A Palermo le risposte arrivano spesso in ritardo rispetto alle domande della città. Chi governa il capoluogo siciliano si trova davanti richieste che non si dispongono in ordine e che quasi mai concedono il privilegio di un solo fronte aperto: i conti, i servizi, il rapporto con i quartieri, il traffico, la manutenzione, il turismo che cresce, il porto che avanza, la necessità di restituire forma amministrativa a una città che consuma in fretta l’entusiasmo e pretende continuità. Dentro questa pressione Roberto Lagalla è entrato a Palazzo delle Aquile nel 2022, dopo una vita trascorsa dentro altre istituzioni decisive per Palermo, con una postura pubblica che fin dall’inizio ha detto molto del suo modo di stare nel ruolo: meno inclinazione allo scontro simbolico, più fiducia nella durata dei processi, nella macchina organizzativa, nei tempi lunghi con cui un’amministrazione prova a rimettere insieme ciò che per anni si è allentato.
È un tratto che appartiene alla sua biografia ben prima della politica di prima linea. Nato a Bari nel 1955 e cresciuto a Palermo sin da bambino, Lagalla si forma all’Università degli Studi di Palermo, dove si laurea in Medicina e Chirurgia nel 1979 e si specializza prima in radiologia diagnostica e poi in radioterapia oncologica. Da quel percorso prende avvio una carriera scientifica e universitaria ampia, costruita fra attività clinica, ricerca, insegnamento e direzione, fino alla cattedra di Diagnostica per immagini e Radioterapia e a centinaia di pubblicazioni. La città, in questa traiettoria, non resta sullo sfondo: Palermo è il luogo in cui il medico diventa docente, il docente assume responsabilità di governo accademico e l’amministratore impara a misurarsi con strutture complesse, personale, risorse, relazioni istituzionali. Quando nel 2024 l’Ateneo gli conferisce il titolo di Professore Emerito, quel riconoscimento non riguarda soltanto il profilo scientifico, ma rimette a fuoco una continuità rara nella vita pubblica italiana: l’idea che un incarico non cancelli il precedente, lo trasformi.
Anche per questo il suo ingresso nella politica regionale e poi nella guida del Comune non può essere letto come una deviazione improvvisa. Prima assessore regionale alla Sanità fra il 2006 e il 2008, poi rettore dell’Università di Palermo dal 2008 al 2015, quindi deputato all’Assemblea Regionale Siciliana e assessore all’Istruzione e alla Formazione professionale dal 2017 al 2022, Lagalla arriva alla candidatura a sindaco portando con sé un’esperienza che ha a che fare più con il governo degli organismi che con il mestiere del leader di piazza, ed è una differenza sostanziale. In una stagione in cui molta politica si affida all’immediatezza, alla battuta, alla semplificazione, la sua figura si è imposta invece attraverso un linguaggio amministrativo, persino tecnico in certi passaggi, che può piacere o risultare distante, ma che corrisponde con nettezza al tipo di funzione che interpreta. Non si presenta come un uomo della promessa assoluta; prova piuttosto a stare nella zona meno spettacolare del mandato, quella in cui bisogna tenere insieme bilanci, organici, programmazione, rapporti con gli altri livelli istituzionali. A Palermo, qualche volta, questa sobrietà sembra quasi un’eresia di tono.
Il punto è che Palermo, più di altre città, mette a dura prova proprio le figure che scelgono la misura al posto dell’enfasi. È una capitale mediterranea che concentra bellezza, stratificazione, ferite urbane, energie culturali, ambizioni economiche e una quantità di urgenze che cambiano faccia da un quartiere all’altro. Lagalla ha dovuto assumere il ruolo di primo cittadino dentro questa complessità, e lo ha fatto lasciando emergere in modo coerente il proprio asse: ricostruire condizioni di funzionalità, riportare il Comune entro una cornice di maggiore stabilità, trasformare l’idea di rilancio in una sequenza di atti, opere, programmi e verifiche. Le linee di mandato della sua amministrazione insistono molto sui quartieri, sui servizi di prossimità, sulla città policentrica, sulla rigenerazione urbana, ed è una chiave che spiega bene anche il suo modo di leggere Palermo: non come un unico racconto monumentale, ma come un insieme di aree che chiedono accesso concreto ai diritti urbani. In questa impostazione si avverte la formazione del rettore e del medico, cioè di chi è abituato a ragionare per articolazioni, a distinguere i livelli del problema, a non confondere il sintomo con la cura. Poi, certo, la città reale si incarica sempre di sporcare gli schemi.
A metà mandato questo profilo amministrativo si vede soprattutto nei dossier che chiedono più pazienza che parole d’ordine. Il Comune ha presentato a fine 2024 un bilancio di metà percorso e nei mesi successivi ha continuato a legare la propria azione a nodi molto concreti: i progetti del PNRR, la rimessa in moto delle opere pubbliche, la manutenzione urbana, il verde, la riorganizzazione interna, il rapporto tra città e porto, il ridisegno di alcune parti decisive del fronte a mare. Nel febbraio 2025 Palazzo delle Aquile ha parlato di 48 progetti PNRR fra opere realizzate, in corso o programmate, per oltre 174 milioni di euro; nel 2025 il Consiglio comunale ha approvato il Piano Triennale delle Opere Pubbliche; nel 2026 l’amministrazione ha rilanciato il tema della riqualificazione dell’asse di via Crispi e del waterfront, uno dei passaggi simbolici più delicati per qualunque sindaco voglia misurarsi con la forma futura di Palermo. Sono materie che difficilmente accendono la fantasia come un annuncio ad effetto, ma raccontano bene la sostanza del personaggio pubblico: Lagalla sembra muoversi più volentieri dove il risultato richiede sedimentazione, tavoli, delibere, mediazioni tecniche. A volte questa attitudine dà l’impressione di un passo trattenuto; altre volte restituisce quella di un metodo che preferisce arrivare dopo, purché arrivi con struttura.
Intanto la città continua a cambiare anche nella propria immagine esterna. I dati diffusi dal Comune sul turismo 2025 parlano di oltre 916 mila arrivi e circa 2,1 milioni di presenze, con una crescita significativa della componente internazionale. È un indicatore importante, perché Palermo negli ultimi anni ha rafforzato la propria attrattività e il suo nome circola ormai in modo stabile nelle mappe del viaggio europeo e mediterraneo. Ma proprio qui si vede il tipo di tenuta politica e amministrativa che un sindaco è chiamato a reggere: far crescere una città senza lasciarla scivolare dentro una rappresentazione di facciata, accompagnare i flussi senza perdere di vista la qualità della vita urbana, usare la visibilità come leva e non come abbellimento. Lagalla, su questo terreno, prova a tenere insieme le due anime della Palermo contemporanea, quella che vuole contare di più e quella che chiede di funzionare meglio. È una linea più severa che seducente, e forse per questo più esposta al giudizio quotidiano. Il consenso ama la velocità; l’amministrazione, quasi mai.
C’è inoltre un aspetto che spesso resta in secondo piano quando si parla del suo mandato e che invece contribuisce a definirne il profilo: Lagalla è sindaco di Palermo ma, insieme, guida la Città Metropolitana, quindi lavora su una scala che supera i confini del centro urbano e impone un’idea più larga di connessione, mobilità, servizi, rapporti istituzionali. Anche per questo, nella sua agenda tornano temi di prossimità e ricucitura, dai quartieri al verde pubblico, dai progetti di partecipazione civica agli interventi che provano a riordinare spazi lasciati per troppo tempo in sospeso. Non sono temi minori, e non hanno la brillantezza facile delle formule elettorali. Hanno però una caratteristica precisa: misurano il sindaco sul terreno dove una città si lascia davvero governare, cioè quello in cui la qualità dell’amministrazione coincide con la vita ordinaria delle persone. Palermo, da questo punto di vista, conserva sempre un tratto irriducibile; ti concede una piazza magnifica e subito dopo ti obbliga a guardare il marciapiede che manca.
Resta poi la componente personale, che in figure come la sua non si impone con gesti teatrali ma attraverso una certa idea di responsabilità. Lagalla appartiene a una generazione di uomini pubblici formati dentro corpi intermedi forti, università, sanità, istituzioni regionali, e questo si avverte nel modo in cui porta il ruolo: con una sobrietà che tende a disinnescare il protagonismo e a ricondurre ogni questione nella grammatica dell’ente. Non è un dettaglio secondario. In una città come Palermo il sindaco viene continuamente spinto a incarnare molte parti insieme: amministratore, mediatore, presenza simbolica, voce civile, figura di garanzia, interprete delle attese più diverse. Lui sembra scegliere soprattutto la prima e la quarta, lasciando che le altre si dispongano di conseguenza. Persino il suo stile pubblico conserva qualcosa dell’aula e del dipartimento, una disciplina del lessico, una cautela nell’esposizione, un’abitudine alla complessità che non sempre si lascia ridurre a formule facili. Eppure è proprio questa cifra a renderlo riconoscibile: Roberto Lagalla non dà l’idea di voler occupare la scena, preferisce governarne il perimetro. In tempi che premiano l’immediatezza, è una scelta che espone molto più di quanto sembri.
Il punto decisivo, oggi, sta qui. Palermo non consegna mai il proprio giudizio una volta per tutte; costringe chi la guida a rinegoziarlo di continuo, fra aspettative altissime e pazienze brevissime, fra la necessità di intervenire e quella di non disperdere. Nel caso di Lagalla, il ritratto che emerge non è quello del sindaco costruito per la battuta o per il riflesso ideologico, ma di un amministratore che ha portato nel governo cittadino il peso delle istituzioni attraversate prima di arrivare al vertice di Palazzo delle Aquile. Medico, docente, rettore, assessore, sindaco: ogni passaggio aggiunge un pezzo a una figura che oggi si misura con il compito più difficile, perché Palermo non chiede solo decisioni, chiede tenuta. Ed è una parola meno luminosa di molte altre, però più seria. Il resto, in città come questa, si capisce quasi sempre dopo che il rumore si è spostato altrove.
Foto Giorgio Bani
