Dott. Angelo Enrico Oliva, legalità e lavoro nel futuro delle aziende confiscate

Un’azienda sequestrata non smette di essere un’azienda. Dal momento in cui entra l’amministrazione giudiziaria bisogna capire quali attività possono proseguire, verificare conti e contratti, tutelare i dipendenti e riportare ogni passaggio dentro regole diverse da quelle precedenti. È su questo terreno che il dott. Angelo Enrico Oliva ha costruito buona parte della propria esperienza professionale, occupandosi per oltre trent’anni di patrimoni e imprese legati a procedimenti contro la criminalità organizzata.

Iscritto all’Ordine dei Dottori Commercialisti dal 1989, il dott. Oliva proviene dall’Arma dei Carabinieri. Nei primi anni Novanta ha iniziato a occuparsi di indagini patrimoniali e ricostruzione di beni riconducibili alla criminalità organizzata, portando poi quell’esperienza dentro la professione. Bilanci, società, flussi finanziari e rapporti di lavoro sono diventati strumenti per leggere realtà aziendali spesso complesse, nelle quali capire come un’impresa abbia funzionato significa anche stabilire se possa continuare a vivere una volta sottratta a chi la controllava. È un percorso che nel tempo lo ha portato a specializzarsi nell’amministrazione giudiziaria di aziende e patrimoni sottoposti a sequestro, un ambito in cui la competenza economica si misura continuamente con le conseguenze delle decisioni giudiziarie.

L’amministrazione giudiziaria impone decisioni rapide. Prima di tutto bisogna capire che cosa esiste davvero: quali attività sono operative, quante persone ci lavorano, quali rapporti possono proseguire e quali costi vanno affrontati subito. Il dott. Oliva ha più volte indicato la tutela dell’occupazione tra le priorità. Dietro una società sequestrata ci sono spesso lavoratori estranei alle vicende giudiziarie, che da un giorno all’altro vedono cambiare chi decide e temono per il proprio futuro. In quei momenti il lavoro del professionista esce dai confini della contabilità: occorre spiegare, verificare, ascoltare, prendere decisioni mentre l’attività continua. E non sempre c’è tempo per aspettare che ogni elemento sia perfettamente ordinato. Il quadro si ricostruisce mentre l’azienda apre, vende, paga e continua ad avere rapporti con l’esterno.

Il caso del Village di Ostia rende bene questa parte del suo percorso. Lo stabilimento balneare, riconducibile al clan Fasciani e poi confiscato, fu seguito dal dott. Oliva insieme alla collega Francesca Sebastiani. Nel 2018 gli amministratori giudiziari rientrarono nella disponibilità della struttura e, con l’autorizzazione del Tribunale, ne portarono avanti l’attività. Bisognava riaprire in tempi stretti, rimettere in funzione bar e ristorante, organizzare il personale, recuperare gli abbonati e far tornare i conti secondo regole ordinarie. Anni dopo il dott. Oliva ha ricordato quel periodo con ironia, raccontando di essersi sentito per mesi “quasi bagnino”. La battuta basta da sola a mostrare quanto, in certi incarichi, la distanza tra il commercialista e l’attività che amministra possa ridursi. Tra una relazione per il Tribunale e una giornata di apertura al pubblico, la gestione continuava comunque a chiedere risposte.

Il Village ha mostrato anche quanto sia fragile la continuità di un bene confiscato. Nel 2021 lo stabilimento dava lavoro a trentacinque persone regolarmente assunte, in gran parte giovani e molti provenienti da Ostia. Allo stesso tempo doveva sostenere canoni, imposte, contributi e tutti i costi di una gestione trasparente. La riapertura fa notizia; la stagione successiva, i conti da chiudere e gli stipendi da garantire molto meno. Negli anni successivi la gestione della struttura è passata attraverso altre fasi, affidamenti e difficoltà, fino alla cessazione della gestione diretta statale nel 2025. La storia successiva del Village aggiunge però un dato essenziale: il sequestro può interrompere un sistema illecito, mentre far vivere a lungo un’attività richiede scelte economiche e amministrative che restano complesse anche quando il passaggio alla legalità è già avvenuto.

Per il dott. Oliva, la restituzione alla legalità passa dalla capacità dell’impresa di stare sul mercato senza scorciatoie. Significa pagare quanto dovuto, tutelare i lavoratori, ricostruire rapporti corretti con fornitori e clienti e, quando ci sono le condizioni, far crescere l’attività. Sono operazioni ordinarie, ma in aziende provenienti da circuiti criminali diventano il punto da cui ricominciare. Una cassa controllata, un contratto regolarizzato, una scadenza rispettata: è spesso qui che il cambiamento prende forma. La questione è anche economica, perché un’impresa che perde competitività o non riesce a sostenere i propri costi rischia di svuotare rapidamente il risultato ottenuto sul piano giudiziario. Tenere insieme regolarità e sostenibilità diventa quindi parte dello stesso incarico.

Questo metodo è tornato negli incarichi legati all’operazione Propaggine, l’inchiesta sulle infiltrazioni della ’ndrangheta a Roma. Il 9 maggio 2022 il dott. Oliva è stato nominato amministratore giudiziario di diverse società coinvolte nel sequestro. Prima dell’esecuzione dei provvedimenti furono organizzate riunioni per capire quali aziende avessero una consistenza reale, quali potessero restare operative e quali professionalità servissero sul campo. Nella deposizione resa nel 2024 davanti al Tribunale di Roma, il dott. Oliva ha descritto quell’intervento come un lavoro da svolgere in modo “chirurgico”: entrare nelle aziende evitando blocchi inutili, distinguere le responsabilità penali dalla vita quotidiana dell’impresa e salvaguardare, dove possibile, i posti di lavoro.

In operazioni di questo tipo, la tecnica da sola non basta. Gli amministratori possono trovarsi davanti a resistenze, diffidenze, pressioni, personale che teme di perdere l’occupazione o ambienti abituati per anni a regole diverse. Nel caso Propaggine, le cronache giudiziarie hanno riportato anche intimidazioni rivolte a collaboratori dell’amministrazione. È un aspetto che va tenuto nella giusta misura, ma aiuta a capire perché questa professione richieda fermezza, prudenza e capacità di leggere rapidamente ciò che accade intorno ai numeri. Il controllo degli incassi, la sostituzione di alcune abitudini operative o una semplice richiesta di documentazione possono assumere un peso diverso quando l’impresa proviene da un ambiente criminale. Sono passaggi che richiedono metodo, ma anche la capacità di non perdere di vista chi continua a lavorare dentro quelle aziende.

Negli anni questa specializzazione è diventata una parte stabile dell’attività dello Studio Commerciale Oliva, attivo dal 1990. Accanto alla consulenza fiscale, societaria e del lavoro, lo studio segue incarichi di custodia e amministrazione giudiziaria di patrimoni sottoposti a sequestro. Il dott. Oliva lavora anche con il fratello Alessandro, commercialista e amministratore giudiziario. Le competenze devono spesso muoversi insieme: contabilità, personale, contratti, rapporti con i tribunali, verifiche patrimoniali e gestione quotidiana. In una società sequestrata può capitare che una scadenza fiscale, un problema con i dipendenti e una decisione sull’apertura al pubblico arrivino nella stessa mattina. È la normalità operativa di un lavoro che, visto dall’esterno, rischia invece di apparire quasi interamente legato agli atti giudiziari.

Accanto al lavoro sul campo c’è da tempo anche la formazione. Il dott. Oliva fa parte della Commissione “Amministrazione giudiziaria dei beni sequestrati” dell’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Roma e svolge attività didattica presso l’Istituto Superiore di Tecniche Investigative (ISTI) dei Carabinieri di Velletri, dove contribuisce alla formazione dei futuri investigatori dell’Arma sui temi dei sequestri e delle confische alla criminalità organizzata. Compare inoltre tra i docenti dell’Istituto regionale di studi giuridici Arturo Carlo Jemolo e ha portato casi concreti della propria esperienza, compreso quello del Village di Ostia, anche nei percorsi della Luiss School of Law. La norma si studia; la gestione reale porta però con sé tempi, persone e imprevisti che nessun manuale riesce a ordinare in anticipo. Trasmettere l’esperienza maturata sul campo significa allora mostrare anche questa parte meno lineare del mestiere: le decisioni da prendere con informazioni ancora incomplete, il rapporto con i lavoratori, la necessità di capire in fretta dove intervenire e dove, invece, conviene non spezzare ciò che funziona.

La formazione ha trovato un seguito più recente in Management Antimafia. Nell’agosto 2025 il dott. Oliva ha avviato con #Noi Associazione AntiMafia una collaborazione legata al progetto sviluppato con la UIL, pensato per formare giovani destinati a lavorare nella gestione di beni e aziende sottratti alla criminalità. Il percorso prevede 144 ore tra teoria e pratica. Nel 2026 il programma è proseguito a Ohana e ha coinvolto nuovi partecipanti, mentre il modello ha attirato anche l’attenzione di una delegazione francese interessata al riutilizzo dei beni confiscati. A un anno dall’avvio della collaborazione, il passaggio più interessante riguarda ciò che è accaduto dopo la formazione: quanti ragazzi siano già entrati concretamente nelle attività affidate alla gestione del dott. Oliva, quali mansioni abbiano svolto e quali competenze si siano rivelate davvero utili. Sarà questo bilancio a dire quanto l’iniziativa sia riuscita a trasformare la formazione in lavoro vero.

Dopo più di trent’anni di attività professionale, per il dott. Angelo Enrico Oliva il lavoro continua a tradursi in questioni molto concrete: uno stipendio da garantire, un debito da ricostruire, un incasso da controllare o il margine che decide se un’impresa può restare aperta. La formazione di nuovi professionisti aggiunge oggi un passaggio ulteriore: trasformare un’esperienza costruita caso dopo caso in competenze che altri possano utilizzare. Il risultato si vedrà soprattutto dopo, quando il clamore del sequestro sarà già passato e resterà da capire se quell’azienda avrà imparato davvero a camminare con regole diverse.

 

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