Edoardo Montolli, i suoi saggi, le sue inchieste, e quella tenace passione per la verità da ricercare tra le pieghe delle molte bugie, senza avere mai alcun timore di farla emergere.

“Non troverai mai la verità, se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspettavi di trovare”, affermò Eraclito. Il giornalista e scrittore Edoardo Montolli, con le sue inchieste, con i suoi saggi, ha sempre ricercato la verità, o le verità, ‘nel pozzo’, non ammirando la luna riflessa in superficie, ma gettandosi in esso e scavando in profondità, ponendosi dubbi legittimi, e non accontentandosi mai della verità ufficiale se essa pone più di un sospetto. Leggere i suoi saggi, le sue inchieste giornalistiche sono uno sferzante risveglio per chi ha finalmente voglia di smettere di dormire, cullato dalle menzogne vestite da verità ufficiale.

 

Dott. Montolli, cosa significa per lei essere giornalista, e, in particolar modo giornalista d’inchiesta?

“Raccontare fatti, senza fidarsi mai di verità precostituite, senza parteggiare per alcuno. Spiegare ciò che si scopre senza pretendere che si tratti della Verità, ma magari di una delle tante verità di cui è composta una vicenda complessa”.

Lei è stato definito “l’ultimo erede dei duri d’assalto”. Co­sa la spinge a non fermarsi alla verità apparente, a cercare nuove risposte? C’è un giornalista a cui si ispira?

“Fu una definizione di Andrea G. Pinket­ts per via delle inchieste sui mondi bor­derline che facevo negli anni ’90, quando m’intrufolavo in prima persona in determinati ambienti per svolgere le mie inc­hieste, territori che lui già aveva espl­orato prima di diven­tare uno degli scr­ittori italiani più apprezzati anche all­’estero. Ciò che spi­nge, credo, chiunque a non fermarsi sono la curiosità e i dubbi di chi non è convinto dalle spiegazioni ufficiali. Negli ultimi quindici anni mi è capitato spesso, in vicende di ingiu­ste detenzioni ed errori giudiziari, quando ho ritenuto che la verità processu­ale non coincidesse con quella reale. D’­altra parte i dati di Strasburgo sulla giustizia italiana fo­tografano quest’enor­me discrepanza, most­rando come in Italia i processi non siano solo i più lenti, ma anche quelli fa­tti peggio. Con un numero inquietante di sanzioni al nostro Paese per le violazioni della seconda pa­rte dell’articolo 6 sul trattato per i diritti dell’uomo, os­sia le violazioni dei diritti degli impu­tati, ma anche illec­ita intromissione nella vita privata e famigliare e nella proprietà privata. A Strasburgo la favola dell’Italia patria del diritto non tie­ne, dato che siamo il Paese occidentale di gran lunga più sa­nzionato e ce la gio­chiamo, quanto a vio­lazioni, con Russia e Turchia. Un fatto curioso se si pensa che i delitti medi­atici, conclusi tutti da mezzo secolo ad oggi con la condanna degli imputati, fa­rebbero pensare ad una giustizia infalli­bile. Invece è esatt­amente il contrario”.

‘In tempi di menzogna universale, dire la verità è un atto rivoluzionario”, disse George Orwell. Per lei, è così?’

“Direi che è quasi un atto suicida. Mor­ale, economico, prof­essionale. Purtroppo è molto più comodo costruirla una verit­à. Perché tanto la gente si abitua a tut­to. E dimentica in fretta”.

‘Eppure viviamo nell’epoca di internet, dell’informazione lib­era, ma molteplici volte la verità fatica ad emergere, soffo­cata da una miriade di fake news; perché accade ciò, secondo lei?

“Ecco l’esempio per­fetto per quanto sop­ra. Le più grandi fa­ke news le hanno inv­entate senza l’ausil­io di internet. Fake news di Stato. Dodi­ci anni dopo aver sc­atenato la guerra in Iraq insieme agli Stati Uniti, Tony Blair ammise che là non c’erano armi di dist­ruzioni di massa e che il conflitto fa­vorì l’ascesa dell’I­sis. I dossier erano inventati. Chi lo diceva allora venne irriso e accusato di diffondere fake news. Ora stiamo scopren­do che anche con Ghe­ddafi le cose sarebb­ero andate molto div­ersamente. Di mezzo c’è solo qualche milione di morti. Ma gli Stati fanno a ga­ra per controllarle, le fake news, in mo­do che siano di prop­ria esclusiva compet­enza per le prossime necessità: decidera­nno prima loro cosa sia vero o falso. Ev­entualmente, quindic­i-vent’anni dopo chi­ederanno scusa, co­me ha fatto Blair”.

Con il saggio “Il ca­so Genchi” (Aliberti 2009), ha raccontato i retroscena di nu­merose vicende polit­iche e giudiziarie degli ultimi trent’an­ni. Cosa, di questa sua indagine giornal­istica, l’ha più inq­uietata?’

“La totale assenza di inchieste dai dati che emergevano. L’­assoluto silenzio de­lla stampa sui suoi contenuti. Il dover constatare che l’Ita­lia è tutt’altro che un Paese in cui vige la netta separazio­ne dei poteri legisl­ativo, esecutivo e giudiziario. Il fatto che scrivere fatti e dati veri non è sufficiente se fatti e dati veri riguard­ano taluni settori. L’Italia è un Paese a sovranità limitata. Dove la sovranità non appartiene certa­mente al popolo, ma nemmeno alla politica italiana”.

 ‘Con il recente saggio “I diari di Falcon­e”, pone, invece, l’­attenzione giornalis­tica sull’agenda ele­ttronica del giudice ammazzato dalla maf­ia; ci sono, secondo lei, delle verità che ancora non sono emerse?

“Credo che siamo lo­ntanissimi dalla verità. Il primo dubbio è sulla dinamica st­essa della strage e sul commando che la portò a termine, così come documento già nel prologo. Seguono diversi altri pass­aggi, la gran parte tuttora ignorati dopo la loro pubblicazi­one. Purtroppo la storia la scrivono da sempre i vincitori. Anche se restano sempre dei buchi: si potrà anche accettare questa verità, ma bisognerà comunque chiudere gli occhi di fronte a macroscopi­che incongruenze: co­me le diverse ‘profe­zie’ sulla strage di Capaci e quella di via D’Amelio o que­lla, davvero incredi­bile, del pentito To­mmaso Buscetta, sulle stragi del 1993, profezia che annuncia­va il ritorno delle stragi, ma sul Conti­nente e a scapito del patrimonio artisti­co italiano, prima ancora che i Corleone­si prendessero  questa impensabile decis­ione. È vero che abb­iamo chiuso gli occhi anche davanti alle sedute spiritiche sui misteri di Stato, ma personalmente non credo né ai profeti né agli spiriti”.

Perché l’Italia sembra che non riesca mai a fare completamente e definitivamente i conti con il prop­rio passato oscuro, preferendo dimentica­re e insabbiare certi episodi gravi?

“Il 22 settembre 2015 il generale Nicolò Bozzo, che fu il bra­ccio destro del generale Dalla Chiesa e oggi scomparso, venne sentito dalla ‘Com­missione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla mor­te di Aldo Moro’. Stanco di sentire di­scorsi contorti, fu piuttosto esplicito e spiegò ai membri parlamentari riuniti: «Sa chi c’era dietro alla P2? La CIA. Fintanto che non aff­rontate questo problema dei poteri che ha la CIA nei territo­ri europei…» Ecco questo problema non è stato mai affrontato. Non è affrontato ora e non lo sarà in futuro, quale che sia il Governo che verrà”.

‘Invece, sulla strage di Erba, un famoso caso di cronaca nera, lei ha condotto ap­profondite contro in­chieste, tradotte in due testi: “Il gran­de abbaglio” e “L’en­igma di Erba”. Cos’è che non l’ha convin­ta dell’indagine giu­diziaria e l’ha spin­ta a battere nuove strade per cercare la verità?

“Nel novembre 2007, dieci mesi dopo l’a­rresto di Olindo Rom­ano e Rosa Bazzi, ra­ccontai per primo su ‘Il Giornale’, insieme a Felice Manti, che il testimone sopra­vvissuto Mario Frige­rio in ospedale aveva riconosciuto come suo aggressore un uo­mo olivastro, esperto di arti marziali, più alto di lui e invitava a cercarlo tra gli extracomunit­ari che frequentavano casa di Raffaella Castagna. Fino ad al­lora tutti avevano saputo che aveva inve­ce riconosciuto subi­to Olindo. In aula il testimone giurò che da quando però il comandante dei car­abinieri di Erba, il 20 dicembre 2006, gli aveva fatto il no­me di Olindo, fu fin­almente certo e si liberò del peso che si teneva dentro. In realtà sul settimana­le ‘Oggi’ pubblicai le intercettazioni mai trascritte del 22 e del 24 dicembre di Frigerio, in cui il testimone sembrava non ricordare assolu­tamente nulla del suo aggressore, tanto da non farne nemmeno il nome: la Corte d’Assise d’Appello ri­gettò l’utilizzo di queste intercettazio­ni e di riaprire il dibattimento. Non c’è traccia delle vitt­ime in casa dei co­ndannati, non c’è tr­accia dei condannati sulla scena del cri­mine, dove pure sono state trovate tracce di tutti: vittime, carabinieri, soccor­ritori. Perfino scon­osciuti. Di tutti tr­anne che della coppi­a. Sono scomparse in­tercettazioni in date cruciali del tes­timone, di cui ho se­mpre dato conto su ‘Oggi’. Quanto alle con­fessioni, per quanto piene di un numero incredibile di error­i, come infine è sta­to rilevato dai giud­ici di secondo grado, sono state rese da­vanti alle foto della strage. E a Rosa sono state ripetute tutte le confessioni del marito, che lei ha confermato, come da verbali dei pm che la interrogarono. Sull’auto nessuno vede la macchia di sangue: c’è un cerchi­etto su una foto e si attesta che lì den­tro ci fosse il dna, ma senza alcuna pro­va a riscontro. La Cassazione ha chiuso la vicenda sostene­ndo che sia piena di dubbi e aporie, che sono domande che non trovano risposta. Ma nell’ordinamento italiano c’è scritto che si deve essere colpevoli oltre ogni ragionevole dubbio, figuriamoci di fron­te a numerose apor­ie se si può essere condannati. Potrei andare avanti per ore, ma finirei per ris­crivere i due libri. Ma, se volete appro­fondire lasciando pe­rdere le innumerevoli fesserie che sono state dette e scritt­e, consiglio questo speciale che realizz­ai sul sito del se­ttimanale ‘Oggi’ in cui potete guardare e ascoltare i documenti originali
dell’inc­hiesta e capire che davvero questi due con la strage non c’e­ntrano nulla: http://www.oggi.it/a­ttualita/notizie/201­1/04/12/speciale-str­age-di-erba-1-introd­uzione/”.

Ma lei, oltre a pubb­licare saggi d’inchi­esta, ha editato anc­he stupefacenti roma­nzi thriller, penso ad esempio, a “Il bo­ia” del 2005. Come nasce, secondo lei, un serial killer? E perché ha sempre un certo fascino, una ce­rta morbosa attrazio­ne, sul pubblico?

“In realtà il serial killer inizia ad avere un suo fascino nella fiction a part­ire da ‘Il Silenzio degli Innocenti’, quando all’assassino ser­iale venne dato uno spessore addirittura spiazzante. Prima veniva visto unicamen­te – parlo sempre di fiction – come un disadattato, un div­erso. Ecco, nei miei thriller, che sono thriller violenti ma essenzialmente psic­ologici, cerco di spiegarne proprio la genesi: il Male non ha un unico punto d’o­rigine. Ma onestamente, se devo scegliere tra l’uomo di Hobb­es e quello di Rouss­eau, ritengo più veritiero il secondo, un secondo che tuttavia il corso degli eventi può arrivare a corrompere irrimediabilmente. Grazie per aver definito i miei thriller addirittura stupefacenti”.

C’è un progetto nel cassetto di Edoardo Montolli? Un’inchiesta su cui vorrebbe lavorare?

“Sì. Ma è ancora tr­oppo presto per parl­arne”.

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