Il dottor Piergiorgio Calella, un profilo di ortopedia e traumatologia tra tecnica chirurgica e visione clinica

Il dottor Piergiorgio Calella è un ortopedico e traumatologo che ha concentrato il proprio lavoro su un campo preciso e, allo stesso tempo, molto esteso: chirurgia del ginocchio, chirurgia dell’anca, traumatologia sportiva e medicina rigenerativa. Si è laureato con il massimo dei voti all’Università La Sapienza di Roma, ha proseguito la formazione tra attività clinica, pubblicazioni scientifiche, corsi di perfezionamento e collaborazioni in strutture di rilievo in Italia e all’estero, fino a conseguire nel 2024 il master universitario in ortopedia e traumatologia dello sport presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, all’Istituto Ortopedico Rizzoli. Oggi opera tra Roma e Milano, visita in sedi distribuite fra Lazio, Abruzzo e Puglia ed è membro di società scientifiche come AO Trauma e SIGASCOT. Ma il punto, nel suo caso, non è soltanto l’ampiezza del percorso o il numero degli ambiti trattati. Sta soprattutto nel modo in cui queste competenze restano legate fra loro dentro una pratica quotidiana molto concreta, dove ogni decisione va misurata sul problema reale del paziente. In ortopedia capita spesso che il passaggio più delicato non sia l’intervento, ma la scelta che lo precede: capire quando ha senso conservare, quando si può riparare e quando invece bisogna sostituire. È un lavoro che richiede precisione anche nei dettagli meno visibili, e quel tempo passa spesso fra una radiografia sotto carico eseguita bene, una risonanza letta con attenzione, un test clinico che conferma o smentisce un sospetto.

 

Da qui conviene partire anche per leggere il resto della sua attività. Prima del gesto chirurgico viene sempre la definizione esatta del problema, e prima ancora la capacità di osservare un’articolazione per quello che sta mostrando davvero in quel momento. Nel lavoro sulla cartilagine, per esempio, non conta solo la presenza della lesione, ma la sua sede, la profondità, l’estensione, l’eventuale coinvolgimento della parte dell’osso che si trova subito sotto la cartilagine, la presenza di alterazioni dell’allineamento dell’articolazione, la stabilità dei legamenti, la condizione del menisco. È il motivo per cui la visita conserva un peso centrale: asse meccanico dell’arto, dolore evocato, test clinici, esami radiografici corretti, risonanza magnetica ad alto campo. In questo passaggio il Dr. Calella si muove con una logica che evita scorciatoie e tiene insieme soluzioni diverse senza trasformarle in formule standard. Nelle lesioni della cartilagine più contenute si può intervenire con una pulizia mirata dell’articolazione eseguita in artroscopia oppure con microfratture, cioè piccole perforazioni dell’osso subito sotto la cartilagine per stimolare una risposta riparativa; quando il danno è più esteso entrano in gioco supporti bioingegnerizzati che aiutano la ricostruzione del tessuto, materiali artificiali usati per ricostruire cartilagine e osso danneggiati o trapianti osteocondrali, mentre nei pazienti giovani e selezionati può trovare indicazione anche il trapianto di piccole porzioni di tessuto prelevate dallo stesso paziente, in genere da aree del ginocchio non sottoposte a carico. La parte più importante, alla fine, resta quasi sempre la stessa: scegliere bene il paziente, perché la cartilagine tollera poco le decisioni approssimative.

 

Lo stesso criterio si ritrova nella chirurgia protesica, terreno in cui il linguaggio della sostituzione rischia facilmente di semplificare quadri che invece andrebbero distinti con grande accuratezza. Nel caso della protesi totale di ginocchio il quadro più frequente è quello di un’artrosi avanzata del ginocchio, spesso estesa a più aree dell’articolazione, ma l’indicazione può riguardare anche artrite reumatoide, osteonecrosi o alterazioni importanti dell’asse della gamba. Prima di arrivare all’intervento, però, bisogna avere verificato fino in fondo la risposta — o la mancata risposta — alle terapie conservative: farmaci, fisioterapia, infiltrazioni. Quando la sostituzione completa diventa la strada corretta, l’intervento prevede la rimozione delle superfici articolari danneggiate di femore, tibia e, in alcuni casi, rotula, con l’inserimento di componenti protesiche in metallo e polietilene, fissate con cemento chirurgico oppure progettate per integrarsi direttamente con l’osso, secondo una pianificazione che oggi può avvalersi anche della chirurgia robotica per migliorare allineamento e posizionamento. Più selettiva è la protesi parziale, o monocompartimentale, indicata quando l’artrosi interessa una sola parte del ginocchio e il paziente presenta caratteristiche ben precise: un legamento crociato anteriore ancora funzionale, una deformità correggibile, una buona mobilità e l’assenza di osteoporosi severa o di obesità importante. In questi casi la sostituzione parziale consente un intervento meno invasivo, una perdita ematica più contenuta, un recupero più rapido e una sensazione articolare spesso più vicina a quella naturale. Sul versante dell’anca la linea resta coerente. La protesi totale viene impiegata per affrontare coxartrosi, artrite reumatoide, osteonecrosi, fratture del collo del femore o displasie, scegliendo materiali e modalità di fissazione in base all’età, alla qualità ossea e al livello di attività del paziente. Anche il recupero viene impostato con un percorso post-operatorio rapido e guidato, fatto di mobilizzazione precoce, deambulazione assistita e riabilitazione pensata prima di tutto per restituire autonomia.

 

Se il ginocchio occupa una parte così rilevante della sua attività, è perché attorno a questa articolazione si concentrano alcuni dei problemi più delicati della traumatologia sportiva. Le lesioni legamentose richiedono infatti una doppia lettura: da una parte il modo in cui il trauma ha agito sull’articolazione, dall’altra le conseguenze che ogni instabilità trascinata nel tempo può avere sul menisco, sulla cartilagine, sulla qualità del gesto atletico e poi, inevitabilmente, della vita quotidiana. Nelle lesioni del legamento collaterale mediale la prima distinzione è quella fra diversi gradi di gravità e fra lesioni presenti da sole o accompagnate da altri danni; la clinica, sostenuta dalla risonanza magnetica e dalle manovre che verificano la stabilità del lato interno del ginocchio, orienta verso un trattamento riabilitativo, una riparazione in acuto o una ricostruzione nei quadri cronici.

Quando si entra nel capitolo del legamento crociato anteriore il discorso diventa ancora più tecnico. Il Dr. Calella imposta la ricostruzione come un intervento che non si limita al nuovo legamento, perché il risultato dipende anche dal trattamento delle lesioni associate, dalle suture meniscali quando necessarie, dalla gestione di alcune lesioni del menisco più difficili da individuare ma importanti per la stabilità del ginocchio, dalle reinserzioni delle radici meniscali e, nei casi selezionati, da procedure di rinforzo periferico utili a proteggere l’articolazione nel suo insieme. Nella scelta del trapianto tendineo utilizza autotrapianti differenti in base al tipo di paziente e allo sport praticato, dal tendine rotuleo ai flessori, dal tendine quadricipitale al peroneo lungo, evitando i legamenti sintetici.

Sul legamento crociato posteriore, dove le diagnosi tardive o incomplete restano più frequenti di quanto si pensi, l’attenzione si concentra sulla misura dell’eccessiva mobilità dell’articolazione, sulle radiografie sotto stress e sulla distinzione fra rotture che possono essere compensate con un programma riabilitativo e situazioni che richiedono una ricostruzione artroscopica. Ancora più specialistico è il capitolo delle revisioni del LCA, uno dei campi in cui si misura davvero l’esperienza di un chirurgo: qui entrano in gioco la posizione dei canali ossei creati nel precedente intervento, la qualità dell’osso, la necessità di intervenire in uno o due tempi, la scelta del nuovo trapianto e la correzione di tutto ciò che nel primo intervento non aveva tenuto abbastanza.

 

Il menisco, oggi, non viene più considerato il tessuto da rimuovere con leggerezza per spegnere un sintomo nel breve periodo. Il Dr. Calella si muove dentro una visione conservativa che guarda soprattutto alla stabilità futura del ginocchio. L’artroscopia serve a definire davvero la forma e le caratteristiche della lesione e la possibilità di ripararla: la risonanza magnetica orienta, ma la decisione finale si prende osservando il menisco dall’interno, durante l’intervento. Quando la sutura è possibile, viene perseguita con tecniche diverse — all-inside, inside-out, outside-in — scelte in base alla sede e al tipo di rottura; quando invece la lesione non è riparabile, resta indicata la rimozione della parte di menisco danneggiata, purché sia selettiva e misurata. Ancora più impegnativi sono i distacchi del punto in cui il menisco è ancorato all’osso nella sua parte posteriore, lesioni che sul piano biomeccanico equivalgono quasi alla perdita del menisco intero e che, se trascurate, possono accelerare l’artrosi. In questi casi la riparazione prevede il riposizionamento anatomico di questa inserzione mediante suture e piccoli canali ossei creati nella tibia, con protocolli postoperatori rigorosi: scarico prolungato, fisioterapia precoce, limitazione iniziale della flessione, ripresa graduale delle attività. È uno di quei passaggi in cui l’ortopedia mostra un aspetto meno visibile ma molto concreto: la riuscita non dipende solo dalla tecnica, ma dalla pazienza con cui si accompagna tutto il dopo.

 

Accanto alla chirurgia ricostruttiva e protesica, il lavoro del dottor Calella comprende anche la medicina rigenerativa, che nella sua pratica si traduce soprattutto in plasma ricco di piastrine, o PRP, iniezioni dentro l’articolazione, talvolta guidate dall’ecografia, e innesti di cellule mesenchimali da tessuto adiposo. Qui conviene usare parole precise, perché il rischio di semplificare è alto. Il punto non è evocare una rigenerazione quasi automatica, ma utilizzare in modo ragionato materiale biologico prelevato dallo stesso paziente per sostenere i processi di guarigione in patologie degenerative, infiammatorie o nelle lesioni dei tessuti molli. Il PRP, ottenuto da un prelievo di sangue del paziente e successiva centrifugazione, concentra piastrine e fattori di crescita che possono essere impiegati nei problemi dei tendini, nelle lesioni muscolari, nei quadri artrosici o come supporto biologico alla chirurgia ortopedica. Le cellule mesenchimali derivate dal tessuto adiposo, una volta processate e reimpiantate nelle aree da trattare, vengono invece utilizzate come sostegno strutturale e biologico per la riparazione tissutale, attraverso procedure mini-invasive e con tempi di recupero generalmente contenuti. Anche qui il valore del trattamento dipende meno dal fascino della definizione e molto di più dalla capacità di selezionare l’indicazione corretta, spiegare con chiarezza i limiti e inserirlo all’interno di un progetto terapeutico credibile.

 

Un altro capitolo importante riguarda l’apparato estensore del ginocchio, dove il confine tra dolore, instabilità e danno strutturale va letto con attenzione particolare. L’instabilità della rotula nel suo movimento sul ginocchio, frequente soprattutto nei pazienti giovani, impone di valutare la forma della sede del femore in cui la rotula scorre, la sua altezza, un parametro che ne misura l’allineamento, la qualità di una porzione del quadricipite importante per la stabilità rotulea, le tensioni capsulo-legamentose ed eventuali episodi di spostamento parziale o completo della rotula dalla sua sede. Quando il problema è soprattutto doloroso, la risposta passa attraverso riabilitazione mirata, stretching, potenziamento selettivo e fisioterapia; quando invece si entra nel campo delle lussazioni ricorrenti, la ricostruzione del legamento patello-femorale mediale rappresenta uno degli strumenti più efficaci per restituire stabilità, spesso insieme ad altre correzioni del malallineamento. Nello stesso ambito rientrano anche le lesioni del tendine quadricipitale e del tendine rotuleo, affrontate con un’impostazione tecnica chiara: diagnosi clinica sostenuta da radiografie e risonanza, trattamento chirurgico nelle rotture complete mediante piccoli sistemi di fissaggio o suture fatte passare attraverso l’osso, immobilizzazione iniziale, recupero progressivo dell’arco di movimento e ritorno allo sport che richiede mesi. Qui la fretta pesa quasi sempre più del previsto.

 

La traumatologia completa il quadro con lesioni che impongono decisioni rapide ma mai sommarie: distacchi ossei nella zona in cui si inserisce il legamento crociato, fratture del piatto tibiale, fratture della rotula. Sono traumi che, soprattutto nel ginocchio, non mettono in gioco soltanto l’osso, ma la qualità futura dell’intera articolazione. La diagnosi si costruisce fra clinica, radiografie, TAC e risonanza magnetica, indispensabili per definire la forma della lesione e individuare eventuali danni associati; il trattamento oscilla fra gestione conservativa e chirurgia di riduzione e fissazione della frattura, con tecniche scelte in base alla frattura, all’età del paziente e alle condizioni generali del quadro traumatico. Anche in questi casi il lavoro non si esaurisce quando la stabilizzazione chirurgica della frattura tiene. Il postoperatorio, con controllo dell’edema, mobilizzazione passiva, protocolli di carico differenziati e fisioterapia avanzata, fa parte a tutti gli effetti del risultato.

 

È in questa continuità, più che nel singolo atto chirurgico, che il profilo del Dr. Calella acquista consistenza. Le sale operatorie di riferimento — dall’IRCCS Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano alla Madonna della Fiducia e alla Casa di Cura Pio XI a Roma — e la rete di ambulatori distribuiti fra Roma, Viterbo, Lanciano, Palagiano, Statte e Cisternino delineano una presenza professionale ampia. Ma il tratto più leggibile resta un altro: la scelta di tenere insieme alta specializzazione, chirurgia artroscopica, chirurgia protesica, medicina biologica e riabilitazione senza trasformare ogni caso nella replica del precedente. In ortopedia conta ciò che si riesce a rimettere in asse. Conta ancora di più quello che continua a reggere quando il paziente torna a camminare, a lavorare, a usare il proprio corpo senza pensarci ogni minuto.

https://www.dottorpiergiorgiocalella.it/

 

 

 

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