La sua figura restituisce l’immagine di un servitore che preferisce la sostanza alla visibilità, e che nella sobrietà trova la forma più alta di autorevolezza.

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