La morte di Gabriele La Porta, dal lutto al “giallo”

Lo scorso martedì, dopo una lunga malattia, si è spento a 73 anni Gabriele La Porta. Giornalista, filosofo e, dal 1996 al 2010, volto di Rainotte. Lo storico conduttore Rai era un professionista a tutto tondo: oltre alla conduzione e alla preparazione di un’infinità di programmi per Rainotte, di lui si ricorda l’opera di divulgazione filosofica, comprendente traduzioni di Giordano Bruno e un fortissimo interesse nel collegamento della filosofia antica con la psicanalisi di Jung. La Porta ha pubblicato più di trenta volumi e, dal 2003, è stato anche docente di Filosofia antica all’Università di Siena.

Il decesso lo scorso 19 febbraio, dopo un’emergenza che lo ha portato – per non uscirne più – al Policlinico Gemelli di Roma. Ma, oltre al cordoglio da parte dell’intero mondo della televisione e del giornalismo, è stata riportata dalla cronaca anche una polemica che evidentemente si inserisce in dissidi familiari di lunga data. Il figlio Michele ha affermato, secondo quanto riporta Il Tempo: «Dov’è mio padre? È morto da tre giorni e io non so dove si trovi il suo corpo. […] Oggi nessuno sa dove sia la salma, ad eccezione della sua seconda moglie, la quale ce lo sta nascondendo.»

Da parte sua la seconda moglie di La Porta, Donatella Scatena, ha replicato: «Erano nove anni che non vedevano il padre. Avevano anche fatto una causa d’interdizione. Non capisco perché oggi vogliano la ribalta. È una mostruosità […] Io ho eseguito la volontà di mio marito». La donna ha inoltre ribadito come il corpo sia a disposizione.

Nessuno, oltre i diretti interessati, può conoscere realmente la situazione e il suo sviluppo nel corso degli anni. Ma ciò che ogni estimatore di La Porta – umanamente e professionalmente – può provare in questo momento si limita al dispiacere, alla tristezza per le tempistiche fuori luogo della polemica, la quale in un certo senso macchia il giusto e genuino lutto.

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