Monsignore Vincenzo Paglia, ‘Vivere per sempre. l’esistenza, il tempo e l’Oltre’. “Noi non siamo una parentesi tra due nulla”

“Perché parlare della vita dopo la morte? E soprattutto, possiamo parlare insieme, ascoltandoci seriamente, credenti, non credenti e ‘non saprei’? Il pensiero della vita è il pensiero dell’umana resistenza all’immenso spreco causato dalla morte, qualora venisse pensata come estinzione totale. È comunque evidente che, una volta o l’altra, tutti siamo trafitti da questa paradossale evidenza. Sì, la morte, liquidata frettolosamente come destino che ci fa finire nel niente, non può che apparire come uno spreco ingiustificabile della vita umana che conosciamo. Ma considerare così la nostra morte, senza indagare a fondo, diciamolo ruvidamente, è un’offesa alla nostra intelligenza.”

Così inizia l’ultimo, intenso saggio scritto da Monsignor Vincenzo Paglia, ‘Vivere per sempre. L’esistenza, il tempo e l’Oltre’, edito da Piemme.

L’arcivescovo, giornalista e scrittore, già presidente della Pontificia accademia per la vita e gran cancelliere dell’Istituto teologico Giovanni Paolo II per le scienze del matrimonio e della famiglia, ha dato vita a un profondo testo che affronta il tema sempre spinoso della morte, parlando però di vita, perché «in questa nostra società – ricorda Mons. Paglia – pur vivendo costantemente tragici lutti, sembra quasi che la morte sia stata messa da parte, come se non fosse così necessario affrontarla, per paura, forse perché non abbiamo le parole giuste per raccontarla, o forse perché siamo convinti che sia solo un fatto ineludibile della vita terrena, la fine di un ciclo, appunto, come se oltre essa non ci sia più vita».

«Nonostante ciò – prosegue – tutti noi siamo spinti istintivamente a credere comunque nella possibilità di una continuazione, oltre la morte, di avere una nuova destinazione in cui dimorare, magari ci aggrappiamo alla risposta della risurrezione. E non è questo un ragionamento che fa solo chi ha fede, ma anche quel non credente che fa leva sulla ragione».

«Come scrivo nel libro – confida Mons. Paglia – tutto ciò sarebbe solo un gigantesco spreco, se credessimo che le nostre esperienze terrene, i nostri affetti, finissero poi nel nulla. Il bisogno di un Oltre è insito nella natura umana».

‘Per quanto fragili, vulnerabili, fallibili, noi esseri umani siamo vincolati da un patto d’onore con lo spirito, il pensiero, la coscienza, gli affetti, la libertà, la giustizia.’ E, proprio in virtù di questo patto, ogni giorno, tutti noi, ci sentiamo responsabili ‘del valore non meramente organico e utilitaristico’ della propria esistenza.

«Sorella morte – sottolinea Mons. Paglia – non deve farci paura, non è la fine della nostra esistenza, ma deve essere vista come un nuovo passaggio. Adesso che siamo vicini al Natale, pensiamo a questo Bambino che nasce, che diventerà grande, e verrà poi messo a morte, e risorgerà. La morte non ha interrotto la sua esistenza. La sua vita non sarà più come quella precedente, ma Egli continuerà a vivere da risorto. La morte non potrà cancellare tutto il suo vissuto, come fosse uno scarto, non è una parentesi conclusiva di un ciclo di vita; come Lui, tutti noi siamo destinati a cieli nuovi, a terre nuove, a un paradiso dove tutti i popoli convivranno in pace, fratellanza e armonia. Per questo non

dobbiamo aver paura della sorella Morte, ma prepararci bene ad accoglierla, perché una vita che risorge, lo farà con il suo corpo, la sua storia, il suo bagaglio di amore.»

Un messaggio di profonda speranza, questo, non solo per il cristiano credente che si aggrappa alla fede, ma anche per colui che non crede, e si rafforza nella ragione; una vera «sfida» per Monsignor Vincenzo Paglia, l’aver scritto un saggio che affronta il tema della morte usando un linguaggio semplice, chiaro e per nulla superficiale o ‘clericale’, un linguaggio che sappia finalmente parlare alla mente e al cuore di tutti noi.

«Il cristianesimo va oltre la sopravvivenza platonica dell’anima – ricorda Mons. Paglia – noi siamo carne e spirito, e quando risorgeremo, lo faremo in carne e spirito. Gesù risorto ci ha messo quaranta giorni per convincere gli apostoli di ciò, e questo è il messaggio che ci ha lasciato, proprio quello che ritroviamo nelle parole del credo cristiano: credo nella resurrezione della carne e nella vita del mondo che verrà».

E di fronte a questo profondo messaggio di speranza, non possiamo volgere lo sguardo a un altro tema spinoso: il fine vita, l’eutanasia, la dolce morte per fuggire al dolore dell’esistenza umana.

«Noi – afferma Mons. Paglia – dobbiamo essere capaci di affermare il diritto di vivere con dignità e di morire con dignità; ma questo non significa assolutamente anticipare la morte. Il cristianesimo non predica l’amore della morte, né l’indifferenza al morire. Incoraggia però a circondarla da ogni lato con l’amore».

«Scegliere l’eutanasia – prosegue – è una sconfitta di tutti noi, perché abbiamo lasciato solo un nostro fratello, lo abbiamo abbandonato di fronte a un momento tragico della sua esistenza. Non è amore dare la morte, vista come soluzione finale a ogni dolore, è amore, invece, accompagnarlo in questo momento di passaggio, stringere la sua mano, fargli sentire che non è solo».

«La medicina, la scienza – continua – hanno fatto enormi passi nelle cure mediche che allungano la vita; ora dovrebbero riscoprire anche il significato dell’ascolto, affinché chi viva in questo doloroso momento, non si senta abbandonato, ma accompagnato, anche attraverso le cure palliative, al passaggio dalla propria vita terrena all’Oltre. Non è l’eutanasia la soluzione migliore. Non dobbiamo aver paura della morte».

«È proprio qui – ricorda Mons. Paglia – nel nostro quotidiano che dobbiamo costruire il nostro paradiso, concependo la vita come una destinazione; dobbiamo essere capaci di costruirci oggi quel futuro luminoso e straordinario che la morte non interrompe. Ed è questo l’augurio di Natale che faccio a tutti gli uomini e donne: tenerci per mano, renderci felici nella comunione con l’altro, vivere la propria vita profondamente, senza più la paura di morire, perché essa non rappresenta la fine, semmai, un passaggio

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